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Onere della prova del danno: la Cassazione decide

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 17974/2024, ha rigettato il ricorso di un committente che chiedeva un cospicuo risarcimento per la mancata fornitura di una porta blindata. La Corte ha ribadito un principio fondamentale: l’inadempimento contrattuale non basta per ottenere il risarcimento. Chi si ritiene danneggiato ha l’onere della prova del danno, ovvero deve dimostrare non solo che il danno esiste (an debeatur), ma anche fornire tutti gli elementi possibili per quantificarlo. Solo se la quantificazione è impossibile o molto difficile, il giudice può intervenire in via equitativa. In questo caso, il committente non ha fornito prove sufficienti sull’esistenza stessa del danno, rendendo la sua richiesta infondata.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto Civile, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Onere della Prova del Danno: Non Basta l’Inadempimento per il Risarcimento

L’inadempimento di un contratto causa quasi sempre disagi e problemi. Ma è sufficiente dimostrare che la controparte non ha rispettato gli accordi per ottenere un risarcimento del danno? La Corte di Cassazione, con la recente ordinanza n. 17974 del 1° luglio 2024, ha fornito una risposta chiara, ribadendo un principio cruciale: l’onere della prova del danno grava su chi lo richiede, e non è una conseguenza automatica dell’inadempimento. Vediamo insieme i dettagli di questo caso e le implicazioni pratiche.

I Fatti del Caso: La Fornitura Mancata e la Richiesta di Danni

La vicenda ha origine da un contratto per la fornitura e posa in opera di una porta blindata curva su misura, destinata a una villa in ristrutturazione. Il committente, dopo aver versato un cospicuo acconto di 8.000 euro, non riceveva la porta pattuita.

Di conseguenza, citava in giudizio la società fornitrice chiedendo:
1. La risoluzione del contratto per inadempimento.
2. La restituzione dell’acconto versato.
3. Un ingente risarcimento di oltre 379.000 euro per i danni subiti a causa del ritardo, tra cui il blocco del cantiere, l’aumento dei costi di manodopera e lo slittamento generale dei lavori.

Il Tribunale di primo grado accoglieva le prime due richieste ma rigettava la domanda di risarcimento, ritenendo che il committente non avesse fornito prove adeguate a dimostrare l’esistenza e l’entità dei danni lamentati. La Corte d’Appello confermava integralmente questa decisione, spingendo il committente a ricorrere in Cassazione.

L’onere della prova del danno secondo la Cassazione

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, articolando la sua decisione su due punti fondamentali.

Il Principio della ‘Doppia Conforme’

In primo luogo, la Corte ha dichiarato inammissibile il motivo di ricorso relativo all’omesso esame delle prove (testimonianze e consulenze tecniche) richieste dal committente. Poiché sia il Tribunale che la Corte d’Appello avevano raggiunto la stessa conclusione, basandosi su un iter logico-argomentativo analogo, si è applicato il principio della cosiddetta “doppia conforme”. Tale meccanismo processuale impedisce di contestare in Cassazione la valutazione dei fatti già vagliata in modo conforme dai due giudici di merito.

La Prova dell’Esistenza del Danno (An Debeatur)

Il punto centrale della decisione riguarda il secondo motivo di ricorso, relativo alla violazione delle norme sull’onere della prova del danno (art. 2697 c.c.) e sulla liquidazione equitativa (art. 1226 c.c.).

La Corte ha chiarito che, per ottenere un risarcimento, non è sufficiente lamentare genericamente di aver subito un danno. La parte che si ritiene danneggiata deve:
1. Provare l’esistenza del danno (l’ an debeatur): Deve dimostrare con fatti concreti e prove specifiche che l’inadempimento della controparte ha causato un pregiudizio economico effettivo.
2. Fornire elementi per la quantificazione: Deve allegare ogni elemento di fatto utile a determinare l’ammontare del danno (quantum debeatur).

Solo se, una volta provata l’esistenza del danno, la sua quantificazione risulti oggettivamente impossibile o particolarmente difficile, il giudice può procedere a una liquidazione equitativa, ovvero a una stima basata sull’equità. Questo potere del giudice non è un’alternativa all’onere della prova, ma uno strumento residuale per colmare lacune insuperabili nella quantificazione, non nella dimostrazione dell’esistenza stessa del danno.

Nel caso specifico, il committente si era limitato a dedurre genericamente i disagi, senza fornire alcuna documentazione (fatture, perizie dettagliate sui costi aggiuntivi, ecc.) che provasse concretamente le perdite economiche subite. Anzi, in appello aveva persino ammesso di essere riuscito a evitare un aggravio di costi. Di fronte a tale carenza probatoria sull’esistenza stessa del danno, nessuna liquidazione, neppure equitativa, poteva essere accordata.

Le motivazioni

Le motivazioni della Corte Suprema di Cassazione si fondano su un orientamento consolidato e rigoroso. I giudici hanno sottolineato che il potere discrezionale del giudice di liquidare il danno in via equitativa, previsto dagli articoli 1226 e 2056 del Codice Civile, non esonera la parte danneggiata dai suoi oneri probatori. Questo potere presuppone che l’esistenza di un danno risarcibile sia stata provata e che risulti oggettivamente difficile, se non impossibile, determinarne il preciso ammontare. L’equità interviene per definire il quantum, non per sopperire alla mancata prova dell’ an. La Corte ha rilevato come, nella fattispecie, il ricorrente avesse lamentato un danno in modo generico, senza indicare elementi concreti utili a identificarne l’esistenza, né tali elementi emergevano dagli atti di causa. Pertanto, in assenza di qualsiasi prova del nocumento subito, il ricorso al criterio equitativo non era ammissibile. La decisione evidenzia che le prove richieste dal ricorrente (come la prova testimoniale) non sarebbero state comunque idonee a dimostrare l’esistenza e l’ammontare del danno, rendendo la loro mancata ammissione irrilevante ai fini della decisione finale.

Le conclusioni

L’ordinanza n. 17974/2024 della Cassazione offre un’importante lezione pratica: in una causa per risarcimento danni da inadempimento contrattuale, la strategia difensiva non può basarsi sulla sola allegazione dell’inadempimento. È indispensabile un’attenta e meticolosa raccolta di prove documentali che dimostrino, in modo inequivocabile, l’esistenza e l’entità del pregiudizio economico subito. Affidarsi a lamentele generiche o sperare in una liquidazione equitativa del giudice senza aver prima soddisfatto l’onere della prova sull’esistenza del danno (an debeatur) è una strategia destinata al fallimento. Per imprese e privati, questo significa documentare scrupolosamente ogni costo aggiuntivo, ogni ritardo e ogni perdita conseguente a un inadempimento, al fine di poter validamente sostenere una richiesta risarcitoria in giudizio.

Se una ditta non rispetta un contratto, ho automaticamente diritto al risarcimento dei danni?
No. Secondo la Cassazione, l’inadempimento contrattuale è il presupposto per la richiesta di risarcimento, ma non ne determina l’automatica concessione. Chi chiede il risarcimento deve sempre adempiere all’onere della prova, dimostrando l’esistenza effettiva di un danno economico.

Quando un giudice può decidere l’importo del danno in via equitativa?
Il giudice può liquidare il danno in via equitativa solo a due condizioni cumulative: 1) la parte danneggiata deve aver provato con certezza che un danno esiste (an debeatur); 2) deve risultare oggettivamente impossibile o estremamente difficile calcolare il preciso ammontare di tale danno (quantum debeatur).

Cosa significa che la prova del danno era carente in questo caso?
Significa che il committente, pur lamentando gravi pregiudizi a causa del blocco del cantiere, non ha fornito alcun documento o prova concreta (come fatture per costi extra, penali pagate ad altre ditte, perizie di stima sui maggiori oneri) che dimostrasse l’esistenza di una perdita economica reale. Le sue affermazioni sono rimaste generiche e non provate.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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