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Irrisorietà della pretesa e risarcimento del danno

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 17344/2024, ha stabilito che per valutare l’irrisorietà della pretesa ai fini del risarcimento per eccessiva durata del processo (Legge Pinto), non basta considerare il valore oggettivo del credito, ma è necessario rapportarlo anche alle condizioni economiche del richiedente. Nel caso di specie, una società con un patrimonio miliardario si è vista negare un indennizzo di circa 3.000 euro, poiché tale somma è stata ritenuta insignificante rispetto alla sua solidità finanziaria, facendo così venir meno la presunzione di un danno effettivo.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Civile, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Irrisorietà della pretesa: il patrimonio del creditore conta per il risarcimento

L’eccessiva durata dei processi è una nota dolente del sistema giudiziario italiano, e la Legge Pinto offre uno strumento di tutela per chi subisce un danno da questa lungaggine. Tuttavia, non tutte le richieste di indennizzo sono destinate al successo. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione chiarisce un punto cruciale: la valutazione dell’irrisorietà della pretesa, che può escludere il diritto al risarcimento, non dipende solo dal valore assoluto della causa, ma deve essere rapportata alla solidità economica del richiedente. In altre parole, ciò che è significativo per un piccolo artigiano potrebbe non esserlo per una multinazionale.

I Fatti del Caso

Una grande società per azioni, con un capitale sociale di oltre 126 milioni di euro e un patrimonio netto superiore a 1,7 miliardi, aveva ottenuto l’ammissione al passivo di una procedura fallimentare per un credito di circa 3.146 euro. A causa della durata irragionevole di tale procedura, la società aveva chiesto e ottenuto dalla Corte d’Appello un indennizzo per equa riparazione.

Il Ministero della Giustizia si è opposto a questa decisione, portando il caso dinanzi alla Corte di Cassazione. L’argomentazione del Ministero era semplice ma potente: una somma di 3.146 euro è del tutto insignificante per un’entità economica di tali dimensioni, rappresentando una frazione infinitesimale (lo 0,0001%) del suo patrimonio netto. Pertanto, la pretesa doveva considerarsi irrisoria e non meritevole di tutela risarcitoria.

La Decisione della Corte d’Appello e il Ricorso

La Corte d’Appello di Napoli aveva respinto l’opposizione del Ministero. Secondo i giudici di merito, la valutazione dell’irrisorietà della pretesa doveva essere condotta solo su base oggettiva. Poiché la somma di 3.146 euro non è di per sé “bagatellare”, non si poteva tenere conto delle floride condizioni patrimoniali della società creditrice. Ragionare diversamente, secondo la Corte territoriale, avrebbe significato negare a priori qualsiasi risarcimento a soggetti economicamente solidi, anche a fronte di un danno reale.

Insoddisfatto, il Ministero ha presentato ricorso per cassazione, denunciando la violazione e falsa applicazione della legge, in particolare dell’art. 2, comma 2-sexies, lettera g), della Legge n. 89/2001. Questa norma presume l’insussistenza del pregiudizio in caso di “irrisorietà della pretesa o del valore della causa, valutata anche in relazione alle condizioni personali della parte”. Il punto centrale del ricorso era proprio questo: la Corte d’Appello aveva ignorato l’esplicito riferimento legislativo alle “condizioni personali”, omettendo una valutazione soggettiva fondamentale.

Le Motivazioni della Suprema Corte

La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Ministero, cassando la decisione della Corte d’Appello. Gli Ermellini hanno fornito una chiara e articolata interpretazione della norma, stabilendo che la valutazione dell’irrisorietà della pretesa deve necessariamente basarsi su un doppio binario:

1. Criterio Oggettivo: Il valore intrinseco della lite, ovvero l’importo economico in gioco.
2. Criterio Soggettivo: La rilevanza di tale importo in rapporto alla situazione socio-economica e patrimoniale della parte che chiede il risarcimento.

La Corte ha sottolineato che l’inciso “valutata anche in relazione alle condizioni personali della parte” non è una mera clausola di stile, ma un preciso obbligo per il giudice. Ignorarlo significa disapplicare la legge. La norma mira a escludere dall’indennizzo quelle situazioni in cui la “posta in gioco” è così trascurabile per il richiedente da non configurare un reale pregiudizio meritevole di tutela.

Il ragionamento della Cassazione si allinea perfettamente alla giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU). La Corte EDU, infatti, nega l’abuso del diritto di ricorso solo quando una richiesta riguarda somme irrisorie che non incidono minimamente sugli interessi legittimi del ricorrente. Viene citato il caso di un funzionario tedesco con un alto stipendio che aveva intentato una causa per il rimborso di un integratore alimentare da 7,99 euro: in quel contesto, la Corte europea aveva considerato sproporzionato l’uso del sistema di protezione convenzionale.

Applicando questi principi al caso di specie, la Cassazione ha concluso che la Corte d’Appello ha errato nel limitarsi alla sola dimensione oggettiva. Avrebbe dovuto, invece, effettuare un giudizio comparativo tra l’importo richiesto (3.146 euro) e la straordinaria capacità economica della società (patrimonio miliardario), per stabilire se esistesse una reale posta in gioco per quest’ultima.

Conclusioni e Implicazioni Pratiche

Questa ordinanza consolida un principio di fondamentale importanza pratica: il diritto all’equa riparazione per l’eccessiva durata del processo non è automatico. Per ottenere un indennizzo, non basta dimostrare la lungaggine, ma è necessario che la pretesa alla base della causa non sia irrisoria. La valutazione di tale irrisorietà della pretesa è complessa e richiede di considerare non solo quanto si chiede, ma anche chi lo chiede. Le grandi società e i soggetti con patrimoni molto consistenti dovranno quindi essere consapevoli che, per crediti di modesta entità, il diritto all’indennizzo per i ritardi della giustizia potrebbe essere loro negato, in quanto si presume che il danno subito sia, di fatto, inesistente o del tutto trascurabile.

Per ottenere un risarcimento per la durata irragionevole di un processo, è sufficiente che il valore della causa non sia oggettivamente minimo?
No, non è sufficiente. La Corte di Cassazione ha stabilito che la valutazione dell'”irrisorietà della pretesa” deve tenere conto non solo del valore oggettivo della causa, ma anche delle “condizioni personali della parte”, ovvero della sua situazione economico-finanziaria.

Una società con un patrimonio molto elevato può essere esclusa dal risarcimento per la lungaggine di un processo relativo a un credito di modesta entità?
Sì. Se il valore del credito, pur non essendo minimo in assoluto, risulta insignificante se rapportato al capitale sociale, al patrimonio netto e alle attività della società, la pretesa può essere considerata “irrisoria”. In tal caso, si presume l’insussistenza del pregiudizio e il risarcimento può essere negato.

La valutazione delle condizioni economiche del richiedente si applica solo alle persone giuridiche o anche a quelle fisiche?
Il principio si applica a tutte le parti. La legge parla di “condizioni personali della parte” in generale. La sentenza cita un caso della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo relativo a una persona fisica (un funzionario statale con un reddito agiato) per rafforzare il principio che la situazione patrimoniale del ricorrente è sempre un fattore rilevante.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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