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Licenziamento collettivo dirigente: la Cassazione decide

Un dirigente impugna il proprio licenziamento, avvenuto nell’ambito di una procedura di riduzione del personale. La Corte di Cassazione ha esaminato e respinto il ricorso, dichiarando inammissibili tutti i cinque motivi presentati. La sentenza chiarisce importanti aspetti procedurali sul licenziamento collettivo dirigente, tra cui la gestione delle comunicazioni sindacali, l’onere della prova e i limiti del sindacato di legittimità sulla valutazione delle prove e sull’esistenza di un unico centro di imputazione del rapporto di lavoro.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Licenziamento collettivo dirigente: la Cassazione fa chiarezza sulla procedura

La Corte di Cassazione, con una recente ordinanza, ha affrontato un caso complesso di licenziamento collettivo dirigente, fornendo importanti chiarimenti sui requisiti procedurali e sui limiti del sindacato di legittimità. La pronuncia esamina cinque diversi motivi di ricorso, dichiarandoli tutti inammissibili e confermando così la validità del licenziamento intimato a un manager da una società in liquidazione. Analizziamo i dettagli di questa decisione per comprenderne la portata e le implicazioni pratiche.

I Fatti di Causa

Un dirigente, licenziato per riduzione del personale da una Società A in liquidazione, aveva citato in giudizio sia la sua ex datrice di lavoro sia una Società B, sostenendo l’illegittimità del recesso. La sua richiesta di accertare la violazione della procedura prevista dalla Legge n. 223/1991 e di ottenere un’indennità risarcitoria era stata respinta sia in primo grado sia dalla Corte d’Appello. Quest’ultima, in particolare, aveva ritenuto corretta la procedura seguita dall’azienda per il licenziamento dei dirigenti e aveva escluso che le due società convenute potessero essere considerate un unico centro di imputazione del rapporto di lavoro. Contro questa decisione, il dirigente ha proposto ricorso per cassazione, articolato in cinque distinti motivi.

I Motivi del Ricorso in Cassazione

Il ricorrente ha basato la sua impugnazione su diverse doglianze:

1. Mancata riunione dei procedimenti: Contestava la decisione del giudice di primo grado di non aver riunito la sua causa con quelle di altri due dirigenti licenziati.
2. Incapacità a testimoniare: Criticava la motivazione della sentenza d’appello riguardo all’eccezione di incapacità a testimoniare sollevata nei confronti di un testimone.
3. Violazione della procedura: Sosteneva la violazione dell’art. 4 della Legge 223/91 per la mancata comunicazione iniziale di avvio della procedura al sindacato di categoria dei dirigenti.
4. Omessa pronuncia: Lamentava la mancata ammissione di una prova testimoniale richiesta per dimostrare le irregolarità della procedura.
5. Unitarietà del gruppo: Denunciava una motivazione carente sulla dedotta esistenza di un unico centro di imputazione del rapporto di lavoro tra le due società.

L’Analisi della Corte sul licenziamento collettivo dirigente

La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili tutti i motivi del ricorso. Riguardo alla mancata riunione dei giudizi, ha ribadito che si tratta di un provvedimento discrezionale del giudice, non sindacabile in sede di legittimità. Per quanto concerne l’incapacità del testimone, la Corte ha sottolineato che il ricorrente non aveva specificato se e come avesse reiterato l’eccezione dopo l’assunzione della testimonianza, come richiesto dalla procedura.

Sul punto centrale del licenziamento collettivo dirigente, la Corte ha confermato l’orientamento secondo cui la procedura è applicabile anche a tale categoria. Ha ritenuto che, nel caso di specie, gli adempimenti fossero stati correttamente eseguiti, sebbene con modalità separate rispetto ai lavoratori non dirigenti. La comunicazione al sindacato di categoria era avvenuta, e quest’ultimo aveva partecipato a due incontri, concludendo la procedura senza accordo. Secondo i giudici, non vi erano elementi per affermare che il sindacato non avesse potuto svolgere il suo ruolo di controllo.

Infine, sono stati rigettati anche gli ultimi due motivi: l’omessa pronuncia sulla richiesta di prova è stata ritenuta insussistente, in quanto la richiesta era implicitamente respinta per irrilevanza; il vizio di motivazione sull’unitarietà del gruppo è stato giudicato inammissibile in presenza di una “doppia conforme”, ovvero due sentenze di merito con la stessa valutazione dei fatti.

Le Motivazioni

Le motivazioni della Corte si fondano su principi consolidati della procedura civile e del diritto del lavoro. La decisione di non riunire i procedimenti è un potere discrezionale del giudice di merito, volto a garantire l’ordine e l’economia processuale, e non può essere censurato in Cassazione se non per vizi gravi che qui non sono stati ravvisati. La disciplina sull’incapacità a testimoniare (art. 246 c.p.c.) è stata interpretata con rigore, richiedendo alla parte interessata di eccepire la nullità immediatamente dopo l’escussione del teste. Sulla procedura di licenziamento, la Corte ha dato peso all’effettività del confronto sindacale, ritenendo che la società avesse fornito le informazioni necessarie e che il sindacato avesse avuto modo di esercitare le proprie prerogative. La valutazione sull’esistenza di un unico centro di imputazione, infine, è una questione di fatto, la cui revisione è preclusa in sede di legittimità quando i giudici di primo e secondo grado giungono alla medesima conclusione basandosi sulle stesse prove.

Le Conclusioni

L’ordinanza ribadisce la correttezza di gestire separatamente la procedura di licenziamento per i dirigenti rispetto a quella per le altre categorie di lavoratori, purché venga garantito un effettivo coinvolgimento delle organizzazioni sindacali rappresentative. La decisione sottolinea inoltre il rigore formale richiesto nell’articolare i motivi di ricorso per cassazione, specialmente per quanto riguarda le questioni procedurali e la valutazione delle prove. Per le aziende, emerge la conferma che una procedura ben documentata e trasparente, che coinvolga correttamente le rappresentanze sindacali, è la migliore difesa contro le impugnazioni. Per i dirigenti, la sentenza evidenzia l’importanza di sollevare e coltivare le eccezioni procedurali nei tempi e modi corretti durante i giudizi di merito.

Un giudice è obbligato a riunire cause simili promosse da più lavoratori licenziati?
No, la riunione dei procedimenti è un provvedimento che rientra nel potere discrezionale del giudice e si fonda su valutazioni di mera opportunità. La sua mancata adozione non è, di norma, sindacabile in sede di Cassazione.

La procedura di licenziamento collettivo di un dirigente è valida se gestita separatamente da quella degli altri dipendenti?
Sì, la Corte ha ritenuto che la procedura sia valida purché vengano rispettati gli adempimenti prescritti dalla normativa, garantendo un effettivo confronto con l’organizzazione sindacale di categoria dei dirigenti, anche attraverso incontri e comunicazioni dedicate.

Quando è possibile contestare in Cassazione la mancata ammissione di una prova testimoniale?
La contestazione di una mancata ammissione di prove (omessa pronuncia su un’istanza istruttoria) non è configurabile come omissione di pronuncia su una domanda di merito. Nel caso specifico, la Corte ha ritenuto la richiesta implicitamente respinta per irrilevanza, avendo comunque deciso compiutamente sull’impugnazione, rendendo il motivo di ricorso inammissibile.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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