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Motivazione apparente: la Cassazione cassa la sentenza

Una correntista contesta il saldo del proprio conto, sostenendo che non siano stati detratti gli importi di operazioni finanziarie dichiarate illegittime. La Corte d’Appello ignora la questione. La Cassazione interviene, ravvisando una motivazione apparente, annullando la decisione e chiarendo l’obbligo del giudice di esaminare tutti i fatti decisivi e di acquisire gli atti processuali necessari, come il fascicolo di primo grado.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Bancario, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Motivazione Apparente: La Cassazione Annulla la Decisione d’Appello

Una sentenza deve essere non solo giusta nel suo esito, ma anche chiara e comprensibile nel suo percorso logico. Quando questo percorso è oscuro o inesistente, si parla di motivazione apparente, un vizio grave che può portare all’annullamento della decisione. Con l’ordinanza n. 17236/2024, la Corte di Cassazione ha ribadito questo principio fondamentale, cassando una sentenza d’appello che aveva eluso questioni decisive sollevate da una correntista in una controversia con il proprio istituto di credito.

I Fatti del Caso: Un Conto Corrente Conteso

La vicenda giudiziaria ha origine da una causa intentata da una cliente nei confronti della sua banca. Il Tribunale di primo grado, con una sentenza non definitiva, aveva accertato l’illegittimità di alcune operazioni di intermediazione finanziaria addebitate sul conto corrente della cliente. Successivamente, con la sentenza definitiva, lo stesso Tribunale aveva accolto la domanda riconvenzionale della banca, condannando la correntista al pagamento di un saldo debitore di oltre 39.000 euro, calcolato tramite una consulenza tecnica.

La cliente ha impugnato la decisione, lamentando che il saldo finale non era stato depurato degli importi relativi proprio a quelle operazioni finanziarie già dichiarate illegittime nella prima sentenza. La Corte d’Appello, tuttavia, ha riformato solo parzialmente la sentenza, limitandosi a stornare gli interessi anatocistici e riducendo di poco il debito, ma ha dichiarato inammissibile ogni altra critica, inclusa quella, fondamentale, sulla mancata epurazione del saldo.

La Motivazione Apparente e l’Obbligo del Giudice

Il cuore del ricorso in Cassazione si è concentrato proprio su questo punto. La ricorrente ha sostenuto che la Corte d’Appello avesse emesso una pronuncia con motivazione apparente. Invece di spiegare perché non si dovesse tenere conto della precedente sentenza che accertava le operazioni illegittime, il giudice del gravame si era limitato a liquidare la questione come “inammissibile”, senza fornire alcuna giustificazione comprensibile.

La Suprema Corte ha accolto pienamente questa doglianza. Ha ricordato che una motivazione è “apparente” quando, pur essendo presente nel testo, non rende percepibile il fondamento della decisione. Ciò accade quando le argomentazioni sono oggettivamente inidonee a far conoscere il ragionamento seguito dal giudice, costringendo l’interprete a fare delle congetture. Nel caso di specie, la Corte d’Appello aveva l’obbligo di chiarire l’incidenza dell’accertamento di illegittimità sulla rideterminazione del saldo del conto corrente. Trincerarsi dietro una generica formula di “inammissibilità” costituisce una violazione di legge che rende la sentenza nulla.

Il Dovere del Giudice di Acquisire il Fascicolo di Primo Grado

Un altro motivo di ricorso, anch’esso accolto, riguardava la mancata acquisizione del fascicolo d’ufficio di primo grado da parte della Corte d’Appello. La ricorrente sosteneva che in quel fascicolo si trovasse la prova della rinuncia della banca alla propria domanda riconvenzionale. Il giudice d’appello aveva ritenuto di non poter esaminare la questione proprio per l’assenza del fascicolo.

La Cassazione ha chiarito che, sebbene la mancata acquisizione del fascicolo non invalidi automaticamente il processo d’appello, essa può causare un vizio di motivazione. Se una parte sostiene che da quel fascicolo emergano elementi decisivi per la causa (come un verbale d’udienza contenente una rinuncia), il giudice ha il dovere di procurarselo per poter decidere con cognizione di causa. Ignorare tale necessità e decidere comunque equivale a omettere l’esame di un punto potenzialmente cruciale della controversia.

Le Motivazioni della Suprema Corte

La Corte di Cassazione ha stabilito che la sentenza impugnata era affetta da un duplice vizio di motivazione. In primo luogo, la motivazione era meramente apparente riguardo al collegamento tra le operazioni illegittime e il saldo finale del conto. La Corte d’Appello ha evitato di affrontare il nucleo della questione, violando l’obbligo costituzionale di motivare i provvedimenti giurisdizionali. In secondo luogo, la decisione di non pronunciarsi sulla presunta rinuncia della banca a causa della mancata acquisizione del fascicolo di primo grado è stata ritenuta errata, in quanto il giudice avrebbe dovuto attivarsi per ottenere gli atti necessari a una decisione completa e corretta.

Le Conclusioni

L’ordinanza in esame rappresenta un importante monito per i giudici di merito sull’importanza di una motivazione effettiva, completa e trasparente. Non è sufficiente che una sentenza esista; deve anche essere comprensibile e rispondere a tutte le questioni decisive sollevate dalle parti. La Suprema Corte, accogliendo il ricorso, ha cassato la sentenza e ha rinviato la causa alla Corte d’Appello, che dovrà riesaminare il caso attenendosi ai principi di diritto enunciati, garantendo così che la decisione finale sia fondata su un’analisi completa e su un ragionamento giuridico esplicito e coerente.

Quando una motivazione di una sentenza si considera “apparente”?
Secondo la Corte, una motivazione è apparente quando, pur essendo materialmente presente, non rende comprensibile il ragionamento logico seguito dal giudice per arrivare alla decisione. Questo accade se le argomentazioni sono inidonee a spiegare il perché della scelta, costringendo chi legge a mere congetture.

Il giudice d’appello è obbligato ad acquisire il fascicolo di primo grado per decidere?
Sebbene la sua omissione non causi un’automatica nullità della sentenza, il giudice d’appello ha il dovere di acquisire il fascicolo se una parte indica che in esso sono contenuti elementi decisivi per la controversia. La mancata acquisizione in questi casi può portare a un vizio di motivazione, poiché il giudice decide senza aver esaminato tutti i fatti rilevanti.

Cosa succede se un giudice non considera un fatto decisivo sollevato da una parte?
Se un giudice omette di esaminare un fatto storico, principale o secondario, che è stato oggetto di discussione tra le parti e che ha carattere decisivo (cioè che, se esaminato, avrebbe potuto portare a un diverso esito della controversia), la sentenza è viziata. Nel caso specifico, non considerare l’impatto delle operazioni illegittime sul saldo del conto ha costituito un vizio di motivazione che ha portato alla cassazione della sentenza.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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