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Licenziamento ritorsivo: limiti del ricorso in Cassazione

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una lavoratrice che sosteneva la natura di licenziamento ritorsivo del proprio recesso. La Corte ha ribadito che la valutazione del motivo ritorsivo è una questione di fatto, di competenza dei giudici di merito, e non può essere riesaminata in sede di legittimità. Anche la quantificazione dell’indennità risarcitoria rientra nella discrezionalità del giudice di merito.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Licenziamento Ritorsivo: La Cassazione e i Limiti del Giudizio di Legittimità

L’ordinanza n. 18099/2024 della Corte di Cassazione offre un’importante occasione per fare chiarezza su due aspetti cruciali del diritto del lavoro: la prova del licenziamento ritorsivo e i limiti del sindacato del giudice di legittimità sulla quantificazione dell’indennità risarcitoria. La Corte ha ribadito principi consolidati, sottolineando la netta separazione tra il giudizio di merito, incentrato sui fatti, e quello di legittimità, focalizzato sulla corretta applicazione del diritto.

I Fatti di Causa

Una lavoratrice, assunta a tempo indeterminato nel 2016, veniva licenziata per giustificato motivo oggettivo da un’associazione di categoria. La dipendente impugnava il licenziamento, sostenendone non solo l’illegittimità per mancanza del motivo oggettivo, ma anche la natura ritorsiva, ovvero la sua nullità perché basato su un intento vendicativo del datore di lavoro.

Sia il Tribunale di primo grado che la Corte d’Appello accoglievano parzialmente le ragioni della lavoratrice. I giudici di merito ritenevano effettivamente illegittimo il licenziamento per insussistenza del giustificato motivo oggettivo. Tuttavia, respingevano la domanda relativa alla ritorsione, ritenendo che la lavoratrice non avesse fornito prove sufficienti a dimostrare l’intento illecito del datore di lavoro. Di conseguenza, il rapporto di lavoro veniva dichiarato risolto e l’azienda condannata al pagamento di un’indennità risarcitoria, quantificata in sette mensilità, tenendo conto della breve anzianità di servizio maturata dall’ultima assunzione.

Il ricorso in Cassazione sui limiti del licenziamento ritorsivo

La lavoratrice, insoddisfatta della decisione, proponeva ricorso per Cassazione affidandosi a due motivi principali.

La presunzione di ritorsività

Con il primo motivo, la ricorrente sosteneva che, una volta accertata l’insussistenza del giustificato motivo oggettivo, i giudici avrebbero dovuto riconoscere una ‘presunzione assoluta di ritorsività’. In altre parole, la mancanza di una ragione economica valida per il licenziamento avrebbe dovuto, di per sé, dimostrare l’intento illecito e vendicativo del datore di lavoro, portando alla declaratoria di nullità del recesso.

L’errata quantificazione dell’indennità

Con il secondo motivo, veniva contestato l’importo dell’indennità liquidata. La lavoratrice lamentava che i giudici non avessero tenuto conto dei pregressi rapporti di lavoro intercorsi con la stessa azienda, limitandosi a considerare solo l’anzianità maturata a partire dall’ultima assunzione a tempo indeterminato.

Le motivazioni della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile in ogni sua parte, confermando integralmente la sentenza d’appello.

La decisione si fonda su principi giurisprudenziali consolidati, che distinguono nettamente il ruolo del giudice di merito da quello del giudice di legittimità.

Sul motivo del licenziamento ritorsivo

La Corte ha ribadito con fermezza che la valutazione circa la natura ritorsiva di un licenziamento costituisce una quaestio facti, ovvero un accertamento di fatto. Tale accertamento è di esclusiva competenza dei giudici di merito (Tribunale e Corte d’Appello), i quali hanno il compito di analizzare le prove e gli indizi presentati dalle parti. La Corte di Cassazione, invece, è un giudice di legittimità: il suo ruolo non è quello di riesaminare i fatti o di sostituire la propria valutazione a quella dei giudici dei gradi precedenti, ma solo di verificare la corretta applicazione delle norme di diritto e la coerenza logica della motivazione. Poiché nel caso di specie i giudici di merito avevano concluso, con una motivazione adeguata, che la prova della ritorsione non era stata raggiunta, la Cassazione non poteva entrare nel merito di tale valutazione. L’insussistenza del motivo oggettivo, da sola, non è sufficiente a provare l’intento ritorsivo, che deve essere dimostrato dal lavoratore con elementi specifici.

Sulla quantificazione dell’indennità

Anche il secondo motivo è stato giudicato inammissibile. La Corte ha ricordato che, nel sistema introdotto dal D.Lgs. 23/2015 (Jobs Act) e modulato dagli interventi della Corte Costituzionale, la determinazione dell’indennità risarcitoria tra un minimo e un massimo di legge è affidata alla valutazione discrezionale del giudice di merito. Questi deve bilanciare vari criteri, come l’anzianità di servizio, il numero dei dipendenti, le dimensioni dell’attività economica e il comportamento delle parti. Tale valutazione è censurabile in Cassazione solo per vizi gravissimi della motivazione, come l’omesso esame di un fatto decisivo o una motivazione del tutto assente o apparente, ipotesi non riscontrate nel caso in esame. La Corte d’Appello aveva fornito una motivazione sufficiente, rispettando il cosiddetto ‘minimum costituzionale’.

Conclusioni

L’ordinanza in commento rafforza due importanti principi per chi si confronta con un contenzioso in materia di lavoro. In primo luogo, la prova del licenziamento ritorsivo grava sul lavoratore e deve essere solida e convincente già nei primi due gradi di giudizio, poiché le possibilità di rimettere in discussione l’accertamento dei fatti in Cassazione sono estremamente limitate. In secondo luogo, la quantificazione dell’indennità risarcitoria gode di un’ampia discrezionalità da parte del giudice di merito, e le sue decisioni, se motivate in modo congruo, sono difficilmente attaccabili in sede di legittimità.

Se un licenziamento per giustificato motivo oggettivo si rivela illegittimo, è automaticamente considerato ritorsivo?
No, la sentenza chiarisce che l’illegittimità del motivo oggettivo non crea una ‘presunzione assoluta di ritorsività’. Il lavoratore deve comunque fornire prove e indizi sufficienti a dimostrare l’intento illecito e vendicativo del datore di lavoro.

La Corte di Cassazione può riesaminare le prove per decidere se un licenziamento è stato ritorsivo?
No. La valutazione se un licenziamento sia stato intimato per ritorsione è una ‘quaestio facti’, cioè una questione di fatto, che spetta esclusivamente ai giudici di merito (Tribunale e Corte d’Appello). La Cassazione può intervenire solo per vizi di legittimità, non per un nuovo esame dei fatti.

Nel calcolare l’indennità per licenziamento illegittimo, il giudice deve considerare i rapporti di lavoro precedenti tra le stesse parti?
Non necessariamente. La sentenza conferma che la determinazione dell’indennità rientra nella discrezionalità del giudice di merito, che può basarsi sull’anzianità di servizio maturata nell’ultimo rapporto di lavoro, specialmente se i precedenti si sono conclusi con una conciliazione, senza che tale scelta sia sindacabile in Cassazione se adeguatamente motivata.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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