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Diritto di voto del socio: la tutela cautelare

Una socia titolare del 95% del capitale veniva illegittimamente privata del suo diritto di voto del socio dall’amministratore unico (e socio di minoranza) durante le assemblee convocate per la sua revoca. Il Tribunale, attraverso un provvedimento d’urgenza, ha riaffermato il pieno diritto della socia, ritenendo la condotta dell’amministratore una violazione reiterabile e ordinando alla società di consentirle il pieno esercizio dei suoi poteri nella successiva assemblea.

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Pubblicato il 8 febbraio 2026 in Diritto Societario, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Diritto di voto del socio: quando l’amministratore non può negarlo

Il diritto di voto del socio rappresenta il cardine della partecipazione alla vita societaria, consentendo di influire sulle decisioni cruciali per il futuro dell’impresa. Un’ordinanza del Tribunale di Milano ha riaffermato con forza questo principio, concedendo una tutela d’urgenza a una socia di maggioranza a cui l’amministratore unico aveva illegittimamente impedito di votare per la sua stessa revoca. Analizziamo questa decisione per comprendere gli strumenti a difesa dei soci.

I fatti del caso: l’esclusione sistematica dall’assemblea

Una socia, titolare del 95% del capitale di una società, si vedeva sistematicamente negare il diritto di esercitare il proprio voto dall’amministratore unico, socio per il residuo 5% ed suo ex coniuge. L’ostruzionismo si era manifestato in due assemblee consecutive, convocate proprio dalla socia per deliberare sulla revoca dell’organo gestorio a causa della rottura del rapporto fiduciario e della mancanza di trasparenza.

L’amministratore giustificava l’esclusione sostenendo un presunto conflitto di interessi derivante da un accordo di separazione che, a suo dire, obbligava la socia a cedergli l’intera quota. La socia, di contro, specificava che l’accordo era condizionato a un’omologa mai avvenuta e riguardava solo una parte minoritaria delle quote. Di fronte a questa situazione di stallo e all’abuso di potere, la socia si è rivolta al Tribunale con un ricorso d’urgenza ex art. 700 c.p.c. per essere ammessa a votare nella successiva assemblea.

L’iter processuale e la tutela del diritto di voto del socio

Il procedimento ha avuto un percorso complesso. Inizialmente, il giudice ha preferito instaurare il contraddittorio, attendendo anche l’esito di un’altra causa parallela intentata dall’amministratore per il sequestro giudiziario delle quote della socia. Il sequestro, inizialmente concesso, è stato poi revocato in sede di reclamo, liberando definitivamente le partecipazioni da ogni vincolo.

A questo punto, con il pieno diritto della socia di disporre delle sue quote, la resistente (la società) ha dichiarato in udienza di aderire alla richiesta. Tuttavia, la socia ha insistito per ottenere una pronuncia di merito, sostenendo che solo un ordine esplicito del giudice avrebbe potuto scongiurare il rischio di future condotte lesive, data la reiterazione dei comportamenti ostruzionistici.

Le motivazioni

Il Tribunale ha accolto integralmente la richiesta della ricorrente, basando la sua decisione su tre pilastri fondamentali.

1. Sussistenza del fumus boni iuris: Il giudice ha riconosciuto la piena legittimazione della socia. Essendo titolare del 95% del capitale sociale, come risultante dalla visura camerale, e venuto meno il provvedimento di sequestro, il suo diritto di voto era incontestabile. L’esclusione operata dall’amministratore era, pertanto, illegittima.
2. Sussistenza del periculum in mora: È stato ravvisato un concreto e attuale pericolo di danno grave e irreparabile. Il rischio non era solo quello di una nuova violazione, ma anche quello di protrarre una gestione societaria priva della fiducia del socio di maggioranza. Impedire alla socia di votare sulla revoca significava comprimere il suo diritto di scegliere un nuovo organo gestorio, con un danno non facilmente ristorabile a posteriori. Il Tribunale ha sottolineato che il semplice impegno verbale della controparte a cessare la condotta non era sufficiente a eliminare tale rischio.
3. Residualità della tutela d’urgenza: L’azione ex art. 700 c.p.c. è stata ritenuta il rimedio adeguato, poiché le alternative (come l’impugnazione della delibera ex post) non avrebbero offerto una protezione altrettanto immediata ed efficace del diritto amministrativo del socio a partecipare attivamente e preventivamente alle decisioni assembleari.

Le conclusioni

Con questa ordinanza, il Tribunale ha emesso un comando cautelare chiaro e inequivocabile. Ha ordinato alla società e a chiunque presiederà l’assemblea di ammettere la socia a partecipare e a esercitare il suo diritto di voto su tutti gli argomenti all’ordine del giorno. Inoltre, ha stabilito che la nomina del presidente e del segretario dell’assemblea dovesse essere sottoposta alla votazione dei soci, ripristinando le corrette dinamiche assembleari. Infine, ha condannato la parte resistente al pagamento integrale delle spese legali, in virtù del principio della soccombenza. La decisione rafforza la tutela del diritto di voto del socio, confermando che esso non può essere compresso arbitrariamente dall’organo amministrativo, specialmente quando è in gioco la sua stessa permanenza in carica.

Può l’amministratore di una società impedire a un socio di votare in assemblea?
No, secondo l’ordinanza, l’amministratore o il presidente dell’assemblea non possono negare il diritto di voto a un socio, nemmeno in caso di presunto conflitto di interessi. Tale valutazione spetta al giudice solo in un momento successivo (ex post) ed è finalizzata all’eventuale annullamento della delibera se dannosa per la società.

Quale tutela ha il socio a cui viene illegittimamente negato il diritto di voto?
Il socio può ricorrere al Tribunale con un provvedimento d’urgenza (ex art. 700 c.p.c.) per ottenere un ordine giudiziale che imponga alla società di ammetterlo al voto. Questa tutela, detta cautelare, è ammessa quando esiste il rischio di un danno grave e irreparabile.

L’adesione della controparte alla richiesta del ricorrente durante il processo impedisce al giudice di emettere una condanna?
No. Nel caso esaminato, nonostante la società avesse dichiarato nell’ultima udienza di aderire alla richiesta, il giudice ha comunque emesso un’ordinanza di condanna. La ricorrente, infatti, ha mantenuto l’interesse a una pronuncia di merito per prevenire la reiterazione della condotta lesiva, e l’adesione tardiva non ha evitato alla controparte le conseguenze della soccombenza, inclusa la condanna alle spese.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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