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Motivazione per relationem: quando la sentenza è nulla

La Corte di Cassazione ha annullato una sentenza d’appello in un caso di presunto mobbing ai danni di un dirigente medico. La Corte ha ritenuto che la motivazione della sentenza fosse solo apparente, in quanto si limitava a richiamare la decisione di primo grado senza analizzare specificamente i motivi di gravame. Questo vizio, noto come motivazione per relationem acritica, rende la sentenza nulla per violazione del dovere di fornire un percorso logico-giuridico comprensibile.

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Pubblicato il 7 febbraio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Motivazione per relationem: La Cassazione Annulla Sentenza per Difetto di Motivazione

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha riaffermato un principio fondamentale del nostro ordinamento processuale: il dovere del giudice di fornire una motivazione effettiva e comprensibile. Il caso in esame, relativo a una presunta condotta di mobbing, ha evidenziato come l’uso improprio della motivazione per relationem possa portare alla nullità della sentenza. Questo articolo analizza la decisione, spiegando perché un semplice richiamo alla sentenza di primo grado non è sufficiente per il giudice d’appello.

I Fatti del Caso

Un dirigente medico, impiegato presso un’azienda sanitaria regionale, aveva avviato una causa lamentando di essere stato vittima di mobbing. La sua domanda era stata respinta sia dal Tribunale in primo grado sia dalla Corte d’Appello. Quest’ultima, in particolare, aveva confermato la decisione del primo giudice, ritenendo che dalle prove documentali e orali non emergessero elementi sufficienti a comprovare le condotte vessatorie denunciate. La Corte territoriale aveva fatto proprie le argomentazioni del Tribunale, giudicandole esaustive e aderenti alle risultanze processuali.
Insoddisfatto, il medico ha proposto ricorso per cassazione, lamentando proprio la carenza di motivazione della sentenza d’appello.

La Decisione della Corte di Cassazione sulla motivazione per relationem

La Suprema Corte ha accolto il ricorso del dirigente medico, cassando la sentenza d’appello e rinviando la causa alla stessa Corte territoriale per un nuovo esame. Il cuore della decisione risiede nella critica al modo in cui il giudice d’appello ha motivato il proprio convincimento.
Secondo la Cassazione, la Corte d’Appello si è limitata a un’adesione acritica e tautologica alla sentenza di primo grado, senza condurre un’autonoma valutazione dei motivi di gravame presentati dal lavoratore. Questo modo di procedere trasforma la motivazione per relationem in una motivazione solo apparente.

Il Problema della Motivazione Apparente

La giurisprudenza, incluse le sentenze delle Sezioni Unite, ha chiarito da tempo i limiti della motivazione per rinvio. Sebbene un giudice possa richiamare le argomentazioni di un’altra pronuncia, deve comunque dimostrare di aver esaminato e valutato le specifiche censure mosse dall’appellante. La motivazione diventa “apparente” quando:
– È graficamente esistente, ma non rende percepibile il fondamento della decisione.
– Utilizza argomentazioni inidonee a far conoscere il ragionamento seguito dal giudice.
– Si limita a dichiarare di condividere la decisione precedente senza spiegare il perché, soprattutto in relazione ai motivi di appello.

Nel caso specifico, la Corte d’Appello non aveva spiegato perché le critiche del medico alla ricostruzione dei fatti del primo giudice fossero infondate, né perché le prove non ammesse fossero irrilevanti. Si era limitata ad affermare che “dalle risultanze processuali” non emergevano fatti comprovanti il mobbing, richiamando le “esaustive argomentazioni” del Tribunale. Questo, per la Cassazione, non costituisce un processo deliberativo autonomo e comprensibile.

Le Motivazioni

La Corte Suprema ha sottolineato che la sentenza d’appello deve consentire di ricavare un “percorso argomentativo esaustivo e coerente”. Quando il giudice d’appello si limita a un’adesione acritica, senza una valutazione autonoma dell’infondatezza dei motivi di gravame, la sentenza è nulla per violazione dell’art. 360, comma 1, n. 4, del codice di procedura civile. La motivazione, in questi casi, non è semplicemente insufficiente, ma del tutto assente nella sua funzione sostanziale, configurando un error in procedendo che impone l’annullamento della decisione.
La Corte ha ribadito che il giudice del gravame deve dare conto delle ragioni della conferma della decisione impugnata, confrontandosi con le questioni sollevate dall’appellante. Un semplice rinvio generico non soddisfa il requisito costituzionale di una giusta motivazione.

Le Conclusioni

L’ordinanza in esame rappresenta un importante monito per i giudici di merito. La tecnica della motivazione per relationem è uno strumento legittimo, ma non può tradursi in una scorciatoia che elude il dovere di rispondere puntualmente alle doglianze delle parti. Il processo d’appello è un giudizio di revisione, non di mera ratifica. Pertanto, la motivazione deve sempre riflettere un esame critico e autonomo del materiale di causa e delle argomentazioni difensive. Per le parti in causa, questa decisione rafforza il diritto a ottenere una risposta giurisdizionale che non sia solo formale, ma sostanziale e comprensibile.

Quando una motivazione per relationem è considerata valida?
È valida quando il giudice d’appello non si limita a un richiamo generico, ma dimostra di aver esaminato le specifiche critiche mosse dall’appellante alla sentenza di primo grado, spiegando le ragioni per cui le ritiene infondate e rendendo così trasparente il proprio percorso argomentativo.

Cos’è una motivazione apparente e quali sono le sue conseguenze?
È una motivazione che esiste solo formalmente nel testo della sentenza ma che, a causa della sua eccessiva genericità, contraddittorietà o tautologia, non permette di comprendere il ragionamento logico-giuridico del giudice. La conseguenza è la nullità della sentenza per vizio di procedura (error in procedendo).

Perché, nel caso specifico, la Corte di Cassazione ha annullato la sentenza d’appello?
La Corte ha annullato la sentenza perché il giudice d’appello si è limitato a confermare la decisione di primo grado in modo acritico, senza analizzare e rispondere puntualmente ai motivi di gravame. Ha fatto un generico riferimento alle risultanze processuali e alle argomentazioni del primo giudice, rendendo la sua motivazione meramente apparente e non espressione di un autonomo processo deliberativo.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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