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Ingiustificato arricchimento sanità: no a pagamenti

Una struttura sanitaria privata ha richiesto il pagamento per prestazioni fornite a un’azienda sanitaria pubblica. Nonostante una precedente decisione favorevole della Corte d’Appello basata sull’ingiustificato arricchimento, la Corte di Cassazione ha annullato tale sentenza. La Suprema Corte ha chiarito che le prestazioni sanitarie erogate in assenza del necessario accreditamento istituzionale sono da considerarsi ‘contra legem’ e non danno diritto ad alcun indennizzo, poiché l’arricchimento per la Pubblica Amministrazione è ritenuto ‘imposto’ e non voluto.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Civile, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Ingiustificato Arricchimento in Sanità: Quando la Mancanza di Accreditamento Blocca i Pagamenti

L’ordinanza in esame della Corte di Cassazione affronta un tema cruciale nei rapporti tra strutture sanitarie private e Pubblica Amministrazione: la possibilità di ottenere un pagamento a titolo di ingiustificato arricchimento per prestazioni erogate in assenza del necessario accreditamento. La decisione riafferma un principio fondamentale: senza le autorizzazioni di legge, non solo manca il titolo contrattuale, ma viene meno anche il presupposto per un indennizzo, poiché l’arricchimento della P.A. è considerato ‘imposto’ e non voluto.

I Fatti del Caso: Dalla Prestazione Sanitaria alla Controversia Legale

Una clinica privata, specializzata in chirurgia ambulatoriale, aveva ottenuto un decreto ingiuntivo contro un’Azienda Sanitaria Provinciale per il pagamento di oltre 200.000 euro, a fronte di prestazioni di day surgery eseguite in un determinato semestre. L’Azienda Sanitaria si opponeva, sostenendo che in quel periodo la clinica era priva della necessaria autorizzazione e dell’accreditamento istituzionale, in quanto le erano stati revocati. Il Tribunale di primo grado accoglieva l’opposizione, revocando il decreto ingiuntivo. Tuttavia, la Corte d’Appello ribaltava la decisione, condannando l’Azienda Sanitaria a pagare la somma richiesta, ma a titolo di ingiustificato arricchimento. Secondo i giudici di secondo grado, l’Azienda aveva comunque beneficiato delle prestazioni, che non erano state contestate nel merito. Contro questa sentenza, l’Azienda Sanitaria ha proposto ricorso in Cassazione.

La Decisione della Corte e il Principio dell’Ingiustificato Arricchimento

La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell’Azienda Sanitaria, cassando la sentenza d’appello e rinviando la causa per un nuovo esame. Il cuore della decisione si fonda sulla corretta interpretazione dell’azione di ingiustificato arricchimento (art. 2041 c.c.) nel contesto del diritto sanitario pubblico. La Suprema Corte ha ribadito che l’accreditamento istituzionale e l’autorizzazione sanitaria non sono mere formalità burocratiche, ma presupposti essenziali che garantiscono l’idoneità della struttura e la conformità delle prestazioni agli standard del Servizio Sanitario Nazionale.

Le Motivazioni

Le motivazioni della Corte chiariscono perché, in questo contesto, non si possa parlare di un arricchimento da indennizzare. Erogare prestazioni sanitarie senza accreditamento significa agire contra legem. Di conseguenza, tali prestazioni non sono suscettibili di valutazione economica ai fini di un indennizzo. Il punto centrale è che l’arricchimento della Pubblica Amministrazione, che pur riceve le prestazioni, assume un carattere ‘imposto’. La P.A., attraverso la programmazione sanitaria e la definizione dei budget di spesa, manifesta in modo inequivocabile la propria volontà di non acquistare prestazioni al di fuori dei canali autorizzati e accreditati. Pertanto, l’esecuzione di servizi non richiesti e non previsti non può generare un obbligo di pagamento, neanche sotto forma di indennizzo per ingiustificato arricchimento. Consentire il contrario significherebbe eludere le norme di contenimento della spesa pubblica sanitaria, principi di rango costituzionale, e rimettere le scelte di spesa a strutture private non legittimate a farlo.

Le Conclusioni

La sentenza rafforza un principio cardine: il sistema di accreditamento è un pilastro del Servizio Sanitario Nazionale, finalizzato a garantire qualità, sicurezza e controllo della spesa. Le strutture sanitarie che operano al di fuori di questo quadro non possono vantare pretese economiche nei confronti del soggetto pubblico. L’ordinanza serve da monito: il rispetto delle regole di autorizzazione e accreditamento è una condizione non negoziabile per poter erogare prestazioni a carico della collettività. La mancanza di tali requisiti rende l’attività illecita e, di conseguenza, esclude qualsiasi forma di ristoro economico, consolidando la natura vincolante e autoritativa della programmazione sanitaria pubblica.

Una struttura sanitaria può essere pagata per prestazioni fornite senza accreditamento ufficiale?
No. La Corte di Cassazione ha stabilito che le prestazioni rese in assenza dei necessari requisiti di autorizzazione e accreditamento istituzionale sono eseguite contra legem e non possono fondare una pretesa di pagamento, neppure a titolo di ingiustificato arricchimento.

Perché la Pubblica Amministrazione non è tenuta a pagare in caso di ingiustificato arricchimento per prestazioni sanitarie non autorizzate?
Perché l’arricchimento è considerato ‘imposto’. La Pubblica Amministrazione, attraverso la programmazione e i limiti di spesa, manifesta la sua volontà di non acquistare prestazioni al di fuori dei canali accreditati e dei budget definiti. Pertanto, la prestazione non autorizzata non è voluta e non genera un obbligo di indennizzo.

Qual è il ruolo dell’accreditamento nel sistema sanitario nazionale?
L’accreditamento non è una mera formalità, ma una garanzia fondamentale di idoneità della struttura a operare per conto del Servizio Sanitario Nazionale. Assicura il rispetto di standard qualitativi e di sicurezza ed è un presupposto indispensabile per poter erogare prestazioni a carico della finanza pubblica.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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