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Fallibilità società in house: lo Stato non può salvarla dal crac

Una società interamente partecipata da un ente pubblico (società in house) si trovava in un grave stato di insolvenza. Il Tribunale ne aveva dichiarato il fallimento, ma il Ministero dello Sviluppo Economico si era opposto, sostenendo che tali società non potessero fallire. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del Ministero, stabilendo un principio chiaro: la fallibilità della società in house è una regola. Anche se di proprietà pubblica, queste società operano con strumenti di diritto privato, assumono rischi di mercato e devono sottostare alle stesse regole delle altre imprese, inclusa la procedura di fallimento, per tutelare i creditori e la concorrenza. Di conseguenza, il fallimento della società è stato confermato.

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Pubblicato il 29 aprile 2026 in Diritto Societario, Giurisprudenza Civile

Una società dello Stato può fallire?

Il tema della fallibilità società in house è stato al centro di un’importante decisione della Corte di Cassazione. La vicenda riguarda una società per azioni, interamente controllata da un ente pubblico, che si è trovata in un grave e conclamato stato di insolvenza, con debiti per svariati milioni di euro. Di fronte a questa situazione, la società stessa aveva avviato le procedure per la gestione della crisi. Il Tribunale, riconoscendo la natura di imprenditore commerciale e lo stato di crisi irreversibile, ne ha dichiarato il fallimento.

Contro questa decisione si è opposto il Ministero, sostenendo una tesi precisa: una società interamente pubblica, che opera come un’estensione della Pubblica Amministrazione (la cosiddetta società ‘in house’), non dovrebbe poter fallire. Secondo questa visione, la natura pubblica del proprietario avrebbe dovuto proteggere la società dalle procedure concorsuali previste per le normali imprese private.

La natura giuridica della società partecipata

Il nodo centrale della questione è la natura di questi soggetti. Una società di capitali, anche se il suo azionista è al 100% un ente pubblico, rimane un soggetto di diritto privato. La Corte di Cassazione ha ribadito un principio consolidato: la scelta dello Stato di operare sul mercato attraverso uno strumento privatistico, come una società per azioni, comporta l’accettazione di tutte le regole e i rischi che ne derivano.

L’ente pubblico, quando agisce come socio, non esercita poteri autoritativi o discrezionali tipici della Pubblica Amministrazione. Al contrario, utilizza gli strumenti del diritto societario, come il voto in assemblea. La società, quindi, agisce in autonomia, con un proprio patrimonio e una propria personalità giuridica, distinta da quella dell’ente che la possiede.

Il principio di fallibilità società in house

Il cosiddetto ‘controllo analogo’, ovvero quel potere di influenza dominante che l’ente esercita sulla sua società in house, non è sufficiente a trasformarla in un organo della Pubblica Amministrazione. La società resta un centro di imputazione di rapporti giuridici autonomo. Di conseguenza, se opera sul mercato come un qualsiasi altro imprenditore, deve sottostare alle medesime regole.

Escludere la fallibilità società in house creerebbe una grave distorsione della concorrenza. Significherebbe concedere un privilegio ingiustificato a queste entità, che potrebbero operare sul mercato senza il rischio di fallire, a differenza dei loro concorrenti privati. Questo violerebbe i principi di uguaglianza e di parità di trattamento, oltre a ledere l’affidamento dei creditori e dei fornitori che entrano in rapporto con esse.

Le motivazioni della Cassazione: la natura privata prevale

La Corte ha chiarito che la legge sul fallimento esclude da questa procedura gli ‘enti pubblici’, non le società di diritto privato da essi partecipate. La scelta di agire tramite una società comporta l’assunzione del rischio d’impresa, inclusa l’insolvenza. La normativa successiva, in particolare il Testo Unico sulle società a partecipazione pubblica (D.Lgs. 175/2016), ha semplicemente esplicitato e confermato questo principio già esistente. Pertanto, tutte le società pubbliche che svolgono attività commerciale, incluse quelle ‘in house’, sono soggette al fallimento al pari di qualsiasi altra impresa privata.

Conclusioni: confermata la fallibilità della società in house

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Ministero. La sentenza di fallimento emessa dal Tribunale è quindi definitiva. Questa decisione sancisce in modo inequivocabile che le società controllate dallo Stato non godono di alcuna immunità dal fallimento. Chiunque operi sul mercato utilizzando le forme del diritto privato deve rispettarne tutte le regole, inclusa quella fondamentale che lega il rischio d’impresa alla possibilità di fallire. Vince il principio di parità di trattamento e di tutela della concorrenza.

Una società di proprietà di un Comune può essere dichiarata fallita?
Sì, la Cassazione ha chiarito che anche le società interamente partecipate da enti pubblici sono soggette alle normali procedure fallimentari se operano sul mercato.

Cosa significa ‘società in house’?
È una società formalmente privata ma controllata da un ente pubblico in modo così stretto (controllo analogo) da essere considerata quasi un suo ufficio interno. Nonostante ciò, resta un soggetto di diritto privato.

Perché una società pubblica può fallire?
Perché, scegliendo di operare attraverso una società di diritto privato, l’ente pubblico accetta che questa assuma i rischi del mercato, inclusa l’insolvenza, a tutela della parità di trattamento con le altre imprese e dei creditori.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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