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CTU contrastanti: obbligo di motivazione del giudice

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 30000/2023, ha stabilito un principio fondamentale in tema di prova: in presenza di CTU contrastanti, ovvero due perizie tecniche con conclusioni diverse, il giudice non può aderire acriticamente a una di esse ignorando l’altra. La sentenza che omette di valutare una delle consulenze e di giustificare la propria preferenza è viziata per omessa motivazione. Il caso riguardava una controversia bancaria su tassi di interesse e garanzie, ma la decisione si concentra sul vizio processuale della sentenza d’appello.

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Pubblicato il 18 febbraio 2026 in Diritto Bancario, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

CTU contrastanti: la Cassazione ribadisce l’obbligo di motivazione per il giudice

L’ordinanza n. 30000 del 30 ottobre 2023 della Corte di Cassazione affronta un tema cruciale del processo civile: come deve comportarsi un giudice di merito di fronte a CTU contrastanti? La risposta della Suprema Corte è netta: il giudice non può semplicemente ignorarne una, ma deve fornire una motivazione chiara e logica sulla sua scelta, pena la nullità della sentenza. Questa pronuncia, pur originando da una complessa vicenda di diritto bancario, stabilisce un principio di garanzia fondamentale per la correttezza del processo.

I fatti del processo

Un correntista aveva avviato una causa contro un istituto di credito contestando la validità di diverse clausole applicate a tre contratti di conto corrente, un mutuo agrario e una fideiussione. In particolare, venivano contestate la determinazione del tasso d’interesse tramite il rinvio agli “usi su piazza”, la capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi e l’applicazione della commissione di massimo scoperto.
Il Tribunale, in primo grado, aveva accolto parzialmente le domande del correntista, dichiarando la nullità di alcune clausole e, sulla base di una Consulenza Tecnica d’Ufficio (CTU), aveva ricalcolato il saldo, condannando il cliente al pagamento di una somma minima.
La vicenda approda alla Corte d’Appello, che dispone una nuova CTU. Tuttavia, nella sua decisione finale, la Corte territoriale conferma la sentenza di primo grado, basandosi esclusivamente sulle risultanze della prima CTU e ignorando completamente la seconda, senza fornire alcuna spiegazione per tale scelta. Il correntista ricorre quindi in Cassazione, lamentando, tra le altre cose, proprio l’omessa valutazione di un fatto decisivo: le conclusioni della seconda perizia.

La decisione della Corte di Cassazione e le CTU contrastanti

Il motivo centrale del ricorso, e quello accolto dalla Suprema Corte, riguarda il vizio di motivazione. La Cassazione ricorda il suo consolidato orientamento: il mancato esame delle risultanze di una CTU integra un vizio della sentenza che può essere fatto valere ai sensi dell’art. 360, n. 5, c.p.c. (omesso esame di un fatto decisivo).
Questo principio assume ancora più forza quando, come nel caso di specie, nel corso del giudizio sono state espletate più consulenze con risultati divergenti. In presenza di CTU contrastanti, il giudice che sceglie di uniformarsi a una di esse ha l’obbligo di:
1. Valutare le eventuali censure mosse dalle parti all’altra perizia.
2. Giustificare la propria preferenza in modo esplicito e logico.
3. Enunciare i criteri probatori e gli elementi di valutazione specifici che lo hanno portato a quella conclusione.
La Corte d’Appello, aderendo acriticamente alla prima consulenza senza neppure menzionare la seconda, ha reso una motivazione “involuta e criptica”, scendendo al di sotto di quel “minimo costituzionale” richiesto dall’ordinamento. Di conseguenza, su questo punto, la sentenza è stata cassata con rinvio.

L’analisi delle altre doglianze

La Cassazione ha invece rigettato gli altri due motivi di ricorso. Il primo riguardava la presunta nullità della clausola di determinazione degli interessi per relationem. La Corte ha chiarito che, sebbene un generico rinvio agli “usi su piazza” sia illegittimo per indeterminatezza, nel caso specifico la Corte d’Appello aveva accertato che il contratto conteneva criteri precisi e determinabili per il calcolo del tasso, rendendo la clausola valida.
Il secondo motivo respinto concerneva la liberazione del garante (il correntista) ai sensi dell’art. 1956 c.c. per aver la banca concesso ulteriore credito alla società garantita, nonostante le sue difficoltà finanziarie. La Corte ha dichiarato il motivo inammissibile, sottolineando come la Corte d’Appello avesse correttamente evidenziato che il garante era anche socio e amministratore della società debitrice. In tale veste, egli era pienamente a conoscenza della situazione economica precaria, una circostanza che esclude la responsabilità della banca e l’applicabilità della norma invocata.

Le motivazioni

La ratio decidendi dell’accoglimento del primo motivo si fonda sulla violazione del dovere di motivazione, presidiato dall’art. 111 della Costituzione. Una decisione giudiziaria, specialmente quando si basa su dati tecnici, deve essere trasparente e comprensibile nel suo percorso logico. Ignorare un elemento probatorio fondamentale come una CTU, senza spiegare il perché, equivale a non motivare. La Suprema Corte ha ribadito che il giudice è peritus peritorum (il perito dei periti) e può discostarsi dalle conclusioni del consulente, ma deve farlo con argomentazioni proprie, non con il silenzio. La motivazione della Corte d’Appello è stata giudicata apparente, poiché si è limitata a un’adesione passiva alle conclusioni del primo CTU, eludendo il confronto con le diverse risultanze emerse nel secondo grado di giudizio.

Le conclusioni

L’ordinanza in commento offre un’importante lezione sia processuale che sostanziale. Dal punto di vista processuale, rafforza le garanzie del giusto processo, imponendo ai giudici un rigoroso obbligo di motivazione quando si confrontano con prove tecniche complesse e discordanti. Per le parti in causa, significa che il lavoro svolto tramite i propri consulenti e le risultanze di una CTU non possono essere liquidate senza un’adeguata giustificazione. Dal punto di vista del diritto bancario, conferma principi ormai consolidati sulla determinatezza dei tassi di interesse e sull’inapplicabilità della liberazione del garante-socio consapevole delle difficoltà dell’impresa finanziata.

Quando ci sono due perizie tecniche (CTU) con risultati diversi, come deve comportarsi il giudice?
Il giudice non può ignorarne una e aderire acriticamente all’altra. Deve valutare entrambe, considerare le critiche delle parti e giustificare in modo esplicito e logico la sua preferenza per una delle due soluzioni, oppure discostarsi da entrambe motivando il proprio convincimento.

Una clausola che determina gli interessi facendo riferimento agli “usi su piazza” è valida?
No, un generico riferimento agli “usi su piazza” è considerato nullo per indeterminatezza. Tuttavia, una clausola è valida se, pur facendo un rinvio esterno (per relationem), si basa su criteri prestabiliti, precisi e oggettivamente verificabili che consentano un’esatta determinazione del tasso.

Il socio amministratore che fa da garante per la propria società può essere liberato dall’obbligo se la banca continua a concedere credito nonostante le difficoltà economiche dell’azienda?
No. Secondo la Corte, la norma sulla liberazione del fideiussore (art. 1956 c.c.) non si applica in questo caso. Essendo il garante anche socio e amministratore, si presume che abbia piena conoscenza delle difficoltà economiche della società. Questa sua posizione lo priva della possibilità di invocare la responsabilità della banca per aver continuato a erogare credito.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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