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Criteri di scelta licenziamento: no a punteggi opachi

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 18046/2024, ha dichiarato illegittimo un licenziamento collettivo in cui i criteri di scelta erano applicati tramite un punteggio numerico soggettivo e discrezionale. La Corte ha ribadito che le modalità applicative dei criteri di scelta licenziamento devono basarsi su elementi oggettivi, preesistenti e verificabili, per garantire trasparenza e permettere al lavoratore di contestare la decisione.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Criteri di scelta nel licenziamento collettivo: la trasparenza è obbligatoria

Nel contesto dei licenziamenti collettivi, la legge impone regole ferree per tutelare i lavoratori e garantire che le decisioni aziendali non siano arbitrarie. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha riaffermato un principio fondamentale: l’applicazione dei criteri di scelta licenziamento deve essere trasparente, oggettiva e verificabile. L’utilizzo di punteggi numerici basati su valutazioni soggettive del datore di lavoro è stato ritenuto illegittimo, in quanto priva il lavoratore della possibilità di comprendere e contestare le ragioni della sua esclusione.

I Fatti del Caso: Una Valutazione Numerica Discrezionale

Una società avviava una procedura di licenziamento collettivo, individuando un lavoratore da espellere sulla base del criterio delle “esigenze tecniche, produttive ed organizzative aziendali”. In concreto, l’azienda aveva applicato questo criterio attraverso una graduatoria basata su due voci:
1. La possibilità di impiegare il lavoratore in posizioni diverse.
2. L’autonomia nello svolgimento delle mansioni.

A ciascuna di queste voci era stato assegnato un punteggio da 1 a 3, a completa discrezione della direzione aziendale, senza alcuna motivazione specifica o riferimento a dati oggettivi. Il lavoratore, ritenendo illegittimo il proprio licenziamento, si opponeva in tribunale. Sia il giudice di primo grado che la Corte d’Appello gli davano ragione, confermando l’illegittimità del recesso per la violazione delle modalità applicative dei criteri di scelta. La società ricorreva quindi in Cassazione.

La Decisione della Corte: Illegittimità per Mancanza di Oggettività

La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell’azienda, confermando le sentenze dei gradi precedenti. Gli Ermellini hanno chiarito che il problema non era il criterio di scelta in sé (“esigenze tecnico-produttive”), la cui legittimità astratta non era in discussione, ma le concrete modalità con cui era stato applicato.
Il fulcro della decisione risiede nell’obbligo, imposto dalla legge (art. 4, comma 9, L. 223/1991), di comunicare “puntualmente” le modalità con cui i criteri sono stati applicati. Tale comunicazione deve mettere il lavoratore, i sindacati e gli organi di controllo in condizione di verificare la correttezza e l’imparzialità del processo decisionale.

Le motivazioni della Cassazione sui criteri di scelta licenziamento

La Suprema Corte ha sviluppato il proprio ragionamento su alcuni pilastri fondamentali. In primo luogo, ha distinto tra l’indicazione dei criteri generali e astratti (come le “esigenze aziendali”) e l’indicazione delle modalità applicative concrete. Queste ultime rappresentano il percorso logico che porta a individuare uno specifico dipendente. Tale percorso deve essere fondato su parametri oggettivi e verificabili, come dati di performance documentati, titoli di studio, o anzianità in determinate mansioni, e non su valutazioni soggettive e ampiamente discrezionali.

Un semplice punteggio numerico, da 1 a 3, attribuito dal datore di lavoro senza ulteriori specificazioni, è stato giudicato inidoneo a soddisfare questo requisito. Esso, infatti, non spiega perché a un lavoratore sia stato dato un punteggio piuttosto che un altro, precludendo ogni possibilità di controllo sulla correttezza dell’iter logico-argomentativo seguito.

La Corte ha inoltre precisato che il riferimento, fatto dalla Corte d’Appello, alla mancata nomina di una commissione terza e imparziale per la valutazione, non introduce un nuovo requisito di legge. Era, piuttosto, un argomento utilizzato per sottolineare il difetto di oggettività e imparzialità di una valutazione eseguita direttamente dal datore di lavoro, con il rischio di favoritismi o giudizi non equi. La garanzia di imparzialità è il substrato dell’intera procedura di licenziamento collettivo e non può essere aggirata da meccanismi di valutazione opachi.

Conclusioni: L’Obbligo di Motivazione Puntuale

Questa ordinanza consolida un orientamento giurisprudenziale cruciale: in un licenziamento collettivo, il datore di lavoro ha l’onere di motivare la scelta in modo analitico e trasparente. Non è sufficiente enunciare un criterio astratto; è indispensabile esplicitare i parametri concreti, oggettivi e misurabili utilizzati per applicarlo. La comunicazione finale deve essere così dettagliata da consentire a chiunque di ripercorrere il processo decisionale e verificarne la coerenza e l’imparzialità. In assenza di tale trasparenza, il licenziamento è da considerarsi illegittimo, con tutte le conseguenze reintegratorie o risarcitorie previste dalla legge.

Un datore di lavoro può usare un punteggio numerico per decidere chi licenziare in una procedura collettiva?
No, se il punteggio si basa su una valutazione soggettiva e discrezionale del datore di lavoro senza alcun riferimento a elementi oggettivi, preesistenti e verificabili. La Cassazione ha stabilito che un tale metodo non garantisce la trasparenza richiesta dalla legge e rende impossibile per il lavoratore contestare la decisione.

Quali caratteristiche devono avere le modalità di applicazione dei criteri di scelta?
Devono essere oggettive, verificabili e basate su dati preesistenti. Questo significa che il datore di lavoro deve definire parametri concreti e misurabili che consentano la formazione di una graduatoria rigida e controllabile, evitando valutazioni di carattere discrezionale che potrebbero mascherare decisioni arbitrarie.

È necessaria una commissione esterna per valutare la professionalità dei lavoratori da licenziare?
No, la legge non impone obbligatoriamente la nomina di una commissione terza e imparziale. Tuttavia, la valutazione effettuata direttamente dal datore di lavoro deve comunque rispettare rigorosi canoni di oggettività e imparzialità. La mancanza di un organo terzo può essere un elemento per argomentare il difetto di tali requisiti, come evidenziato nel caso di specie.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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