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LexCEDpedia

Stato Di Insolvenza

Definizione

La condizione di un'impresa che non è più in grado di pagare regolarmente i propri debiti.

Orientamento della Cassazione

Su LexCED 189 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 46% dei casi il ricorso è stato dichiarato inammissibile.

Esito del ricorso

  • Accolto, anche in parte 7%
  • Rigettato 45%
  • Inammissibile 46%
  • Estinto 1%
  • Altro 2%

Provvedimenti per anno

2022 2023 2024 2025 2026

Sezioni

  • Civile Sez. 177%
  • Civile Sez. 614%
  • Penale Sez. 59%

Precedenti più richiamati

  • Cass. 29913/2018in 18 provvedimenti
  • Cass. 7252/2014in 30 provvedimenti
  • Cass. 5215/2008in 7 provvedimenti
  • Cass. 24424/2019in 6 provvedimenti
  • Cass. 19027/2013in 6 provvedimenti

Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Concordato preventivo con riserva tra crediti e crac
Una società cooperativa ha accumulato debiti per oltre ottanta milioni di euro a fronte di crediti edilizi fiscali per lavori collegati al Superbonus. Un creditore ha chiesto l'apertura della liquidazione giudiziale. Alla prima udienza la società ha pagato il singolo creditore con assegno, ottenendo un rinvio. Successivamente sono intervenuti altri creditori. Solo allora l'impresa ha presentato domanda di concordato preventivo con riserva per bloccare il crac. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno dichiarato inammissibile la richiesta per tardività e aperto la liquidazione. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione: il termine di decadenza coincide tassativamente con la prima udienza fissata dal giudice. Inoltre, i crediti fiscali non monetizzabili tempestivamente non escludono lo stato di insolvenza dell'impresa.
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Revocatoria fallimentare: la licenza di volo salva i pagamenti
Una compagnia aerea in amministrazione straordinaria ha promosso una revocatoria fallimentare per recuperare oltre 225.000 euro versati a una società aeroportuale poco prima della crisi. La procedura sosteneva che il creditore conoscesse lo stato di insolvenza a causa di dilazioni nei pagamenti, emissione di assegni senza data e notizie di stampa. La Corte d'Appello ha respinto la richiesta, stabilendo che la mancata revoca della licenza di volo da parte dell'ente di vigilanza toglieva valore agli indizi della crisi. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della compagnia aerea: la scelta e la valutazione degli indizi spettano unicamente al giudice di merito e non possono essere ridiscusse in sede di legittimità. La società aeroportuale trattiene legittimamente le somme ricevute.
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Apertura della liquidazione giudiziale confermata
Una società impugna la sentenza che ha dichiarato l'apertura della liquidazione giudiziale a suo carico su istanza di un fornitore creditore. La debitrice sostiene di non poter fallire: contesta la legittimità del creditore per via di una causa pendente in Cassazione, dichiara la qualifica di impresa minore non fallibile e afferma di aver rateizzato i debiti fiscali. La Corte di Appello respinge il reclamo. I giudici chiariscono che per chiedere la liquidazione giudiziale basta un credito accertabile in via incidentale. Inoltre, la società supera la soglia di 500.000 euro di debiti e i bilanci depositati in ritardo risultano inattendibili. La semplice rateizzazione del debito fiscale, infine, non cancella l'insolvenza se mancano i flussi per pagare le rate.
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Apertura della liquidazione giudiziale tra debiti e insolvenza
Una società attiva nella gestione di un ambulatorio odontoiatrico ha presentato ricorso in proprio chiedendo l'apertura della liquidazione giudiziale a causa di una grave crisi di liquidità. Il Tribunale ha riscontrato l'assenza di fondi per onorare i debiti sociali, un monte debiti scaduti ampiamente superiore alla soglia di trentamila euro e il superamento dei limiti dimensionali dell'impresa minore. I giudici hanno quindi dichiarato aperta la procedura concorsuale. La sentenza ha nominato il giudice delegato e il curatore, ordinando alla società il deposito immediato di libri contabili e dichiarazioni fiscali. Il tribunale ha fissato l'udienza per l'esame dello stato passivo e ha assegnato ai creditori il termine perentorio per presentare le istanze di ammissione.
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Liquidazione giudiziale: guida ai presupposti legali
Il Tribunale di Roma ha dichiarato l'apertura della liquidazione giudiziale per una società commerciale insolvente. La decisione si fonda sull'accertamento di una debitoria erariale e previdenziale superiore a 30.000 euro e sulla mancata prova del possesso dei requisiti di non fallibilità da parte del debitore, confermando la legittimazione attiva del creditore e la competenza del tribunale.
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Liquidazione giudiziale: quando viene dichiarata?
Il Tribunale di Roma ha sancito l'apertura della liquidazione giudiziale per una società operante nel settore della telefonia. La decisione scaturisce dal ricorso del Pubblico Ministero, che ha evidenziato uno stato di insolvenza conclamato da un debito fiscale superiore a 1,4 milioni di euro e dall'assenza di bilanci depositati dal 2013.
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Dichiarazione di Fallimento: Azienda in Crisi, Cassazione Conferma
Il Tribunale ha pronunciato la dichiarazione di fallimento di un'Azienda su richiesta di un creditore. L'Azienda ha reclamato, sostenendo di non superare le soglie di non fallibilità e di aver rateizzato alcuni debiti. La Corte d'Appello ha confermato il fallimento, rilevando una grave impotenza finanziaria, nonostante gli accordi di pagamento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda, ritenendo corretto l'accertamento dello stato di insolvenza e l'analisi dei bilanci degli ultimi tre esercizi. La sentenza ha ribadito che la capacità di adempiere ai debiti è fondamentale.
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Ipoteca a garanzia di credito preesistente: revocata alla banca
Una banca concede un mutuo garantito da ipoteca a una società per estinguere uno scoperto di conto corrente preesistente. Dopo il fallimento della società, il curatore nega la preferenza ipotecaria. La banca viene così ammessa al passivo solo come creditore ordinario. Il cessionario del credito ricorre in Cassazione affermando l'assenza di insolvenza al momento del mutuo. La Suprema Corte rigetta il ricorso. La Corte chiarisce che la concessione di una ipoteca a garanzia di credito preesistente costituisce un atto a titolo gratuito. In questi casi si applica l'azione revocatoria ordinaria. Di conseguenza, non occorre provare lo stato di insolvenza dell'azienda o la conoscenza di esso da parte della banca. Basta la consapevolezza del debitore di arrecare danno agli altri creditori. La garanzia ipotecaria resta inefficace e la società creditrice deve pagare le spese legali.
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Dichiarazione di fallimento: beni immobili non bastano se illiquidi
La Corte di Cassazione ha confermato la dichiarazione di fallimento di una società, avviata su richiesta di una Banca. La società aveva contestato il credito bancario (per contratti monofirma e capitalizzazione trimestrale) e sostenuto di possedere beni immobiliari sufficienti a coprire i debiti, sebbene precedentemente confiscati. La Corte ha ritenuto le contestazioni infondate e ha stabilito che la disponibilità di beni non garantiva una liquidità immediata e sufficiente a estinguere i debiti, a causa del loro stato di degrado e della loro scarsa commerciabilità. Il ricorso della società è stato dichiarato inammissibile, consolidando la dichiarazione di fallimento.
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Onere della prova dello stato di insolvenza e crediti aziendali
Un creditore chiedeva il fallimento di una società in liquidazione. La Corte d'Appello, valutando il ricorso dopo una complessa fase di revocazione, cancellava la dichiarazione di fallimento perché l'attivo patrimoniale esposto nei bilanci superava ampiamente i debiti. La Curatela ricorreva in Cassazione sostenendo che l'impresa avesse l'obbligo di dimostrare l'effettivo incasso di tali crediti. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso applicando il principio cardine sull'onere della prova dello stato di insolvenza nelle società in liquidazione. La valutazione del dissesto ha natura puramente statica e considera la capienza del patrimonio. Se la società deposita bilanci regolari con un attivo prevalente sul passivo, spetta al creditore dimostrare che i crediti iscritti sono inesigibili o fittizi. In assenza di tale prova contraria, l'istanza di fallimento deve essere rigettata.
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Dichiarazione di fallimento: concordato revocato e debiti
Una società commerciale ha impugnato la dichiarazione di fallimento pronunciata dal Tribunale e confermata dalla Corte d'Appello dopo la revoca dell'ammissione al concordato preventivo. La società sosteneva che l'insolvenza si basasse su dati finanziari risalenti e contestava la legittimazione del Pubblico Ministero all'iniziativa concorsuale, oltre a difendere la bontà del proprio piano concordatario. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della società debitrice. I giudici hanno chiarito che il Pubblico Ministero può richiedere la dichiarazione di fallimento ogni volta che riceve notizia dell'insolvenza dal giudice civile. Inoltre, la Suprema Corte ha ribadito che l'insolvenza si misura sull'incapacità strutturale di operare sul mercato e adempiere regolarmente ai debiti correnti, confermando integralmente le statuizioni dei giudici di merito e condannando la società alle spese legali.
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Concordato preventivo e dati omessi: confermato il fallimento
Una società edilizia ha impugnato la dichiarazione di fallimento pronunciata a seguito del rigetto della propria domanda di concordato preventivo. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del concordato preventivo a causa di gravi carenze informative, omissioni di ipoteche, stime immobiliari ingiustificate e crediti futuri privi di adeguata prova documentale. I giudici di legittimità hanno chiarito che l'incapacità dell'impresa di fornire dati certi ai creditori mina la fattibilità della proposta. Inoltre, la Corte ha stabilito che la prova dello stato di insolvenza può essere ricavata direttamente dai dati contabili forniti dallo stesso debitore. Di conseguenza, il ricorso della società è stato definitivamente rigettato con condanna alle spese.
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Fallimento: Cassazione annulla per mancato Accertamento Incidentale
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di una Società dichiarata fallita a causa di un presunto debito erariale. La Società aveva contestato la decisione, sostenendo che non era stato effettuato un adeguato accertamento incidentale fallimento sulla fondatezza del credito. La Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il giudice deve sempre verificare, anche se in via incidentale, la validità del credito contestato dal debitore prima di dichiarare il fallimento. La sentenza di appello è stata cassata e la causa rinviata per un nuovo giudizio, dando ragione alla Società sulla necessità di un'indagine più approfondita.
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Insolvenza di società in liquidazione: attivo gonfiato e fallimento
La Corte di Cassazione ha confermato il fallimento di una società a responsabilità limitata in liquidazione, respingendo il ricorso presentato dal liquidatore. La controversia riguardava la sussistenza dello stato di insolvenza di società in liquidazione a seguito dell'inattendibilità dei valori patrimoniali dichiarati nel bilancio iniziale di liquidazione. La società esponeva un patrimonio immobiliare teoricamente capiente per estinguere i debiti verso l'istituto di credito e altri creditori. Tuttavia, la stima dell'immobile principale disattendeva ingiustificatamente i valori di mercato ufficiali e le compravendite reali della zona. I giudici hanno stabilito che una valutazione patrimoniale sovrastimata e priva di basi concrete non offre alcuna garanzia di copertura dei debiti. In assenza di prove certe sulla reale consistenza dell'attivo, la presunta capienza patrimoniale svanisce, rendendo legittima e inevitabile la dichiarazione di fallimento con conseguente condanna alle spese per la debitrice.
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Fallimento della società cancellata: i debiti restano vivi
Una società a responsabilità limitata in liquidazione subiva la dichiarazione di fallimento su istanza di due creditori entro un anno dalla sua formale cancellazione dal Registro delle Imprese. L'azienda ha contestato la legittimazione dei creditori e ha sostenuto che l'insolvenza dovesse manifestarsi con ulteriori fatti esteriori dopo la cancellazione. La Suprema Corte ha confermato il fallimento della società cancellata, chiarendo che i creditori non necessitano di titoli esecutivi definitivi per agire e che l'insolvenza manifestata prima della cancellazione è pienamente sufficiente per giustificare la procedura fallimentare entro i dodici mesi previsti dalla legge.
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Revoca del fallimento tra insolvenza e debiti societari
Un creditore ha avviato la procedura per dichiarare fallita una società in accomandita semplice e il relativo socio amministratore. Il Tribunale ha dichiarato il dissesto dell'attività. Successivamente, la Corte di Appello ha accolto l'opposizione della debitrice e ha disposto la revoca del fallimento per assenza dei requisiti economici necessari. Il creditore ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione per far valere l'esistenza del debito e la responsabilità patrimoniale del socio. I giudici di legittimità hanno esaminato la correttezza della valutazione sullo stato di insolvenza e sulla documentazione contabile presentata dalle parti, rinviando la trattazione per chiarire i presupposti applicativi della procedura concorsuale.
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Azienda Inattiva vs. Dichiarazione di Fallimento: Ricorso Inammissibile
Un'Azienda ha presentato ricorso contro la sentenza che dichiarava il suo fallimento. L'Azienda sosteneva di non essere in stato di insolvenza, adducendo che i crediti tributari erano contestati o rateizzati e i debiti bancari erano sotto controllo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha confermato la dichiarazione di fallimento, rilevando che l'Azienda non aveva fornito prove sufficienti sulla gestione dei debiti e risultava inattiva. Questo impediva di far fronte al passivo con mezzi normali, confermando lo stato di insolvenza.
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Dichiarazione di fallimento: l’Azienda soccombe, l’insolvenza è reale
Un'Azienda ha presentato ricorso contro la "Dichiarazione di fallimento" emessa dalla Corte d'Appello, su istanza di un Comune. L'Azienda contestava l'esistenza di debiti tributari e bancari, evidenziando crediti e l'assenza di procedure esecutive. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che lo "stato di insolvenza" è un'incapacità strutturale di adempiere alle obbligazioni, non una difficoltà temporanea. La Corte d'Appello aveva correttamente individuato numerosi indizi di insolvenza, come l'inattività, la difficoltà di accesso al credito bancario e la gestione irregolare dei bilanci. La Cassazione ha confermato che l'avviso sulle soluzioni di crisi nel precetto non impedisce la "Dichiarazione di fallimento" per imprese non sottosoglia.
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Stato di insolvenza e debiti: colpa del fornitore o fallimento?
L'amministratore di una società di trasporti ha contestato la dichiarazione di fallimento dell'impresa. L'imprenditore ha sostenuto che l'impossibilità di pagare oltre novecentocinquantamila euro di debiti fiscali e previdenziali derivava dai presunti rincari usurari applicati dal fornitore di carburante. La Corte di Cassazione ha confermato il fallimento della società. I giudici hanno chiarito che lo stato di insolvenza si basa su dati oggettivi: cessazione dell'attività da anni, assenza di beni nel patrimonio societario ed esecuzioni forzate infruttuose promosse dai creditori. Le cause o le colpe esterne che hanno generato i debiti non cancellano l'incapacità dell'impresa di far fronte ai propri impegni. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna alle spese.
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Espromissione non liberatoria e fallimento del debitore originario
Una società creditrice ha richiesto e ottenuto la dichiarazione di fallimento di una società debitrice a seguito del mancato pagamento di un credito milionario. La debitrice ha contestato la decisione, sostenendo che un precedente accordo transattivo avesse trasferito il debito alla società controllante, liberandola da ogni impegno. I giudici hanno invece qualificato l'intesa come un'espromissione non liberatoria, confermando la responsabilità solidale originaria. Non avendo il creditore rilasciato alcuna liberatoria espressa, la legittimazione ad agire per l'apertura della procedura concorsuale è rimasta pienamente valida. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della debitrice, confermando l'accertamento dello stato di insolvenza e condannando la ricorrente al pagamento delle spese legali.
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