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Liquidazione spese legali: il criterio del decisum

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 17254/2024, ha stabilito un principio fondamentale sulla liquidazione spese legali. In caso di accoglimento parziale della domanda, le spese devono essere calcolate sulla base della somma effettivamente riconosciuta alla parte vittoriosa (‘decisum’) e non su quella originariamente richiesta. La Corte ha cassato la decisione d’appello che aveva erroneamente liquidato le spese del primo grado basandosi sul valore iniziale della causa, anziché sull’importo ridotto del risarcimento concesso, violando così i parametri della tariffa forense.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Immobiliare, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Liquidazione Spese Legali: la Cassazione ribadisce il primato del ‘Decisum’

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione (n. 17254/2024) torna a fare chiarezza su un tema cruciale della pratica forense: la corretta liquidazione spese legali. Il principio affermato è tanto semplice quanto fondamentale: quando un giudice accoglie solo in parte una richiesta di risarcimento, le spese di lite devono essere calcolate sul valore della somma effettivamente riconosciuta e non su quella, spesso più alta, domandata inizialmente. Questa decisione rafforza i criteri di proporzionalità e prevedibilità dei costi processuali.

I Fatti di Causa

La controversia trae origine da un inadempimento contrattuale relativo alla promessa di vendita di un immobile. Il promissario acquirente citava in giudizio i promittenti venditori, modificando in corso di causa la sua domanda iniziale da esecuzione del contratto a una richiesta di risarcimento danni per 70.000 euro. Il Tribunale di primo grado rigettava la domanda.

La Corte d’Appello, in parziale riforma della prima sentenza, accoglieva l’appello del promissario acquirente, riconoscendogli un risarcimento di 20.000 euro. Conseguentemente, condannava i promittenti venditori al pagamento di 2/3 delle spese legali di entrambi i gradi di giudizio, liquidando per il primo grado un importo di 8.900 euro.

Il Ricorso in Cassazione e l’errata Liquidazione Spese Legali

Uno dei promittenti venditori ha impugnato la sentenza d’appello dinanzi alla Corte di Cassazione, lamentando un unico motivo: la violazione e falsa applicazione delle norme sulla liquidazione spese legali (art. 91 c.p.c. e D.M. 55/2014). Secondo il ricorrente, la Corte d’Appello aveva commesso un errore nel calcolare le spese del primo grado. Invece di basarsi sul valore della condanna effettiva di 20.000 euro (il decisum), aveva utilizzato un parametro errato, presumibilmente legato alla domanda originaria di 70.000 euro (domandato).

L’importo liquidato (8.900 euro per i 2/3) era sproporzionato rispetto a quanto previsto dalla tariffa forense per le cause il cui valore è compreso tra 5.200 e 26.000 euro, scaglione in cui rientrava la condanna di 20.000 euro.

Le Motivazioni della Suprema Corte

La Corte di Cassazione ha ritenuto il motivo fondato, accogliendo il ricorso. Gli Ermellini hanno ribadito un principio consolidato: quando il giudice d’appello riforma la decisione di primo grado, deve procedere a una nuova liquidazione delle spese anche per quel grado, applicando la disciplina vigente al momento della sua decisione.

Il punto centrale della motivazione risiede nell’applicazione dell’art. 6 del D.M. 55/2014. Tale norma stabilisce che, nei giudizi per il pagamento di somme di denaro, la liquidazione degli onorari a carico del soccombente deve avvenire avendo riguardo alla somma attribuita alla parte vincitrice (il ‘decisum’) piuttosto che a quella domandata.

La Corte territoriale, riconoscendo un risarcimento di 20.000 euro, avrebbe dovuto parametrare le spese del primo grado a tale valore. Invece, ha liquidato un importo (8.900 euro) che non solo era eccessivo rispetto al massimo tabellare per quello scaglione di valore, ma lo era anche senza fornire alcuna motivazione che giustificasse una simile deviazione. I giudici di legittimità hanno ricordato che, sebbene il giudice abbia un potere discrezionale nel liquidare i compensi tra i minimi e i massimi dei parametri, un eventuale scostamento da tali limiti deve essere specificamente e adeguatamente motivato, cosa che nel caso di specie non è avvenuta.

Conclusioni

La Suprema Corte, cassando la sentenza impugnata, ha deciso la causa nel merito, rideterminando l’importo dovuto per le spese del primo grado in 5.800 euro (già calcolato come 2/3 del totale). Questa ordinanza ha importanti implicazioni pratiche: riafferma che il valore della controversia ai fini della liquidazione delle spese è quello della pretesa effettivamente accolta, garantendo una maggiore equità e aderenza ai principi normativi. Per avvocati e parti processuali, ciò significa una maggiore prevedibilità dei costi di un giudizio e un monito per i giudici di merito a motivare scrupolosamente qualsiasi deviazione dai parametri tariffari standard.

Come si calcolano le spese legali se il giudice accoglie la domanda solo per un importo inferiore a quello richiesto?
Le spese legali si calcolano avendo come riferimento la somma effettivamente riconosciuta e liquidata dal giudice nella sentenza (il ‘decisum’), e non l’importo originariamente richiesto dall’attore (‘domandato’).

Cosa succede alle spese del primo grado se la sentenza viene modificata in appello?
Se la sentenza di primo grado viene riformata, anche solo parzialmente, il giudice d’appello deve ricalcolare e liquidare nuovamente le spese legali anche per il primo grado di giudizio, basandosi sull’esito finale della controversia.

Un giudice può liquidare spese legali in misura superiore ai massimi previsti dalla tariffa forense?
Sì, ma solo in casi eccezionali e deve fornire una motivazione specifica e dettagliata che giustifichi le ragioni di tale aumento, altrimenti la sua decisione è illegittima e può essere impugnata.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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