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Onere della prova fido di fatto: la Cassazione chiarisce

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 31766/2025, ha stabilito che in un’azione di ripetizione di indebito bancario, l’onere della prova del fido di fatto grava sul correntista. La semplice tolleranza della banca verso gli sconfinamenti non è sufficiente a dimostrare l’esistenza di un’apertura di credito, elemento cruciale per contrastare l’eccezione di prescrizione sollevata dall’istituto di credito. La Corte ha quindi respinto il ricorso del fallimento di una società, confermando la decisione d’appello che aveva negato il rimborso delle somme ritenute prescritte.

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Pubblicato il 29 dicembre 2025 in Diritto Bancario, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Onere della prova fido di fatto: la Cassazione stabilisce i confini

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha affrontato un tema cruciale nei rapporti tra banche e clienti: l’onere della prova fido di fatto. Questa decisione chiarisce su chi ricade la responsabilità di dimostrare l’esistenza di un’apertura di credito non formalizzata per iscritto, specialmente quando la banca solleva l’eccezione di prescrizione nell’ambito di un’azione di ripetizione di indebito. La Corte ha stabilito che tale onere spetta interamente al correntista, delineando principi fondamentali per la tutela dei diritti dei clienti bancari.

I Fatti di Causa

Il caso ha origine dalla domanda di una società (poi fallita) contro il proprio istituto di credito. La società chiedeva la restituzione di somme indebitamente addebitate sul conto corrente a titolo di interessi ultralegali, anatocismo e altre commissioni illegittime.

In primo grado, il Tribunale aveva accolto la domanda della società. I giudici avevano ritenuto provata l’esistenza di un “fido di fatto” per tutta la durata del rapporto, basandosi su una serie di indizi (come la costante operatività in passivo tollerata dalla banca). Di conseguenza, ogni versamento (rimessa) sul conto era stato considerato con funzione “ripristinatoria” della provvista e non “solutoria” di un debito, impedendo così il decorrere della prescrizione decennale.

Tuttavia, la Corte d’Appello ha ribaltato la decisione. Accogliendo il ricorso della banca, ha ritenuto fondata l’eccezione di prescrizione, affermando che la società correntista non aveva adeguatamente provato l’esistenza di un’apertura di credito. Secondo la Corte territoriale, gli indizi valorizzati dal Tribunale non erano sufficienti a dimostrare un vero e proprio affidamento, potendo essere interpretati come semplice tolleranza della banca verso un cliente considerato solvibile.

La questione dell’onere della prova del fido di fatto

Il Fallimento della società ha quindi proposto ricorso in Cassazione, lamentando una violazione delle norme sull’onere della prova (art. 2697 c.c.) e sulla valutazione delle prove (artt. 115 e 116 c.p.c.). Secondo il ricorrente, la Corte d’Appello avrebbe errato nel porre a suo carico la prova dell’esistenza del fido, prova che, a suo dire, emergeva già dagli estratti conto prodotti. Si sosteneva, inoltre, che la banca non avesse specificato quali rimesse fossero da considerarsi solutorie.

La Suprema Corte ha respinto il ricorso, ritenendolo in parte infondato e in parte inammissibile, e ha colto l’occasione per ribadire i principi consolidati in materia.

Le motivazioni

La Cassazione ha chiarito la ripartizione degli oneri probatori nelle azioni di ripetizione di indebito bancario. Spetta al correntista che agisce in giudizio provare i fatti costitutivi della sua pretesa. Ciò significa che deve dimostrare non solo di aver effettuato dei pagamenti (le cosiddette “rimesse solutorie”, ovvero versamenti su un conto passivo e non affidato), ma anche la natura indebita di tali pagamenti, cioè l’illegittimità degli addebiti che tali rimesse sono andate a coprire.

Di contro, alla banca che eccepisce la prescrizione è sufficiente allegare l’inerzia del correntista e dichiarare di volersene avvalere, senza dover indicare specificamente ogni singola rimessa solutoria prescritta. È quindi il correntista, per superare l’eccezione di prescrizione, a dover dimostrare che le rimesse non avevano natura solutoria, ma meramente ripristinatoria della provvista, e questo può avvenire solo provando l’esistenza di un contratto di affidamento che copriva il passivo di conto. La Corte ha sottolineato che gli indizi presentati dalla società (sconfinamenti costanti, applicazione di commissioni di massimo scoperto, mancata segnalazione in Centrale Rischi) non erano univoci. Essi potevano infatti essere interpretati come un mero atteggiamento di tolleranza da parte della banca, non sufficiente a configurare un’apertura di credito vera e propria. Anzi, la mancata segnalazione in Centrale Rischi, secondo i giudici, deponeva a sfavore dell’esistenza di un fido concordato, poiché in tal caso la banca avrebbe avuto l’obbligo di segnalare sia l’accordato che il fruito.

Le conclusioni

L’ordinanza in esame consolida un principio di fondamentale importanza pratica: il cliente che intende agire contro la banca per la restituzione di addebiti illegittimi deve essere consapevole che l’onere della prova del fido di fatto grava interamente su di lui. Non è sufficiente basarsi su indizi ambigui come la tolleranza agli sconfinamenti. Per paralizzare l’eccezione di prescrizione della banca, è necessario fornire una prova concreta e univoca dell’esistenza di un’apertura di credito che rendeva i versamenti sul conto “ripristinatori” e non “solutori”. Questa decisione riafferma la centralità del contratto scritto nei rapporti bancari e impone ai correntisti una maggiore diligenza nella conservazione della documentazione e nella formalizzazione degli accordi con il proprio istituto di credito.

In una causa per la restituzione di somme indebitamente pagate alla banca, su chi ricade l’onere di provare l’esistenza di un ‘fido di fatto’?
Secondo la Corte di Cassazione, l’onere di provare l’esistenza di un’apertura di credito, anche se ‘di fatto’ e non formalizzata per iscritto, grava interamente sul correntista che agisce in giudizio per la ripetizione dell’indebito.

La semplice tolleranza della banca verso gli scoperti di conto è sufficiente a dimostrare l’esistenza di un fido?
No. La Corte ha stabilito che la mera tolleranza degli sconfinamenti, anche se costante nel tempo, non è un indice univoco dell’esistenza di un fido, potendo essere compatibile con un semplice atteggiamento di disponibilità della banca verso un cliente ritenuto affidabile.

Quando la banca eccepisce la prescrizione, deve indicare analiticamente le singole rimesse ‘solutorie’ che considera prescritte?
No. Per la banca è sufficiente allegare l’inerzia del titolare del diritto (il correntista) e dichiarare di volersi avvalere della prescrizione. Non è necessario che specifichi le singole rimesse, poiché spetta al correntista dimostrare che tali rimesse non avevano natura solutoria.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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