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Lavoro subordinato giornalistico: quando si applica

La Cassazione conferma che l’attività di addetto stampa presso un ente pubblico, se svolta con continuità e sotto la direzione dell’ente, configura un rapporto di lavoro subordinato giornalistico. Irrilevante il nome del contratto (collaborazione) se i fatti dimostrano la subordinazione, con conseguente obbligo di versare i contributi previdenziali all’ente di categoria.

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Pubblicato il 16 febbraio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Contratto di collaborazione o lavoro subordinato giornalistico? La Cassazione chiarisce

L’inquadramento di un rapporto di lavoro è una questione cruciale, con importanti ricadute contributive e normative. Un’ordinanza della Corte di Cassazione, la n. 2998/2023, offre spunti fondamentali per distinguere una collaborazione autonoma da un vero e proprio lavoro subordinato giornalistico, specialmente nel contesto della pubblica amministrazione. La Corte ha stabilito che la qualifica formale del contratto cede il passo alla realtà fattuale del rapporto, confermando l’obbligo contributivo a carico di un ente pubblico per il suo addetto stampa.

Il caso: un addetto stampa con contratto di collaborazione

Un Ente Pubblico Locale aveva stipulato un contratto di collaborazione coordinata e continuativa con un professionista per ricoprire il ruolo di responsabile dell’Ufficio Stampa. L’ente previdenziale di categoria dei giornalisti, tuttavia, riteneva che la natura del rapporto fosse ben diversa. Sostenendo che si trattasse di un’attività giornalistica svolta in regime di subordinazione, l’ente aveva ottenuto un decreto ingiuntivo per il pagamento dei relativi contributi previdenziali.

La decisione della Corte d’Appello: prevale la realtà dei fatti

La Corte d’Appello, riformando la decisione di primo grado, aveva dato ragione all’ente previdenziale. Sulla base delle testimonianze raccolte, i giudici di merito avevano concluso che la prestazione del professionista non era una semplice collaborazione autonoma. Egli, infatti:
* Metteva a disposizione le proprie energie lavorative in modo costante e non occasionale.
* Era stabilmente inserito nella struttura organizzativa dell’ente.
* Svolgeva la propria attività sotto la direzione e il controllo del Presidente e dei componenti della Giunta.

Questi elementi, secondo la Corte territoriale, erano sufficienti per qualificare il rapporto come lavoro subordinato di natura giornalistica, a prescindere dal nomen iuris (cioè il nome) del contratto stipulato.

Il ricorso in Cassazione e il concetto di lavoro subordinato giornalistico

L’Ente Pubblico ha impugnato la decisione in Cassazione, basando il proprio ricorso su diversi motivi. In sintesi, sosteneva che la Corte d’Appello avesse errato nel ritenere giornalistica l’attività, nell’interpretare le testimonianze e nel non considerare che il contratto fosse di collaborazione, senza alcun vincolo di subordinazione. L’ente contestava quindi la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato giornalistico.

L’analisi della Suprema Corte: i motivi del rigetto

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, ritenendolo in parte infondato e in parte inammissibile. I giudici hanno chiarito due punti fondamentali.

1. La natura giornalistica dell’attività di addetto stampa

Il primo motivo di ricorso è stato dichiarato infondato. La Cassazione ha richiamato una sua precedente e autorevole pronuncia a Sezioni Unite (n. 21764/2021), la quale ha stabilito che l’attività dell’addetto all’ufficio stampa, disciplinata dalla legge n. 150/2000, è a tutti gli effetti un’attività di natura giornalistica. Questo comporta, come conseguenza diretta, l’obbligo di iscrizione all’ente previdenziale di categoria.

2. L’insindacabilità della valutazione dei fatti in sede di legittimità

Gli altri motivi di ricorso sono stati giudicati inammissibili. La Cassazione ha spiegato che l’Ente Pubblico, pur lamentando una violazione di legge, stava in realtà cercando di ottenere una nuova e diversa valutazione delle prove (in particolare, delle testimonianze), attività che è preclusa in sede di legittimità. La ricostruzione dei fatti e l’apprezzamento delle prove sono compiti esclusivi del giudice di merito. La Corte di Cassazione può intervenire solo per errori di diritto o per l’omesso esame di un fatto storico decisivo, cosa che nel caso di specie non era avvenuta.

Le motivazioni

La Corte di merito aveva correttamente motivato la propria decisione sulla base di elementi concreti che indicavano la subordinazione. Il lavoratore non solo predisponeva comunicati stampa, ma lo faceva seguendo le direttive del vertice politico-amministrativo, che decideva quali notizie diffondere e quali comunicati approvare. A ciò si aggiungevano altri indici classici della subordinazione: uno stipendio fisso mensile e limitazioni contrattuali per assenze, malattia e infortuni. La Corte d’Appello ha quindi correttamente concluso che, al di là della forma, la sostanza del rapporto era quella di un lavoro subordinato.

Le conclusioni

L’ordinanza ribadisce un principio consolidato: nella qualificazione di un rapporto di lavoro, la sostanza prevale sulla forma. Un contratto di collaborazione che, nei fatti, presenta le caratteristiche della subordinazione (eterodirezione, inserimento stabile nell’organizzazione, orario, retribuzione fissa) verrà considerato tale ai fini legali e contributivi. Questa decisione rappresenta un importante monito per i datori di lavoro, inclusi gli enti pubblici, a prestare la massima attenzione alle concrete modalità di svolgimento delle prestazioni, poiché il semplice nome attribuito al contratto non è sufficiente a escludere gli obblighi derivanti da un rapporto di lavoro subordinato.

L’attività di addetto stampa di un ente pubblico è considerata attività giornalistica?
Sì, la Corte di Cassazione, richiamando una propria precedente pronuncia a Sezioni Unite, ha affermato che l’attività svolta dall’addetto all’ufficio stampa rientra nella natura giornalistica e comporta l’obbligo di iscrizione all’ente previdenziale di categoria.

Se un contratto è denominato “di collaborazione”, può essere considerato di lavoro subordinato?
Sì. Secondo la Corte, il nome giuridico (“nomen iuris”) dato al contratto non è decisivo. Ciò che conta sono le concrete modalità di svolgimento del rapporto. Se emergono indici di subordinazione (come il controllo e la direzione del datore di lavoro, un compenso fisso, l’inserimento stabile nell’organizzazione), il rapporto viene qualificato come subordinato a prescindere dal nome del contratto.

È possibile contestare in Cassazione la valutazione delle prove testimoniali fatta dal giudice di merito?
No, di regola non è possibile. La valutazione delle prove, come le testimonianze, è un compito del giudice di merito (Tribunale, Corte d’Appello). In Cassazione si può denunciare solo un errore di diritto o l’omesso esame di un fatto storico decisivo, ma non si può chiedere alla Corte di rivalutare le prove per giungere a una diversa ricostruzione dei fatti.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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