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Indennità richiamo alle armi: negata per la Croce Rossa

La Corte di Cassazione ha stabilito che un dipendente privato, capitano nel Corpo militare della Croce Rossa, non ha diritto all’indennità richiamo alle armi. La decisione si basa sulla natura privatistica dell’ente e sulla distinzione tra l’inquadramento nelle Forze Armate e il servizio in un corpo ausiliario, che per legge è prestato a titolo gratuito.

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Indennità richiamo alle armi: la Cassazione fa chiarezza sui volontari CRI

Una recente decisione della Corte di Cassazione ha affrontato un tema delicato riguardante i dipendenti privati che prestano servizio volontario nel Corpo militare della Croce Rossa Italiana, negando loro il diritto alla specifica indennità richiamo alle armi.

Il caso e la controversia sull’indennità richiamo alle armi

La vicenda trae origine dalla richiesta di un lavoratore dipendente, inquadrato come capitano nel Corpo militare volontario della Croce Rossa, volta a ottenere il pagamento dell’indennità prevista dall’art. 1 della Legge n. 653/1940. Il lavoratore era stato chiamato in servizio per un periodo di circa un mese e mezzo nel 2021 e riteneva che tale richiamo dovesse essere equiparato, ai fini economici, al richiamo alle armi nelle Forze Armate.

In primo grado, il Tribunale aveva rigettato la domanda, ma la Corte d’Appello aveva ribaltato la decisione, accogliendo le ragioni del lavoratore. Secondo i giudici d’appello, la funzione ausiliaria del Corpo militare rispetto alle Forze Armate e la necessità di evitare disparità di trattamento tra dipendenti pubblici e privati giustificavano il riconoscimento del beneficio economico.

La decisione della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha accolto il ricorso presentato dall’istituto previdenziale, cassando senza rinvio la sentenza d’appello. Il cuore della decisione risiede nella differente natura giuridica che la Croce Rossa Italiana ha assunto a seguito della riforma del 2012, diventando un’associazione di diritto privato.

I giudici di legittimità hanno evidenziato che il personale del Corpo militare, a seguito della smilitarizzazione e della privatizzazione, non può più essere considerato come “inquadrato” nelle Forze Armate in senso stretto. Di conseguenza, il presupposto fondamentale della legge del 1940, che parla esplicitamente di richiamo “nelle” Forze Armate, non viene soddisfatto nel caso del servizio prestato presso la Croce Rossa.

Analisi del quadro normativo

La Corte ha analizzato attentamente il Codice dell’ordinamento militare (D.Lgs. 66/2010), distinguendo tra il “richiamo in servizio” nelle Forze Armate e la “chiamata in servizio” presso i corpi ausiliari. Questa distinzione terminologica e sostanziale riflette una diversa intensità del rapporto con lo Stato e con l’amministrazione militare.

Inoltre, è stato rilevato un ostacolo insormontabile: l’articolo 5 del D.Lgs. 178/2012 stabilisce espressamente che il servizio prestato dal Corpo militare volontario è gratuito. Poiché l’indennità prevista dalla legge del 1940 mira a integrare il trattamento economico militare qualora sia inferiore alla retribuzione civile, la totale assenza di un compenso militare rende impossibile l’applicazione del meccanismo di calcolo dell’indennità stessa.

Implicazioni pratiche della sentenza

Questa sentenza chiarisce che il volontariato militare nella Croce Rossa, pur essendo un’attività di alto valore sociale e funzionalmente legata alle esigenze sanitarie militari, non conferisce i medesimi diritti economici previsti per i militari di carriera o per i riservisti richiamati direttamente nelle Armi dello Stato. Resta salva, tuttavia, la disciplina sulla conservazione del posto di lavoro per il periodo di servizio.

le motivazioni

La Corte ha motivato la propria decisione basandosi sul rigoroso rispetto dei canoni interpretativi della legge. L’uso della preposizione “nelle” Forze Armate all’interno della normativa del 1940 implica un inquadramento organico che il personale della Croce Rossa, ente privato, non possiede più. La gratuità del servizio prevista dalla riforma del 2012 è stata considerata un elemento decisivo, rendendo incompatibile la fattispecie con un’indennità nata per compensare differenze salariali tra retribuzione civile e militare.

le conclusioni

In conclusione, l’indennità richiamo alle armi non è estensibile per via interpretativa a forme di servizio ausiliario prestate presso enti privati, anche se di interesse pubblico. La Cassazione ha dunque rigettato definitivamente la domanda del lavoratore, compensando le spese di lite tra le parti in ragione della novità e della complessità della questione giuridica trattata.

L’indennità per il richiamo alle armi spetta ai volontari della Croce Rossa?
No, la Cassazione ha stabilito che i membri del Corpo militare della Croce Rossa non hanno diritto a tale indennità poiché prestano servizio in un corpo ausiliario esterno alle Forze Armate.

Cosa succede se un dipendente privato viene chiamato in servizio dalla Croce Rossa Italiana?
Il lavoratore ha diritto alla conservazione del posto di lavoro secondo il Codice dell’ordinamento militare, ma non può percepire l’indennità economica integrativa prevista dalla legge del 1940.

Perché il servizio nel Corpo militare CRI è considerato diverso dal richiamo militare ordinario?
La differenza risiede nella natura privata della Croce Rossa e nella legge che definisce il servizio dei suoi volontari come gratuito, escludendo così il presupposto di un trattamento economico militare da integrare.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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