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Criteri scelta CIGS: illegittimi se sono generici

La Corte di Cassazione ha confermato l’illegittimità della sospensione di un lavoratore, stabilendo che i criteri scelta CIGS non possono essere generici. Un semplice richiamo ai criteri legali (anzianità, carichi familiari, esigenze aziendali) non è sufficiente se l’azienda non predetermina e comunica le concrete modalità di applicazione, come punteggi e ponderazioni. La Corte ha rigettato il ricorso dell’azienda, condannandola al risarcimento del danno per aver applicato i criteri in modo discrezionale e non trasparente.

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Pubblicato il 17 febbraio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Criteri Scelta CIGS: Quando la Genericità Costa Cara all’Azienda

L’utilizzo della Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria (CIGS) è uno strumento fondamentale per le aziende in difficoltà, ma la sua applicazione deve seguire regole precise per non ledere i diritti dei lavoratori. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione, la n. 877/2023, ha ribadito un principio cruciale: i criteri scelta CIGS per individuare i dipendenti da sospendere devono essere chiari, oggettivi e predeterminati. La mera genericità, anche se basata su accordi sindacali, rende la sospensione illegittima e obbliga l’azienda al risarcimento del danno. Analizziamo insieme questa importante decisione.

I Fatti del Caso

Una nota società S.p.A. aveva collocato in CIGS uno dei suoi dipendenti nel contesto di un più ampio piano di riorganizzazione aziendale. Il lavoratore ha impugnato il provvedimento, sostenendo che la sua sospensione fosse illegittima a causa della genericità e della non trasparenza dei criteri utilizzati per sceglierlo rispetto ai suoi colleghi.

Sia il Tribunale di primo grado che la Corte d’Appello hanno dato ragione al lavoratore, condannando l’azienda a risarcirgli il danno, quantificato nella differenza tra la retribuzione che avrebbe percepito e l’indennità di integrazione salariale ricevuta per tutto il periodo di sospensione. L’azienda, ritenendo di aver agito correttamente, ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione, basandosi su ben diciannove motivi di contestazione.

La Valutazione della Cassazione sui Criteri Scelta CIGS

La Corte di Cassazione ha esaminato e rigettato tutti i motivi di ricorso presentati dall’azienda, confermando la decisione dei giudici di merito. Il fulcro della questione risiedeva nella validità dei criteri scelta CIGS adottati.

L’azienda si era difesa sostenendo di aver fatto riferimento ai criteri previsti dalla legge (art. 1, comma 7, della Legge n. 223/1991), ovvero anzianità di servizio, carichi di famiglia ed esigenze tecnico-organizzative e produttive. Tuttavia, secondo la Corte, non è sufficiente un semplice richiamo a questi parametri. L’illegittimità è stata ravvisata nel fatto che l’azienda non aveva predeterminato, né comunicato alle organizzazioni sindacali, le concrete modalità applicative di tali criteri.

In pratica, l’accordo sindacale era generico e lasciava all’azienda una totale discrezionalità nell’attribuire punteggi e nel ponderare i diversi parametri, rendendo la scelta finale arbitraria e non verificabile. Come evidenziato nella sentenza, l’azienda aveva sì assegnato un punteggio ai lavoratori, ma lo aveva fatto in modo autonomo, senza un accordo preventivo che ne stabilisse le regole.

Le Motivazioni della Decisione

La Corte ha smontato le argomentazioni aziendali punto per punto. Tra i passaggi più significativi, si evidenzia che:

* La genericità è un vizio fatale: La Corte ha affermato che la genericità dei criteri si traduce in una violazione delle norme che impongono una scelta trasparente e oggettiva, rendendo illegittima la sospensione.
* L’onere della prova è a carico dell’azienda: Spettava alla società dimostrare non solo di aver applicato correttamente i criteri, ma anche che la loro applicazione concreta fosse trasparente e non discrezionale. La Corte ha ritenuto che l’azienda avesse agito in modo “totalmente discrezionale, non concordato, non desumibile dal generico richiamo alle esigenze tecnico-produttive”.
* L’inerzia del lavoratore non equivale a rinuncia: La difesa dell’azienda, secondo cui il lavoratore non si era opposto per anni, è stata respinta. La Cassazione ha ribadito che la semplice inerzia non costituisce una rinuncia tacita a un diritto, che deve invece manifestarsi in modo chiaro e inequivocabile.
* Inammissibilità di alcuni motivi: Molti dei motivi di ricorso sono stati dichiarati inammissibili per via della cosiddetta “doppia conforme”, ovvero il fatto che le due sentenze di merito erano giunte alla stessa conclusione basandosi su una valutazione concorde dei fatti.

Conclusioni: L’Impatto per le Aziende

Questa ordinanza rappresenta un monito importante per tutte le aziende che fanno ricorso agli ammortizzatori sociali. La decisione sottolinea che la gestione delle crisi aziendali deve sempre avvenire nel rispetto dei principi di correttezza, buona fede e trasparenza. Non è sufficiente stipulare un accordo con i sindacati che si limiti a elencare i criteri di legge; è indispensabile definire nel dettaglio le modalità di applicazione, i punteggi, le ponderazioni e ogni altro elemento che renda la procedura di selezione dei lavoratori da sospendere oggettiva e verificabile a priori. In assenza di tali specificazioni, il provvedimento di collocamento in CIGS è illegittimo e l’azienda si espone al rischio di dover risarcire i lavoratori per i danni subiti.

È sufficiente che un’azienda richiami i criteri di legge (anzianità, carichi di famiglia, esigenze tecnico-produttive) per scegliere i lavoratori da porre in CIGS?
No. Secondo la Corte di Cassazione, non è sufficiente il mero richiamo ai criteri legali. L’azienda deve specificare in modo dettagliato e predeterminato, preferibilmente in un accordo sindacale, le concrete modalità applicative, come i punteggi e la ponderazione di ciascun criterio, per evitare che la scelta risulti discrezionale e arbitraria.

Se un lavoratore non contesta subito la sua collocazione in CIGS, perde il diritto a fare causa?
No. La Corte ha stabilito che la mera inerzia del lavoratore non è sufficiente a determinare la perdita del diritto. La rinuncia a un diritto deve essere espressa o desumersi da un comportamento concludente che riveli in modo univoco una volontà abdicativa, cosa che il semplice silenzio o l’inazione non comportano.

In caso di CIGS illegittima per genericità dei criteri, su chi grava l’onere di provare che il lavoratore sarebbe stato comunque sospeso con criteri corretti?
L’onere della prova grava sulla società. A fronte della genericità dei criteri e della conseguente illegittimità della sospensione, sarebbe stato onere dell’azienda provare le condizioni per un eventuale abbattimento del risarcimento, dimostrando ad esempio che, anche con criteri applicati correttamente, il lavoratore sarebbe stato comunque collocato in CIGS per un determinato periodo.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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