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Giurisdizione e canoni per le botteghe storiche

Una società titolare di una bottega storica situata in una prestigiosa galleria commerciale ha impugnato la determinazione del canone di concessione fissato dal Comune. Dopo che il TAR aveva parzialmente accolto le doglianze per difetto di istruttoria, il Consiglio di Stato ha ribaltato la decisione, ritenendo la scelta del Comune un’espressione legittima di discrezionalità amministrativa. La società ha quindi proposto ricorso in Cassazione per motivi attinenti alla giurisdizione, lamentando un rifiuto di pronuncia da parte del giudice amministrativo. Le Sezioni Unite hanno dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che il Consiglio di Stato ha correttamente esercitato la propria giurisdizione valutando la legittimità delle scelte amministrative senza invadere il merito delle decisioni politiche dell’ente locale.

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Pubblicato il 1 aprile 2026 in Diritto Civile, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Giurisdizione e canoni: la Cassazione sulle botteghe storiche

Il tema della giurisdizione e dei limiti del sindacato del giudice sulle scelte della Pubblica Amministrazione torna al centro del dibattito con una recente ordinanza delle Sezioni Unite. La controversia riguarda la determinazione dei canoni per le botteghe storiche situate in immobili di pregio.

I fatti di causa

Una società operante nel settore dell’alta gioielleria, situata in una storica galleria cittadina, ha contestato i criteri di calcolo del canone di concessione stabiliti dall’amministrazione comunale. Secondo la ricorrente, il canone era stato fissato senza tenere conto delle specificità delle attività storiche, violando i principi di tutela dell’identità culturale del territorio. Se in primo grado il TAR aveva ravvisato un difetto di motivazione, il Consiglio di Stato ha successivamente ritenuto che il Comune avesse operato un corretto bilanciamento tra la massimizzazione delle entrate e la tutela delle botteghe storiche.

La decisione sulla giurisdizione

La società ha presentato ricorso in Cassazione denunciando un eccesso di potere giurisdizionale. La tesi difensiva sosteneva che il Consiglio di Stato, definendo le scelte del Comune come insindacabili, avesse di fatto rinunciato a esercitare la propria giurisdizione. Tuttavia, le Sezioni Unite hanno chiarito che il giudice amministrativo non ha rifiutato di giudicare, ma ha effettuato un vaglio di legittimità, concludendo che l’amministrazione aveva rispettato i parametri normativi regionali e i principi di equità.

Il confine tra legittimità e merito

Un punto cruciale della sentenza riguarda la distinzione tra il controllo di legittimità e l’invasione del merito amministrativo. Il giudice può verificare se la PA abbia seguito un iter logico e legale, ma non può sostituirsi all’ente nella scelta politica di quanto debba valere economicamente una concessione, purché tale scelta non sia manifestamente illogica.

Le motivazioni

Le Sezioni Unite hanno fondato la dichiarazione di inammissibilità sul rilievo che le censure mosse dalla ricorrente non riguardavano realmente la giurisdizione, bensì la corretta interpretazione delle norme di legge (error in iudicando). La Corte ha osservato che il Consiglio di Stato ha analizzato nel dettaglio la normativa regionale e i correttivi premiali introdotti dal Comune, come lo sconto per i negozi monovetrina e il calcolo basato sulle medie delle offerte recenti. Tale analisi costituisce pieno esercizio del potere giurisdizionale. Non sussiste arretramento del giudice quando quest’ultimo riconosce la legittimità di una scelta discrezionale dopo averne vagliato la coerenza con il quadro normativo di riferimento.

Le conclusioni

Il ricorso è stato dichiarato inammissibile poiché le doglianze non integravano una violazione dei limiti esterni della giurisdizione. La Cassazione ha ribadito che il controllo sulle sentenze del Consiglio di Stato è limitato esclusivamente alle questioni di giurisdizione e non può estendersi alla giustezza della decisione nel merito. Per le imprese che operano in contesti di pregio pubblico, questa pronuncia conferma che la determinazione dei canoni resta un’area di forte discrezionalità amministrativa, sindacabile solo in presenza di palesi violazioni di legge o irragionevolezza macroscopica. La tutela delle attività storiche deve quindi essere bilanciata con le esigenze di mercato e la valorizzazione del patrimonio pubblico.

Quando si configura un eccesso di potere giurisdizionale?
Si verifica quando un giudice speciale invade la sfera riservata al legislatore o all’amministrazione, oppure quando rifiuta di esercitare la propria funzione su una domanda che rientra nella sua competenza.

Il giudice può modificare l’importo di un canone deciso dal Comune?
No, il giudice può solo annullare l’atto se è illegittimo o viziato da illogicità, ma non può sostituirsi all’ente nella determinazione del valore economico, che rientra nella discrezionalità amministrativa.

Qual è il limite del ricorso in Cassazione contro il Consiglio di Stato?
Il ricorso è ammesso esclusivamente per motivi attinenti alla giurisdizione, ovvero per verificare se il giudice amministrativo abbia superato i limiti esterni della sua funzione.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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