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Licenziamento per comporto nullo se l’azienda non prova l’assenza

La Corte di Cassazione ha dichiarato illegittimo il licenziamento per superamento del periodo di comporto di un lavoratore. L’Azienda, pur avendo revocato un precedente licenziamento disciplinare, non è riuscita a dimostrare in giudizio che il dipendente avesse effettivamente superato il limite massimo di giorni di assenza per malattia previsto dal contratto collettivo. La Suprema Corte ha stabilito che l’onere della prova spetta interamente al datore di lavoro. In assenza di tale prova, il licenziamento è nullo. Di conseguenza, il Lavoratore ha ottenuto la reintegrazione nel posto di lavoro e il relativo risarcimento del danno.

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Pubblicato il 26 aprile 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

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Riferimento Ordinanza di Cassazione Civile Sez. Lavoro Num. 6339 Anno 2023 (Cass. civ. sez. lavoro n. 6339/2023)

Licenziamento per malattia: quando è nullo?

Un recente intervento della Corte di Cassazione chiarisce un punto fondamentale sul licenziamento per superamento del periodo di comporto. La sentenza stabilisce un principio netto: se l’azienda non prova con esattezza il numero di giorni di assenza del dipendente, il licenziamento è illegittimo. Questo caso offre spunti importanti per comprendere i doveri del datore di lavoro e i diritti del lavoratore quando la malattia si protrae nel tempo. La vicenda riguarda un lavoratore che, dopo una complessa serie di eventi, si è visto recapitare una lettera di licenziamento per aver superato il limite massimo di assenze per malattia.

La vicenda: un licenziamento basato su assenze non provate

I fatti iniziano quando un’Azienda licenzia un suo dipendente. La motivazione addotta è il superamento del periodo di comporto, ovvero il tetto massimo di giorni di assenza per malattia consentito dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) di settore. Il Lavoratore decide di impugnare il provvedimento, sostenendo che il calcolo effettuato dall’Azienda fosse errato e che, di conseguenza, non avesse superato il limite previsto. La questione interessante è che questo licenziamento ne seguiva un altro, di natura disciplinare, che la stessa Azienda aveva di fatto revocato emettendo il nuovo provvedimento. Questo dettaglio, sebbene secondario, mostra la complessità della situazione gestita dall’impresa.

L’onere della prova nel licenziamento per superamento del periodo di comporto

Il punto cruciale della controversia legale è stato stabilire chi dovesse provare l’effettivo superamento dei giorni di malattia. Il Lavoratore ha contestato il numero di giorni di assenza calcolati dall’Azienda. A fronte di questa contestazione, spettava all’Azienda dimostrare, documenti alla mano, che il proprio dipendente era stato assente per un numero di giorni superiore a quello permesso. L’onere della prova, in questi casi, ricade interamente sul datore di lavoro. Non è sufficiente affermare che il limite è stato superato; bisogna provarlo in modo inconfutabile. L’Azienda, nel corso del processo, non è riuscita a fornire questa prova decisiva.

Le motivazioni: la mancata prova rende il licenziamento illegittimo

La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, basando la sua sentenza su una logica chiara e rigorosa. I giudici hanno stabilito che, poiché l’Azienda non aveva fornito la prova del superamento del periodo di comporto, il licenziamento era da considerarsi illegittimo. La Corte ha sottolineato che la revoca implicita del primo licenziamento (quello disciplinare) rendeva il secondo provvedimento l’unico rilevante. La legittimità di questo secondo licenziamento dipendeva esclusivamente dalla dimostrazione del fatto che lo aveva generato: l’eccessiva morbilità. Mancando questa prova fondamentale, l’intero castello accusatorio dell’Azienda è crollato. La decisione si fonda su una ratio decidendi (una ragione del decidere) autonoma e sufficiente: senza prova, non c’è violazione.

Le conclusioni: il lavoratore vince e viene reintegrato

L’esito finale della vicenda è stato favorevole al Lavoratore. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell’Azienda, condannandola a reintegrare il dipendente nel suo posto di lavoro. Oltre alla reintegrazione, l’Azienda è stata obbligata a pagare un’indennità risarcitoria pari a 12 mensilità dell’ultima retribuzione e a versare tutti i contributi previdenziali e assistenziali dal giorno del licenziamento fino alla effettiva reintegra. Questa sentenza ribadisce un principio di garanzia fondamentale: un licenziamento per superamento del periodo di comporto è un atto grave che richiede una base probatoria solida e inattaccabile da parte del datore di lavoro.

In caso di licenziamento per troppe assenze, chi deve dimostrare il numero esatto di giorni di malattia?
L’onere della prova spetta sempre al datore di lavoro. Deve dimostrare in modo documentato che il lavoratore ha superato il limite massimo di giorni di assenza previsto dal contratto.

Cosa succede se il datore di lavoro non riesce a provare il superamento del periodo di comporto?
Se il datore di lavoro non fornisce la prova, il licenziamento viene dichiarato illegittimo. Le conseguenze possono includere la reintegrazione del lavoratore e il risarcimento del danno.

Un’azienda può revocare un licenziamento per poi emetterne un altro con una motivazione diversa?
Sì, è possibile. Tuttavia, il secondo licenziamento deve essere fondato su motivi legittimi e autonomi, e l’azienda deve essere in grado di provarne la validità in giudizio.

Termini giuridici

Periodo di comporto
Il numero massimo di giorni di assenza per malattia consentiti dalla legge o dal contratto collettivo, durante i quali il lavoratore ha diritto alla conservazione del posto di lavoro.
Reintegrazione
L'ordine del giudice che obbliga il datore di lavoro a riammettere in servizio il lavoratore licenziato illegittimamente.
Ratio decidendi
La ragione giuridica fondamentale su cui si basa la decisione di un giudice.
Facta concludentia
Espressione latina che indica comportamenti e azioni che, pur non essendo dichiarazioni esplicite, manifestano in modo inequivocabile la volontà di una persona.
Giudicato
Indica una sentenza che non può più essere modificata o impugnata, diventando così definitiva e vincolante per le parti.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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