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Occupazione sine titulo: danno in re ipsa confermato

La Corte di Cassazione conferma la condanna di un soggetto per l’occupazione sine titulo di un immobile. Viene ribadito il principio secondo cui il danno per il proprietario è ‘in re ipsa’, cioè presunto nella perdita stessa della disponibilità del bene, senza necessità di provare un mancato guadagno specifico. La liquidazione del danno può basarsi sul valore locativo di mercato. La Corte ha inoltre respinto le altre doglianze dell’occupante, relative all’identificazione dell’immobile e alla richiesta di rimborso per lavori non autorizzati, dichiarandole inammissibili.

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Occupazione sine titulo: la Cassazione ribadisce il principio del danno presunto

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione è tornata su un tema di grande rilevanza nel diritto immobiliare: il risarcimento del danno derivante dall’occupazione sine titulo di un immobile. La pronuncia conferma un orientamento ormai consolidato, stabilendo che il pregiudizio per il proprietario è ‘in re ipsa’, ovvero implicito nella stessa violazione del diritto di godere del bene, e non richiede una prova specifica di un mancato guadagno.

I fatti di causa

La vicenda trae origine da una controversia immobiliare. Un ente benefico, divenuto proprietario di un immobile tramite un lascito testamentario, scopriva che lo stesso era occupato da un soggetto terzo. Quest’ultimo si rifiutava di rilasciare l’edificio, sostenendo di esserne il possessore da anni e di avervi eseguito importanti lavori di ristrutturazione.

L’ente avviava un’azione legale per ottenere il riconoscimento del proprio diritto di proprietà, il rilascio dell’immobile e il risarcimento dei danni. Sia il Tribunale di primo grado che la Corte d’Appello davano ragione all’ente, condannando l’occupante al rilascio del bene e al pagamento di una cospicua somma per l’illegittima detenzione, oltre a un importo per i danni causati dai lavori abusivi effettuati.

I motivi del ricorso in Cassazione

L’occupante soccombente ricorreva in Cassazione, affidando le sue speranze a cinque motivi di impugnazione. Tra le principali censure sollevate vi erano:
1. L’errata identificazione dell’immobile, sostenendo una discrepanza tra i dati catastali e il bene effettivamente occupato.
2. La presunta illegittimità della condanna al risarcimento dei danni, in particolare per il mancato godimento dell’immobile, ritenuto non provato.
3. La richiesta di rimborso per le spese di ristrutturazione sostenute.

La decisione della Corte sul danno da occupazione sine titulo

Il cuore della decisione della Suprema Corte risiede nella trattazione del danno da occupazione sine titulo. Gli Ermellini hanno respinto il motivo di ricorso su questo punto, qualificandolo come infondato e cogliendo l’occasione per ribadire i principi sanciti dalle Sezioni Unite nel 2022.

La Corte ha chiarito che l’occupazione illegittima di un immobile altrui costituisce una violazione diretta del diritto di proprietà, che include la facoltà di ‘godere e disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo’ (art. 832 c.c.). La perdita di questa facoltà rappresenta, di per sé, un danno risarcibile.

Questo danno è definito ‘in re ipsa’, cioè presunto. Il proprietario non è tenuto a dimostrare di aver perso una concreta occasione di guadagno (come un contratto di locazione sfumato). Il risarcimento spetta per il solo fatto di non aver potuto utilizzare il bene, sia direttamente che indirettamente (ad esempio, mettendolo a reddito). La liquidazione di tale danno può essere effettuata dal giudice in via equitativa, facendo riferimento a un parametro oggettivo come il valore locativo di mercato dell’immobile.

Le motivazioni

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili o infondati tutti i motivi di ricorso.

Per quanto riguarda l’identificazione dell’immobile, i giudici hanno ribadito che, ai fini della determinazione dell’oggetto di un contratto di compravendita, prevalgono i confini e la descrizione contenuta nell’atto notarile rispetto ai soli dati catastali.

In relazione alla domanda di rimborso per i lavori, il motivo è stato giudicato inammissibile perché l’appellante non aveva contestato tutte le diverse ‘rationes decidendi’ della sentenza di primo grado, la quale aveva negato il rimborso non solo per mancanza di prove, ma anche perché i lavori erano stati eseguiti abusivamente e senza autorizzazione, danneggiando l’immobile.

Sul punto centrale del risarcimento, la Corte ha confermato la correttezza della decisione d’appello. Il danno da occupazione sine titulo è una conseguenza immediata e diretta della violazione del diritto di godere della proprietà. Il proprietario ha diritto a un risarcimento pari all’equivalente economico del godimento perduto, quantificabile attraverso il canone di locazione che avrebbe potuto percepire sul mercato.

Le conclusioni

L’ordinanza in esame consolida un importante principio a tutela del diritto di proprietà. Chi subisce un’occupazione illegittima del proprio immobile ha diritto a un risarcimento per la sola perdita della disponibilità del bene, senza dover fornire la prova complessa di un lucro cessante. La quantificazione del danno, basata sul valore locativo, offre un criterio oggettivo e ragionevole, semplificando l’onere probatorio per il proprietario danneggiato e garantendo una tutela effettiva contro gli abusi.

Cosa si intende per danno ‘in re ipsa’ in caso di occupazione abusiva?
Significa che il danno è considerato esistente per il solo fatto che l’immobile è stato occupato senza un titolo legittimo. La violazione consiste nella perdita della disponibilità del bene da parte del proprietario, e questo è sufficiente per fondare il diritto al risarcimento, senza dover provare un’ulteriore perdita economica.

Come viene calcolato il risarcimento per l’occupazione sine titulo?
Il risarcimento viene calcolato sull’equivalente economico del godimento che il proprietario ha perso. Il criterio più comune, utilizzato anche in questo caso, è il ‘danno figurativo’, che corrisponde al valore locativo di mercato dell’immobile per tutto il periodo dell’illegittima occupazione.

Nell’identificazione di un immobile, prevalgono i dati catastali o la descrizione nell’atto di compravendita?
Secondo la giurisprudenza costante richiamata dalla Corte, ai fini dell’individuazione dell’immobile oggetto di un contratto, i dati catastali non hanno un valore determinante rispetto al contenuto descrittivo del titolo e ai confini indicati nell’atto stesso. Pertanto, la descrizione e i confini riportati nel contratto di compravendita prevalgono.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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