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Indennità di accompagnamento: diritto dal 121° giorno

Un cittadino, a cui era già stato riconosciuto il requisito sanitario, ha citato in giudizio un ente previdenziale per il mancato pagamento dell’indennità di accompagnamento. Il Tribunale di Roma ha accolto la domanda, condannando l’ente al versamento della prestazione a partire dalla data della domanda amministrativa, maggiorata di interessi e rivalutazione per il ritardo, sottolineando l’inadempimento dell’ente oltre il termine legale di 120 giorni.

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Pubblicato il 16 gennaio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Indennità di Accompagnamento: Condanna dell’Ente per Ritardo nel Pagamento

Una recente sentenza del Tribunale del Lavoro ha riaffermato un principio cruciale per la tutela dei cittadini che richiedono l’indennità di accompagnamento: l’ente previdenziale ha un termine preciso per provvedere al pagamento, superato il quale scattano conseguenze legali, inclusa la condanna al versamento di interessi e rivalutazione. Questo caso evidenzia come l’inerzia della pubblica amministrazione non possa pregiudicare i diritti degli assistiti.

I Fatti di Causa

Il caso ha origine dal ricorso di un cittadino che, dopo aver ottenuto il riconoscimento del requisito sanitario per l’indennità di accompagnamento in un precedente procedimento, aveva presentato tutta la documentazione necessaria all’ente previdenziale per ottenere il pagamento della prestazione. La domanda amministrativa era stata presentata in data 12 giugno 2023.

Nonostante l’invio dei modelli richiesti e la sussistenza di tutti i requisiti di legge, l’ente non provvedeva alla liquidazione della prestazione. Trascorsi inutilmente i termini previsti dalla legge, il cittadino si vedeva costretto ad adire nuovamente le vie legali per ottenere quanto gli spettava di diritto.

La Decisione del Tribunale sul Diritto all’Indennità di Accompagnamento

Il Tribunale, adito in funzione di Giudice del Lavoro, ha accolto integralmente il ricorso. L’ente convenuto, sebbene ritualmente citato, non si è costituito in giudizio, venendo dichiarato contumace.

La decisione del giudice è stata netta:
1. Dichiarazione del diritto: Ha dichiarato il diritto del ricorrente a percepire l’indennità di accompagnamento con decorrenza dalla data della domanda amministrativa (12 giugno 2023).
2. Condanna al pagamento: Ha condannato l’ente a versare tutti i ratei maturati dalla data di decorrenza fino a quella di deposito del ricorso, oltre agli interessi e alla rivalutazione monetaria dalle singole scadenze fino al saldo effettivo.
3. Spese legali: Ha condannato l’ente al pagamento delle spese di lite, liquidate in Euro 2.500,00 oltre accessori, da distrarsi in favore del difensore dichiaratosi antistatario.

Le Motivazioni della Sentenza

La sentenza si fonda su un’argomentazione giuridica chiara e consolidata. Il Giudice ha ritenuto il ricorso fondato in quanto il ricorrente aveva fornito piena prova dei suoi diritti. La documentazione depositata, inclusa la precedente omologa del requisito sanitario, attestava in modo inconfutabile il possesso di tutte le condizioni necessarie per l’erogazione della prestazione.

Un punto centrale della motivazione riguarda l’inadempimento dell’ente. La legge (art. 445 bis c.p.c.) prevede un termine di 120 giorni entro cui l’amministrazione, una volta accertato il diritto, deve provvedere alla liquidazione e al pagamento. Nel caso di specie, tale termine era ampiamente decorso senza che l’ente adempisse.

Il Tribunale ha poi precisato le regole per il calcolo degli accessori, ossia interessi e rivalutazione. Citando la normativa di riferimento (L. 412/91), ha stabilito che gli interessi e la rivalutazione sui crediti previdenziali e assistenziali non si cumulano. Si applica la rivalutazione solo se questa risulta superiore all’ammontare degli interessi legali. Tali accessori decorrono dal 121° giorno successivo alla maturazione del diritto, ovvero dal momento in cui l’ente è da considerarsi legalmente in mora. È stato inoltre ribadito che il diritto a tali accessori sorge indipendentemente da una valutazione di colpa o imputabilità del ritardo all’ente debitore.

Le Conclusioni

Questa pronuncia rafforza la posizione del cittadino nei confronti della pubblica amministrazione. Stabilisce che il diritto all’indennità di accompagnamento, una volta accertati i requisiti, deve essere soddisfatto entro un termine perentorio di 120 giorni. L’inerzia dell’ente non solo legittima l’azione giudiziaria, ma comporta anche la condanna al pagamento di somme aggiuntive a titolo di interessi e rivalutazione, a compensazione del danno subito dall’assistito per il ritardato pagamento. La sentenza serve da monito per gli enti previdenziali, sottolineando che il rispetto dei tempi non è una facoltà, ma un obbligo di legge la cui violazione ha conseguenze economiche precise.

Da quando decorre il diritto a ricevere l’indennità di accompagnamento?
Secondo la sentenza, il diritto alla prestazione decorre dalla data della domanda amministrativa, a condizione che i requisiti sanitari e socio-economici siano soddisfatti a partire da quel momento.

Cosa accade se l’ente previdenziale non paga l’indennità entro i termini previsti dalla legge?
Se l’ente non provvede alla liquidazione e al pagamento entro 120 giorni dalla maturazione del diritto, il cittadino può agire in giudizio. Il tribunale condannerà l’ente al pagamento dei ratei arretrati, oltre a interessi legali e rivalutazione monetaria a partire dal 121° giorno.

È necessario dimostrare la colpa dell’ente per il ritardo nel pagamento per ottenere gli interessi?
No, la sentenza chiarisce che l’applicazione di interessi e rivalutazione sui crediti assistenziali prescinde dalla colpa o dall’imputabilità soggettiva del ritardo all’ente debitore. È sufficiente il semplice superamento del termine legale.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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