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Criteri di scelta CIGS: illegittimità e risarcimento

La Corte di Cassazione conferma la condanna di un’azienda al risarcimento dei danni a favore di un lavoratore collocato in Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria (CIGS). La decisione si fonda sulla illegittimità dei criteri di scelta CIGS adottati, ritenuti eccessivamente generici e discrezionali. La Corte ha rigettato i quattordici motivi di ricorso dell’azienda, ribadendo che la semplice indicazione di criteri non è sufficiente se la loro applicazione pratica risulta arbitraria, e ha confermato il diritto del lavoratore a percepire la differenza tra la retribuzione piena e l’indennità di integrazione salariale ricevuta.

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Pubblicato il 17 febbraio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Criteri di scelta CIGS: quando la genericità porta al risarcimento

L’ordinanza della Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, n. 3365 del 2023, offre un’importante lezione sulla corretta applicazione dei criteri di scelta CIGS. La Suprema Corte ha stabilito che la genericità e l’applicazione discrezionale di tali criteri rendono illegittima la sospensione del lavoratore, consolidando il suo diritto al risarcimento del danno. Questa pronuncia chiarisce i confini tra una legittima gestione aziendale della crisi e una condotta arbitraria che lede i diritti dei dipendenti.

I fatti del caso

Un lavoratore veniva collocato in Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria (CIGS) per un lungo periodo, dal giugno 2005 al febbraio 2014. Ritenendo illegittima la sospensione, il dipendente adiva le vie legali, sostenendo che l’azienda avesse utilizzato criteri di selezione generici e non trasparenti, in violazione degli accordi sindacali e della legge. Sia il Tribunale di primo grado che la Corte d’Appello accoglievano la sua domanda, condannando l’azienda a risarcire il danno, quantificato nella differenza tra la retribuzione che avrebbe percepito e l’indennità CIGS effettivamente ricevuta.

Il ricorso in Cassazione dell’azienda

L’azienda, non accettando la condanna, ha proposto ricorso in Cassazione basato su ben quattordici motivi. Tra le principali censure, la società lamentava:

* Vizi procedurali: Omessa pronuncia su specifiche eccezioni e violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato.
* Prescrizione: Errata applicazione del termine di prescrizione, sostenendo che dovesse essere quinquennale e non decennale.
* Mancata prova: L’inerzia del lavoratore nel contestare la CIGS per anni avrebbe dovuto essere interpretata come acquiescenza.
* Interpretazione degli accordi sindacali: Erronea valutazione dei criteri di scelta, in particolare quelli legati alle “esigenze tecnico-organizzative”, che secondo l’azienda erano stati legittimamente applicati.
* Onere della prova: L’onere di dimostrare che altri lavoratori avrebbero dovuto essere sospesi al suo posto gravava, a dire dell’azienda, sul dipendente.

Le motivazioni della Corte di Cassazione

La Corte di Cassazione ha rigettato integralmente il ricorso, fornendo chiarimenti decisivi su ogni punto sollevato. La motivazione della Corte si è concentrata sulla questione centrale dei criteri di scelta CIGS.

I giudici hanno evidenziato come, sebbene gli accordi sindacali richiamassero i criteri legali (anzianità aziendale, carichi di famiglia, esigenze tecnico-organizzative), la loro applicazione concreta da parte dell’azienda era stata “totalmente discrezionale” e, per certi aspetti, “anche arbitraria”. Ad esempio, l’attribuzione di punteggi differenti per “operaio generico”, “polivalente” o “specializzato” non era basata su parametri oggettivi e verificabili. La Corte ha sottolineato che non era chiaro come e da chi venisse accertata la qualifica di “polivalente”, né perché questa dovesse essere preferita rispetto ad altre in relazione alle specifiche esigenze riorganizzative.

Questa discrezionalità, secondo la Cassazione, ha inevitabilmente alterato l’applicazione concorrente e paritaria dei tre criteri, rendendo l’intera procedura di selezione illegittima. Di conseguenza, la sospensione del lavoratore era da considerarsi illecita.

Inoltre, la Corte ha respinto le altre eccezioni, chiarendo che:

1. Il diritto al risarcimento del danno da inadempimento contrattuale (quale è l’illegittima sospensione) si prescrive in dieci anni.
2. La mera inerzia del lavoratore non può essere interpretata come rinuncia a un diritto, che deve invece manifestarsi in modo chiaro e inequivocabile.
3. In caso di genericità dei criteri, è onere del datore di lavoro dimostrare che, anche applicando criteri corretti, il lavoratore sarebbe stato comunque sospeso. L’azienda, in questo caso, non ha fornito tale prova.

Le conclusioni

L’ordinanza n. 3365/2023 rafforza un principio fondamentale del diritto del lavoro: la gestione delle crisi aziendali attraverso strumenti come la CIGS deve avvenire nel pieno rispetto dei principi di correttezza, buona fede e trasparenza. I criteri di scelta CIGS non possono essere una mera formula di stile, ma devono essere specifici, oggettivi e applicati in modo non discriminatorio. Quando un’azienda adotta criteri generici che si traducono in scelte arbitrarie, la sospensione del lavoratore è illegittima e scatta l’obbligo di risarcire integralmente il danno patrimoniale subito. Questa decisione serve da monito per le imprese, che sono tenute a definire e comunicare procedure di selezione chiare e verificabili, a tutela della stabilità e dei diritti dei propri dipendenti.

Quando sono illegittimi i criteri di scelta per la CIGS?
I criteri di scelta per la CIGS sono illegittimi quando, pur richiamando formalmente quelli previsti dalla legge (anzianità, carichi di famiglia, esigenze tecnico-produttive), la loro applicazione concreta risulta generica, discrezionale o arbitraria. La semplice enunciazione non è sufficiente se non è seguita da un’applicazione oggettiva e trasparente.

Qual è il termine di prescrizione per chiedere il risarcimento del danno per illegittima collocazione in CIGS?
La richiesta di risarcimento del danno per illegittima sospensione del rapporto di lavoro a seguito di collocamento in CIGS è soggetta all’ordinaria prescrizione decennale, in quanto si tratta di un’azione per inadempimento contrattuale.

A chi spetta l’onere della prova in un caso di illegittima collocazione in CIGS?
Una volta che il lavoratore contesta la genericità e l’illegittimità dei criteri di scelta, spetta al datore di lavoro l’onere di provare che la selezione è avvenuta correttamente. In particolare, in caso di criteri generici, l’azienda dovrebbe dimostrare che, anche applicando criteri specifici e corretti, il lavoratore sarebbe stato comunque sospeso.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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