LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Dichiarazione non veritiera: licenziamento o decadenza?

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 16994/2024, ha stabilito che una dichiarazione non veritiera resa da un lavoratore al momento dell’assunzione non comporta automaticamente la decadenza dal posto di lavoro. Se la falsità non riguarda un requisito essenziale che avrebbe impedito l’assunzione, il datore di lavoro deve avviare un procedimento disciplinare. Nel caso specifico, un’agenzia regionale aveva licenziato un operaio per aver taciuto condanne penali, ma la Corte ha confermato l’illegittimità del recesso perché non era stato rispettato il termine di 120 giorni previsto per la procedura disciplinare, riqualificando l’atto da decadenza a licenziamento.

Prenota un appuntamento

Per una consulenza legale o per valutare una possibile strategia difensiva prenota un appuntamento.

La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)
Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Dichiarazione non Veritiera all’Assunzione: Decadenza Automatica o Licenziamento Disciplinare?

La sincerità nelle dichiarazioni rese in fase di assunzione è un pilastro della fiducia tra datore di lavoro e dipendente, specialmente nel settore pubblico. Ma cosa succede quando un lavoratore fornisce una dichiarazione non veritiera, ad esempio omettendo precedenti condanne penali? Si tratta di un vizio che causa la decadenza automatica dal posto o di un’infrazione che richiede un procedimento disciplinare? La Corte di Cassazione, con la recente sentenza n. 16994 del 20 giugno 2024, ha fornito un chiarimento fondamentale, tracciando una linea netta tra le due ipotesi.

I Fatti di Causa

Il caso ha origine dal recesso intimato da un’Agenzia Regionale per le attività Irrigue e Forestali a un proprio dipendente, un operaio forestale. Il motivo? Aver falsamente dichiarato, al momento dell’assunzione, l’assenza di condanne penali a suo carico. L’ente datore di lavoro ha qualificato l’atto non come un licenziamento, ma come una “decadenza” dal servizio, ovvero una sorta di risoluzione automatica del rapporto per la mancanza di un requisito originario.

Il lavoratore ha impugnato il provvedimento. Mentre il Tribunale di primo grado aveva dato ragione all’ente, la Corte d’Appello ha ribaltato la decisione. Secondo i giudici di secondo grado, il recesso andava qualificato come licenziamento disciplinare e, come tale, doveva rispettare le garanzie procedurali previste dalla legge, tra cui il termine perentorio di 120 giorni per la conclusione del procedimento. Termine che, nel caso di specie, non era stato rispettato, rendendo il licenziamento formalmente illegittimo.

Il Ricorso per Cassazione e la questione della dichiarazione non veritiera

L’Agenzia Regionale ha portato la questione dinanzi alla Corte di Cassazione, basando il proprio ricorso su due motivi principali. In primo luogo, ha sostenuto che la Corte d’Appello avesse errato nel qualificare l’atto come licenziamento disciplinare, insistendo sulla natura di decadenza automatica derivante dalla dichiarazione non veritiera. A suo avviso, la clausola del contratto individuale di lavoro, che prevedeva la risoluzione di diritto in caso di dichiarazioni false, avrebbe dovuto essere decisiva. In secondo luogo, ha lamentato la violazione delle norme che regolano le conseguenze delle dichiarazioni mendaci nella pubblica amministrazione.

La Distinzione tra Decadenza e Sanzione Disciplinare

Il nodo cruciale della controversia era stabilire se la falsità nella dichiarazione iniziale potesse essere equiparata alla mancanza di un requisito essenziale per l’assunzione, tale da invalidare ab origine il rapporto di lavoro. L’ente sosteneva questa tesi, che avrebbe escluso la necessità di seguire il complesso iter del procedimento disciplinare.

Le Motivazioni della Suprema Corte

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell’Agenzia, confermando la decisione della Corte d’Appello e ribadendo un principio di diritto consolidato. I giudici hanno chiarito che la decadenza automatica dall’impiego pubblico si verifica solo in una circostanza specifica: quando la dichiarazione non veritiera o la produzione di documenti falsi nasconde la carenza di un requisito che avrebbe in ogni caso impedito l’instaurazione del rapporto di lavoro con la Pubblica Amministrazione. Un esempio classico è la mancanza del titolo di studio richiesto per quella specifica posizione.

In tutte le altre ipotesi, la dichiarazione falsa non determina un’automatica risoluzione del contratto. Essa costituisce, invece, un’infrazione disciplinare che deve essere contestata e sanzionata attraverso l’apposito procedimento. Questo percorso garantisce al lavoratore il diritto di difesa e impone al datore di lavoro una valutazione sulla proporzionalità della sanzione rispetto alla gravità del comportamento tenuto, tenendo conto di tutte le circostanze del caso concreto.

Nel caso esaminato, non era stato dimostrato che le condanne penali omesse fossero tali da costituire un impedimento assoluto all’assunzione. Di conseguenza, la Corte d’Appello aveva correttamente qualificato il recesso come licenziamento disciplinare e, accertata la violazione del termine perentorio di 120 giorni, lo aveva dichiarato illegittimo.

Conclusioni

La sentenza in commento rafforza una garanzia fondamentale per i lavoratori del pubblico impiego. La menzogna o l’omissione in fase di assunzione non è un “liberi tutti” per il datore di lavoro che intenda risolvere il rapporto. Salvo che la falsità non riguardi un requisito essenziale e imprescindibile per la costituzione del rapporto, l’ente pubblico è tenuto a seguire la strada del procedimento disciplinare. Questo significa contestare formalmente l’addebito, permettere al lavoratore di difendersi e concludere l’iter entro i termini di legge, pena l’illegittimità della sanzione espulsiva. La decisione riafferma che, anche di fronte a una condotta scorretta del dipendente, le regole procedurali poste a tutela dei suoi diritti devono essere scrupolosamente rispettate.

Una dichiarazione non veritiera al momento dell’assunzione comporta sempre la decadenza automatica dal posto di lavoro?
No, la decadenza automatica si verifica solo se la falsità riguarda la mancanza di un requisito essenziale che avrebbe impedito in ogni caso l’instaurazione del rapporto di lavoro con la Pubblica Amministrazione, come ad esempio il titolo di studio richiesto.

Se la falsità dichiarata non riguarda un requisito essenziale, come deve procedere il datore di lavoro?
Il datore di lavoro deve avviare un procedimento disciplinare. Deve contestare formalmente l’addebito al lavoratore e concludere il procedimento entro il termine perentorio di 120 giorni, valutando una sanzione proporzionata alla gravità dei fatti.

Qual è la differenza fondamentale tra decadenza e licenziamento disciplinare in questo contesto?
La decadenza è un effetto automatico previsto dalla legge per la mancanza di un requisito fondamentale per l’assunzione, che rende nullo il contratto. Il licenziamento disciplinare, invece, è una sanzione per una condotta colpevole del lavoratore che richiede un procedimento formale per accertare la responsabilità e garantire il diritto di difesa.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

Desideri approfondire l'argomento ed avere una consulenza legale?

Prenota un appuntamento. La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza / conference call e si svolge in tre fasi.

Prima dell'appuntamento: analisi del caso prospettato. Si tratta della fase più delicata, perché dalla esatta comprensione del caso sottoposto dipendono il corretto inquadramento giuridico dello stesso, la ricerca del materiale e la soluzione finale.

Durante l’appuntamento: disponibilità all’ascolto e capacità a tenere distinti i dati essenziali del caso dalle componenti psicologiche ed emozionali.

Al termine dell’appuntamento: ti verranno forniti gli elementi di valutazione necessari e i suggerimenti opportuni al fine di porre in essere azioni consapevoli a seguito di un apprezzamento riflessivo di rischi e vantaggi. Il contenuto della prestazione di consulenza stragiudiziale comprende, difatti, il preciso dovere di informare compiutamente il cliente di ogni rischio di causa. A detto obbligo di informazione, si accompagnano specifici doveri di dissuasione e di sollecitazione.

Il costo della consulenza legale è di € 150,00.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)

Articoli correlati