Definizione
Un credito non assistito da cause di prelazione (come pegno o ipoteca). In caso di fallimento, viene soddisfatto solo dopo i creditori privilegiati.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 259 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 41% dei casi il ricorso è stato rigettato.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 39%
- Rigettato 41%
- Inammissibile 14%
- Estinto 3%
- Altro 2%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Civile Sez. 190%
- Civile Sez. 67%
- Civile Sez. 33%
Precedenti più richiamati
- Cass. 10977/2021in 8 provvedimenti
- Cass. 9927/2018in 7 provvedimenti
- Cass. 10990/2021in 10 provvedimenti
- Cass. 33008/2019in 7 provvedimenti
- Cass. 7287/2013in 8 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Un ente bilaterale dell'edilizia ha chiesto l'ammissione allo stato passivo di una società fallita per contributi omessi al fondo pensione, invocando il privilegio spettante alle retribuzioni. I giudici di merito hanno negato la prelazione, degradando il debito a credito chirografario per presunta natura previdenziale. La Corte di Cassazione a Sezioni Unite ha chiarito la disciplina della previdenza complementare nel fallimento: le quote trattenute in busta paga ai lavoratori e il trattamento di fine rapporto destinato al fondo mantengono natura retributiva e beneficiano del privilegio; la quota contributiva a carico esclusivo dell'impresa ha invece natura previdenziale e resta priva di prelazione.
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Una società finanziaria cessionaria di un credito bancario ha chiesto l'ammissione al fallimento di una società debitrice per l'intero importo residuo di un mutuo fondiario risolto anni prima. La creditrice pretendeva di recuperare sia il capitale sia gli interessi delle rate scadute con il beneficio della garanzia ipotecaria. La Corte di Cassazione ha confermato che la rata del mutuo non costituisce un blocco indivisibile. Pertanto, la quota di interessi scaduti oltre il limite temporale di legge perde il privilegio ipotecario e deve essere degradata a credito chirografario semplice. Il ricorso della finanziaria è stato respinto integralmente, confermando che solo il capitale e gli interessi maturati nelle due annualità anteriori e in quella in corso al fallimento conservano la prelazione ipotecaria.
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Una società creditrice chiede l'equa riparazione Legge Pinto a causa dell'eccessiva durata di un fallimento durato oltre quattordici anni. In una prima fase, il giudice nega il ristoro: il credito insinuato al passivo è pari a 1.374,48 euro e, a fronte del solido patrimonio societario della ricorrente, la pretesa viene ritenuta irrisoria. La creditrice impugna la decisione con opposizione. La Corte d’Appello accoglie il ricorso e revoca il precedente diniego. I giudici chiariscono che l'irrisorietà della somma va verificata con un doppio controllo, soggettivo e oggettivo. Un credito di oltre milleduecento euro non si può considerare oggettivamente irrisorio per la giurisprudenza. Il Ministero soccombente subisce la condanna a versare l'indennizzo di 1.374,48 euro, oltre agli interessi legali maturati e alle spese di lite sostenute per il procedimento.
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Una società fornitrice di etichette agisce contro la committente per ottenere oltre un milione di euro. Chiede il saldo di fatture insolute emesse verso una consociata estera fallita, il ristoro per l'asserito recesso di fatto dopo quarant'anni di collaborazione e i danni per sottrazione del know-how aziendale. La corte d'appello respinge ogni domanda. La committente non risponde dei debiti contratti in autonomia da una società terza dello stesso gruppo. Inoltre, l'accordo quadro non prevedeva minimi d'ordine né clausole di esclusiva, lasciando la riduzione degli acquisti entro il legittimo rischio di impresa. Infine, le procedure grafiche e i campionari non costituiscono segreti industriali protetti. La fornitrice perde integralmente la causa.
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Una banca concedeva due mutui ipotecari a un imprenditore in grave dissesto finanziario per estinguere precedenti debiti non garantiti. A seguito del fallimento del debitore, la società cessionaria dei crediti chiedeva l'ammissione al passivo fallimentare. Il Tribunale respingeva la domanda e negava persino la restituzione delle somme versate, dichiarando i contratti nulli per contrarietà all'ordine pubblico e al buon costume. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della creditrice e cassa il provvedimento. I giudici di legittimità stabiliscono che non si può configurare un finanziamento abusivo radicalmente nullo senza individuare la precisa fattispecie penale violata. Il giudice di merito deve provare sia l'elemento oggettivo che quello soggettivo del reato, accertando la concreta complicità della banca prima di bloccare la restituzione del denaro erogato.
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Un istituto bancario ha presentato domanda di insinuazione al passivo nei confronti di una società insolvente per un credito milionario derivante da mutuo ipotecario. Nelle conclusioni dell'atto, la banca ha tuttavia richiesto per errore materiale l'ammissione in via chirografaria, pur allegando i documenti attestanti la garanzia ipotecaria. In seguito alla proposta del curatore, la creditrice ha cercato di correggere l'istanza tramite osservazioni scritte. Il Tribunale ha respinto la correzione e ha ammesso il credito solo come chirografo. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente il provvedimento e ha respinto il ricorso della società cessionaria del credito. La Corte ha stabilito che la domanda fissa i limiti del giudizio e che la richiesta del privilegio nelle osservazioni costituisce una domanda nuova inammissibile. La banca perde definitivamente la prelazione e paga le spese legali.
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Una banca otteneva dal giudice delegato l'ammissione al passivo fallimentare di un credito garantito da ipoteca e di una quota chirografaria. La curatela accettava tale ripartizione senza proporre ricorso. Al contrario, l'istituto di credito avviava l'opposizione allo stato passivo per ottenere il rango ipotecario sull'intera somma. Nel corso del giudizio di rinvio, il Tribunale riduceva drasticamente gli importi già riconosciuti ed escludeva la parte di credito legata agli interessi agevolati per difetto di titolarità. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della banca e cassa il provvedimento. I giudici supremi stabiliscono che l'opposizione del creditore non può tradursi in un peggioramento del trattamento già ottenuto in assenza di impugnazione della curatela, poiché le somme già concesse sono coperte dal vincolo del giudicato interno.
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A seguito del fallimento di una società, le banche finanziatrici ottengono l'ammissione allo stato passivo in via chirografaria. Successivamente, il gestore del Fondo pubblico di garanzia risarcisce gli istituti e l'Agente della riscossione richiede l'ammissione del credito con rango privilegiato. Il Tribunale ammette la somma solo in chirografo e per surroga. La Corte di Cassazione cassa la decisione senza rinvio. La Corte chiarisce che il Fondo vanta un credito autonomo con privilegio per il recupero di risorse pubbliche. Tuttavia, se le banche risultano già ammesse per il debito originario, il Fondo non può avviare un'autonoma ammissione allo stato passivo. Il Fondo deve invece richiedere al curatore la rettifica dello stato passivo ex art. 115 l.fall., subentrando con privilegio nella quota rimborsata ed evitando duplicazioni.
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Un Ente Pubblico chiedeva l'ammissione al passivo di una società fallita per somme derivanti da finanziamenti non rimborsati. Inizialmente inserito come creditore chirografario, l'Ente otteneva solo anni dopo il rango di privilegio. Nel frattempo la procedura fallimentare eseguiva riparti parziali soddisfacendo altri creditori. Di fronte a un terzo piano di distribuzione che destinava le risorse ai crediti di grado superiore e prededucibili, l'Ente impugnava il decreto lamentando la mancata tutela del proprio credito. La Corte di Cassazione, rilevando il difetto di notifica del ricorso nei confronti di diversi creditori coinvolti nella procedura, ha sospeso il giudizio ordinando il rinnovo delle notificazioni per garantire il regolare contraddittorio in tema di crediti privilegiati nel fallimento.
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La società fornitrice di energia elettrica chiedeva la prededuzione fornitura energia per le prestazioni erogate prima e dopo l'ammissione dell'ente debitore alla procedura di amministrazione straordinaria. Il giudice di merito ammetteva in prededuzione solo i crediti sorti dopo l'apertura della procedura concorsuale. I crediti anteriori venivano degradati al rango chirografario per assenza di formale subentro contrattuale da parte dei commissari. La fornitrice ricorreva in Cassazione, eccependo che l'ente aveva imposto la continuità dell'erogazione qualificando le utenze come non disalimentabili. La Suprema Corte ha rilevato un contrasto tra le tutele del fornitore vincolato alla somministrazione obbligatoria e le norme fallimentari. I giudici hanno rimesso la questione alla pubblica udienza per definire un principio di diritto vincolante.
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Una banca concede un mutuo garantito da ipoteca a una società per estinguere uno scoperto di conto corrente preesistente. Dopo il fallimento della società, il curatore nega la preferenza ipotecaria. La banca viene così ammessa al passivo solo come creditore ordinario. Il cessionario del credito ricorre in Cassazione affermando l'assenza di insolvenza al momento del mutuo. La Suprema Corte rigetta il ricorso. La Corte chiarisce che la concessione di una ipoteca a garanzia di credito preesistente costituisce un atto a titolo gratuito. In questi casi si applica l'azione revocatoria ordinaria. Di conseguenza, non occorre provare lo stato di insolvenza dell'azienda o la conoscenza di esso da parte della banca. Basta la consapevolezza del debitore di arrecare danno agli altri creditori. La garanzia ipotecaria resta inefficace e la società creditrice deve pagare le spese legali.
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Un istituto di credito ha richiesto l'ammissione allo stato passivo di una società fallita per un credito superiore a 324.000 euro, derivante da conti correnti e anticipi su fatture. Il Tribunale ha respinto la domanda: la banca non ha provato la data certa anteriore al fallimento dei contratti e ha depositato contratti privi della propria sottoscrizione. La produzione di meri estratti conto e certificazioni bancarie non sana il difetto contrattuale. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, dichiarando inammissibile il ricorso della banca poiché i motivi presentati non hanno contestato tutte le autonome motivazioni poste a base della sentenza di merito.
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Una società professionale fallisce lasciando insoluti i contributi integrativi e le relative sanzioni verso la cassa previdenziale di categoria. Il giudice delegato ammette il credito previdenziale solo in via chirografaria, negando la preferenza legale e assimilando l'ente a una forma assicurativa privata. La cassa impugna il provvedimento chiedendo il privilegio crediti previdenziali sui beni mobili della debitrice. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso stabilendo che i contributi obbligatori dovuti per legge a tutela delle pensioni di invalidità, vecchiaia e superstiti godono della massima tutela. La natura privatizzata dell'ente non fa venir meno la finalità pubblica del prelievo, imponendo l'ammissione prioritaria del credito nel fallimento.
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Un'impresa artigiana ha impugnato la decisione del Tribunale che nega la preferenza al suo credito all'interno di una procedura fallimentare. La società ha proposto impugnazione davanti alla Corte Suprema sostenendo di aver ricevuto la comunicazione del provvedimento via posta elettronica certificata. Tuttavia, la parte non ha depositato la ricevuta della notifica informatica nei termini prescritti dalla legge. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'improcedibilità ricorso per cassazione per mancata produzione della relata di notifica. La mancanza di tale documentazione impedisce ai giudici di verificare d'ufficio la tempestività dell'atto, rendendo irrilevanti le mere dichiarazioni difensive. La società è stata inoltre condannata al pagamento del doppio contributo unificato.
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Una società in nome collettivo ha fornito prestazioni di progettazione urbanistica a favore di una cooperativa edilizia in seguito posta in liquidazione. La società creditrice ha richiesto l'ammissione allo stato passivo pretendendo la garanzia del privilegio crediti professionali, evidenziando che l'opera era stata materialmente eseguita e firmata dal singolo socio architetto. La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta stabilendo che il privilegio crediti professionali spetta esclusivamente al singolo lavoratore autonomo. Quando il contratto viene stipulato con una società commerciale, il compenso include anche la remunerazione del capitale e dell'organizzazione aziendale. Di conseguenza, il credito resta di natura ordinaria e chirografaria.
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Un professionista ha richiesto l'ammissione al passivo fallimentare di una società per ottenere il pagamento dei propri compensi. Il professionista pretendeva il riconoscimento della prelazione sull'intero importo comprensivo di accessori, spese anticipate e oneri fiscali. Il giudice delegato ha riconosciuto il credito collocandolo tra i debiti ordinari, negando la garanzia richiesta. Il Tribunale ha confermato il rigetto dell'opposizione: il creditore non ha separato la quota di compenso netto soggetta a prelazione dalle voci ordinarie escluse dal beneficio temporale e normativo. La Suprema Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del legale, stabilendo che il privilegio del credito professionale presuppone l'onere preciso di specificare e scorporare le somme privilegiate rispetto a quelle prive di tutela speciale.
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Un professionista legale ha chiesto l'ammissione al passivo fallimentare di una società per i compensi maturati, invocando il privilegio crediti professionali per le prestazioni rese negli ultimi due anni. Il Tribunale ha escluso il privilegio, collocando le somme al chirografo perché un mandato esecutivo risultava formalmente ancora in corso al momento del fallimento. Inoltre, i giudici hanno respinto la richiesta di ulteriori compensi per mancata prova dell'effettivo deposito degli atti in cancelleria. La Corte di Cassazione ha rigettato integralmente il ricorso del professionista. La Suprema Corte ha chiarito che il limite temporale biennale riguarda l'intero rapporto unitario e che la prestazione giudiziale richiede la prova rigorosa del concreto svolgimento tramite atti autentici e depositati.
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Un professionista chiedeva l'ammissione dei propri compensi nel fallimento di una società. Il giudice delegato accoglieva la richiesta solo parzialmente. Il professionista cedeva poi il credito a una società terza. La cessionaria proponeva opposizione allo stato passivo, pretendendo somme maggiori e la collocazione in prededuzione non richiesta in origine. Il Tribunale riconosceva soltanto gli importi indicati nella domanda iniziale, escludendo incrementi. La società cessionaria impugnava il provvedimento in Cassazione. La Suprema Corte ha confermato il rigetto: nel giudizio di opposizione allo stato passivo vige il divieto assoluto di introdurre domande nuove o modificare al rialzo le richieste quantitative già avanzate. La natura impugnatoria del rito impone la massima celerità e tutela la parità di tutti i creditori.
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La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di una banca che chiedeva il riconoscimento del **credito privilegiato Fondo Garanzia PMI** nel fallimento di un'azienda debitrice. Il credito derivava dal pagamento della garanzia da parte del Fondo per le Piccole e Medie Imprese (PMI) a favore della banca, a seguito dell'inadempimento dell'azienda. Il tribunale di grado inferiore aveva negato il privilegio, sostenendo che non si trattava di un finanziamento diretto né di un credito soggetto a revoca amministrativa. La Cassazione ha ribaltato questa decisione, stabilendo che il termine 'finanziamenti' include anche le garanzie pubbliche. Ha inoltre chiarito che la 'revoca' non è un requisito indispensabile per il privilegio quando il credito nasce dall'escussione della garanzia del Fondo. Pertanto, il credito della banca, surrogata al Fondo, gode del privilegio.
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Un Ente Locale richiedeva l'ammissione allo stato passivo del fallimento di un concessionario della riscossione per oltre otto milioni di euro di imposte locali incassate dai contribuenti ma mai riversate nelle casse comunali. Il Tribunale respingeva la richiesta di riconoscimento del privilegio crediti tributari, qualificando il debito come credito ordinario (chirografario) derivante da un semplice rapporto contrattuale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'ente pubblico. I giudici di legittimità hanno stabilito che le somme riscosse dal concessionario conservano la propria originaria finalità pubblica e natura fiscale. Di conseguenza, il credito del Comune deve essere ammesso al passivo fallimentare con rango privilegiato, garantendo la priorità assoluta nel recupero delle entrate tributarie.
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