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Lavoro subordinato: come riconoscerlo in concreto

Una psichiatra, formalmente legata da un contratto di collaborazione, ha ottenuto il riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato. La Cassazione ha confermato che le modalità effettive di svolgimento della prestazione, come il rispetto di turni e direttive, prevalgono sul nome del contratto. Tuttavia, ha rinviato il caso alla Corte d’Appello per errori nel calcolo del risarcimento e per non aver considerato i guadagni percepiti dalla lavoratrice dopo il licenziamento (aliunde perceptum).

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Lavoro Subordinato Mascherato: Quando la Realtà Supera il Contratto

Un contratto di collaborazione coordinata e continuativa può nascondere un vero e proprio rapporto di lavoro subordinato? La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 17182/2024, torna su questo tema cruciale, ribadendo un principio fondamentale: a contare non è il nome del contratto, ma la sostanza del rapporto. Il caso analizzato riguarda una psichiatra che, pur essendo formalmente una collaboratrice, operava di fatto come una dipendente, soggetta a turni, direttive e all’organizzazione aziendale.

I Fatti del Caso: Dalla Collaborazione alla Subordinazione

Una dottoressa specialista in psichiatria ha lavorato per oltre quattro anni presso una struttura sanitaria privata in virtù di un contratto di collaborazione. Alla cessazione del rapporto, che lei ha ritenuto un licenziamento illegittimo, ha adito il Tribunale per chiedere il riconoscimento della natura subordinata del suo lavoro. Sosteneva di essere stata a tutti gli effetti una dipendente, inserita stabilmente nell’organizzazione aziendale e soggetta al potere direttivo dei responsabili della clinica. Inizialmente, il Tribunale ha respinto la sua domanda, ma la Corte d’Appello ha ribaltato la decisione, accogliendo le ragioni della lavoratrice.

La Decisione della Corte d’Appello

I giudici di secondo grado hanno ritenuto provata la subordinazione sulla base di diversi elementi emersi dalle testimonianze. In particolare, è stato accertato che la dottoressa:
* Rispettava turni e fasce orarie predisposti dalla clinica.
* Seguiva le direttive terapeutiche impartite da un responsabile per ogni paziente.
* Svolgeva le stesse mansioni, con le stesse modalità operative, dei colleghi assunti come dipendenti.
* Utilizzava i locali e gli strumenti di proprietà della società.
* Percepiva un compenso fisso, senza essere esposta ad alcun rischio d’impresa.
Sulla base di questi indici, la Corte d’Appello ha qualificato il rapporto come lavoro subordinato, condannando la società al pagamento delle differenze retributive e alle tutele previste per il licenziamento illegittimo.

Il Ricorso in Cassazione e il Principio del Lavoro Subordinato

La società sanitaria ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la violazione delle norme che distinguono il lavoro autonomo da quello subordinato. La Suprema Corte, tuttavia, ha respinto la maggior parte dei motivi di ricorso, confermando la correttezza del ragionamento della Corte d’Appello. Gli Ermellini hanno ribadito che, per qualificare un rapporto di lavoro, è necessario andare oltre il nomen iuris (il nome dato al contratto) e analizzare le concrete modalità di svolgimento della prestazione. L’assoggettamento del lavoratore al potere direttivo, organizzativo e disciplinare del datore di lavoro è l’elemento distintivo del lavoro subordinato. Questo potere può manifestarsi in forma più attenuata nelle prestazioni di natura intellettuale, ma la sua presenza, dimostrata da indici come il rispetto di orari e direttive, è decisiva.

Le Motivazioni della Cassazione: I Punti Critici

Nonostante la conferma del principio di diritto, la Cassazione ha accolto due specifici motivi di ricorso, cassando la sentenza e rinviando il caso a una nuova sezione della Corte d’Appello. I punti critici erano:
1. Omessa pronuncia sull’aliunde perceptum: La società aveva chiesto che dal risarcimento del danno fossero detratti i guadagni che la dottoressa aveva percepito lavorando altrove dopo il licenziamento. La Corte d’Appello aveva completamente ignorato questa eccezione. La Cassazione ha stabilito che i giudici del rinvio dovranno esaminarla, verificando se e quali compensi siano compatibili o meno con il risarcimento.
2. Manifesta illogicità nel calcolo delle differenze retributive: La sentenza d’appello presentava una contraddizione inspiegabile. Aveva dichiarato l’esistenza del rapporto di lavoro subordinato a partire dal 1° gennaio 2005, ma poi aveva calcolato le differenze retributive solo a partire da giugno 2005. Questa discrasia, priva di motivazione, ha reso necessaria la cassazione della sentenza anche su questo punto.

Conclusioni: Cosa Insegna Questa Ordinanza

L’ordinanza n. 17182/2024 offre due importanti lezioni. La prima, di natura sostanziale, è che la qualificazione di un rapporto di lavoro dipende dalla realtà fattuale e non dalle etichette formali. L’essere inseriti in un’organizzazione aziendale e sottostare a direttive e orari sono indicatori forti di un rapporto di lavoro subordinato, anche per professionisti di alto livello. La seconda lezione è di natura processuale: in un giudizio, tutte le eccezioni sollevate dalle parti devono essere esaminate dal giudice, e le decisioni, specialmente quelle che implicano calcoli economici, devono essere coerenti e motivate per evitare censure in sede di legittimità.

Il nome dato al contratto (es. ‘collaborazione’) è decisivo per escludere il lavoro subordinato?
No, non è decisivo. La Cassazione ribadisce che i giudici devono guardare alle concrete modalità di svolgimento del rapporto. Se il lavoratore è soggetto al potere direttivo e organizzativo del committente, il rapporto è di natura subordinata, a prescindere dal ‘nomen iuris’ del contratto.

Lavorare per altri clienti o non avere l’esclusiva impedisce di essere considerati lavoratori subordinati?
No. La Corte ha chiarito che, nel lavoro subordinato privato, il vincolo di esclusività non è un requisito essenziale. Pertanto, svolgere altre attività o emettere fatture non progressive non esclude di per sé la natura subordinata del rapporto principale.

Cosa significa ‘aliunde perceptum’ e perché è importante in caso di licenziamento illegittimo?
L”aliunde perceptum’ si riferisce ai guadagni che il lavoratore ha ottenuto da altre attività lavorative dopo il licenziamento. È importante perché, se il datore di lavoro solleva questa eccezione, tali guadagni possono essere detratti dal risarcimento del danno dovuto al lavoratore. La Corte di Cassazione ha cassato la sentenza d’appello proprio perché i giudici non avevano esaminato questa specifica eccezione sollevata dall’azienda.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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