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Criteri di scelta CIGS: illegittimi se generici

La Corte di Cassazione ha confermato l’illegittimità della collocazione di un lavoratore in Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria (CIGS) a causa della genericità dei criteri di scelta adottati dall’azienda. Secondo l’ordinanza, il semplice richiamo a esigenze tecnico-organizzative, senza specificare parametri oggettivi e predeterminati, rende la selezione discrezionale e arbitraria. La Corte ha rigettato il ricorso dell’azienda, ribadendo che l’azione di risarcimento del danno si prescrive in dieci anni e che la mancata contestazione immediata da parte del lavoratore non equivale a una rinuncia al proprio diritto.

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Pubblicato il 17 febbraio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Criteri di scelta CIGS: la Cassazione boccia i parametri generici

Quando un’azienda ricorre alla Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria (CIGS), deve seguire regole precise per individuare i lavoratori da sospendere. L’adozione di criteri di scelta CIGS generici e non predeterminati rende la sospensione illegittima, con conseguente diritto al risarcimento del danno per il lavoratore. È questo il principio chiave ribadito dalla Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, con l’ordinanza n. 11483/2023, che ha respinto il ricorso di un’importante società.

I Fatti del Caso

La vicenda ha origine dall’impugnazione di un lavoratore contro la sua collocazione in CIGS, ritenuta illegittima. Sia il Tribunale che la Corte d’Appello avevano dato ragione al dipendente, dichiarando l’illegittimità della sospensione e condannando l’azienda al pagamento delle differenze retributive. Il motivo principale della decisione risiedeva nella genericità dei criteri utilizzati per la scelta dei lavoratori da sospendere, che si limitavano a un vago riferimento a “esigenze tecnico-organizzative e produttive”, senza specificare parametri oggettivi e concreti. L’azienda, ritenendo errata la decisione dei giudici di merito, ha presentato ricorso in Cassazione, sollevando ben undici motivi di doglianza.

I Motivi del Ricorso e i criteri di scelta CIGS contestati

L’azienda ha basato la sua difesa su diversi punti, nel tentativo di ribaltare la sentenza d’appello. Tra i principali motivi di ricorso figuravano:

* Prescrizione del diritto: Secondo la società, l’azione del lavoratore doveva essere soggetta alla prescrizione breve di cinque anni, tipica dei crediti di lavoro, e non a quella ordinaria di dieci anni.
* Inerzia del lavoratore: L’azienda sosteneva che il lungo silenzio del dipendente (quasi nove anni) prima di agire in giudizio dovesse essere interpretato come una rinuncia tacita al proprio diritto, in applicazione del principio di buona fede.
* Validità dei criteri di scelta CIGS: La ricorrente difendeva la legittimità dei criteri adottati, sostenendo che il richiamo a quelli previsti dalla legge per i licenziamenti collettivi (anzianità, carichi di famiglia, esigenze tecnico-produttive) fosse sufficiente a garantirne la specificità.
* Onere della prova: L’azienda riteneva che spettasse al lavoratore dimostrare il mancato rispetto dei principi di correttezza e buona fede nella sua individuazione.

La Decisione della Corte di Cassazione sui criteri di scelta CIGS

La Corte di Cassazione ha rigettato integralmente il ricorso, confermando le decisioni dei precedenti gradi di giudizio. Gli Ermellini hanno smontato punto per punto le argomentazioni aziendali, offrendo importanti chiarimenti giuridici.

Le Motivazioni della Corte

La Corte ha fondato la sua decisione su principi consolidati in materia di diritto del lavoro. In primo luogo, ha ribadito che l’azione per il risarcimento del danno derivante da un inadempimento contrattuale, quale l’illegittima sospensione dal lavoro, è soggetta alla prescrizione ordinaria decennale e non a quella quinquennale.

In secondo luogo, i giudici hanno chiarito che la mera inerzia non è sufficiente a determinare la perdita di un diritto. La rinuncia, infatti, deve manifestarsi attraverso una volontà “chiara e certa”, espressa o desumibile da comportamenti univoci, che non possono essere presunti dal semplice silenzio o dal ritardo nell’esercizio dell’azione legale.

Il punto cruciale della decisione riguarda, però, i criteri di scelta CIGS. La Corte ha affermato che la sospensione è illegittima quando l’accordo sindacale si limita a un generico riferimento alle esigenze tecnico-produttive, senza indicare i criteri specifici in base ai quali individuare i singoli lavoratori. Tale genericità si traduce in un potere totalmente discrezionale e potenzialmente arbitrario per il datore di lavoro. La sentenza impugnata aveva correttamente evidenziato che l’azienda aveva individuato i lavoratori da sospendere “senza aver dovuto rispettare predeterminati criteri che stabilissero le priorità tra i vari parametri considerati”. Richiamare semplicemente i criteri legali (anzianità, carichi di famiglia, esigenze aziendali) non è sufficiente se non vengono definite le modalità applicative e la platea dei soggetti interessati.

Infine, la Corte ha respinto la tesi sull’onere della prova, specificando che, una volta accertata la genericità dei criteri e quindi l’illegittimità della sospensione, è l’azienda a dover provare le condizioni per un’eventuale riduzione del risarcimento, dimostrando che il lavoratore sarebbe stato comunque collocato in CIGS, anche se per un periodo inferiore.

Le Conclusioni

Questa ordinanza della Cassazione rafforza un principio fondamentale a tutela dei lavoratori: la gestione degli ammortizzatori sociali non può essere lasciata alla discrezionalità dell’azienda. Gli accordi sindacali che disciplinano il ricorso alla CIGS devono contenere criteri di scelta oggettivi, specifici, predeterminati e verificabili. Un semplice rinvio a generiche esigenze aziendali non è sufficiente a legittimare la sospensione dei dipendenti. Per le aziende, questa decisione rappresenta un monito a negoziare accordi dettagliati e trasparenti, definendo chiaramente le modalità di applicazione dei criteri di rotazione e selezione, al fine di evitare contenziosi dall’esito quasi certo e le conseguenti condanne al risarcimento dei danni.

Qual è il termine di prescrizione per l’azione di risarcimento danni per illegittima collocazione in CIGS?
L’azione di risarcimento del danno per illegittima sospensione dal lavoro ha natura contrattuale ed è soggetta alla prescrizione ordinaria di dieci anni, non a quella quinquennale prevista per le differenze retributive.

L’inerzia del lavoratore nel contestare la CIGS può essere considerata una rinuncia al suo diritto?
No. Secondo la Corte, la mera inerzia non è sufficiente a determinare la perdita del diritto. La rinuncia deve essere espressa o risultare da un comportamento concludente che manifesti in modo univoco una volontà abdicativa, la quale non può essere presunta dal semplice silenzio.

Perché i criteri di scelta per la CIGS non possono essere generici?
I criteri di scelta non possono essere generici perché ciò conferirebbe al datore di lavoro un potere totalmente discrezionale e potenzialmente arbitrario nell’individuare i lavoratori da sospendere. La legge richiede criteri predeterminati, specifici e oggettivi per garantire trasparenza e tutelare i lavoratori da decisioni unilaterali e ingiustificate.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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