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Criteri di scelta CIGS: illegittimi se generici

Una nota azienda manifatturiera ricorreva in Cassazione contro la sentenza che la condannava a risarcire alcuni dipendenti per illegittima collocazione in Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria (CIGS). La Corte Suprema ha rigettato il ricorso, confermando che i criteri di scelta CIGS, se troppo generici e non specificati negli accordi sindacali, rendono la sospensione illegittima. La decisione ribadisce che la selezione dei lavoratori non può essere lasciata alla discrezionalità del datore di lavoro, il quale ha l’onere di provare la correttezza del proprio operato.

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Pubblicato il 16 febbraio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Criteri di scelta CIGS: la Cassazione stabilisce l’illegittimità in caso di genericità

L’utilizzo della Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria (CIGS) rappresenta uno strumento fondamentale per la gestione delle crisi aziendali, ma la sua applicazione deve seguire regole precise per tutelare i diritti dei lavoratori. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione, la n. 9373/2023, ha ribadito un principio cruciale: i criteri di scelta CIGS per individuare i dipendenti da sospendere devono essere specifici e trasparenti. Se l’accordo sindacale si limita a un richiamo generico alle norme di legge, la collocazione in CIGS è illegittima e il lavoratore ha diritto al risarcimento del danno.

I Fatti del Caso

Il caso trae origine dalla controversia tra una nota azienda manifatturiera e alcuni suoi dipendenti. La società aveva collocato i lavoratori in CIGS sulla base di accordi sindacali che, secondo i dipendenti, non specificavano in modo chiaro e oggettivo i criteri per la loro individuazione. I lavoratori, ritenendo la scelta datoriale arbitraria e illegittima, si sono rivolti al Tribunale, chiedendo un risarcimento pari alla differenza tra la retribuzione che avrebbero percepito e l’indennità di integrazione salariale ricevuta.

Sia il Tribunale di primo grado che la Corte d’Appello hanno dato ragione ai lavoratori, condannando l’azienda al pagamento delle differenze retributive. I giudici di merito hanno infatti riscontrato una ‘assoluta genericità’ dei criteri negli accordi, che di fatto lasciava al datore di lavoro piena discrezionalità nella scelta dei dipendenti da sospendere, violando gli obblighi di trasparenza e correttezza.

La Decisione della Corte di Cassazione e i criteri di scelta CIGS

L’azienda ha presentato ricorso in Cassazione, articolando ben venti motivi di doglianza. Tuttavia, la Suprema Corte ha rigettato integralmente il ricorso, confermando la decisione dei giudici di merito. Il fulcro della decisione risiede nell’affermazione che la mera enunciazione di principi generali o il semplice rinvio ai criteri legali (come anzianità, carichi di famiglia ed esigenze tecnico-produttive) non è sufficiente. L’accordo deve dettagliare le modalità applicative di tali criteri, per consentire una scelta verificabile e non arbitraria.

Le Motivazioni della Corte

La Cassazione ha smontato punto per punto le argomentazioni dell’azienda, fornendo importanti chiarimenti su diversi aspetti legali.

La Genericità dei Criteri di Selezione

Il motivo principale della decisione è la violazione dell’obbligo di specificità. La Corte ha sottolineato che, anche quando si richiamano i criteri previsti dalla legge (L. 223/1991), è indispensabile che l’accordo sindacale definisca come questi verranno ponderati e applicati. Ad esempio, non basta menzionare le ‘esigenze tecnico-organizzative’, ma bisogna specificare quali qualifiche o mansioni sono interessate dalla sospensione. In assenza di tali dettagli, la scelta del datore di lavoro diventa totalmente discrezionale, se non arbitraria, e quindi illegittima.

Prescrizione e Rinuncia del Diritto

L’azienda sosteneva che il diritto dei lavoratori fosse prescritto (invocando la prescrizione quinquennale) e che la loro lunga inerzia (oltre dieci anni) costituisse una rinuncia tacita a ogni pretesa. La Corte ha respinto entrambe le tesi. In primo luogo, ha chiarito che l’azione di risarcimento del danno da inadempimento contrattuale (quale è l’illegittima sospensione) è soggetta alla prescrizione ordinaria decennale. In secondo luogo, ha ribadito che la rinuncia a un diritto non può mai essere presunta dalla semplice inerzia; essa deve risultare da un comportamento concludente che manifesti in modo univoco la volontà di abdicare al proprio diritto.

L’Onere della Prova

Un altro punto fondamentale riguarda l’onere della prova. Secondo la Corte, una volta accertata la genericità dei criteri e, quindi, l’illegittimità della sospensione, spetta al datore di lavoro dimostrare che, anche con criteri corretti, quel lavoratore sarebbe stato comunque sospeso. Nel caso specifico, l’azienda non è riuscita a fornire tale prova, né a dimostrare le condizioni per un eventuale abbattimento del risarcimento.

Le Conclusioni

L’ordinanza n. 9373/2023 della Corte di Cassazione rappresenta un monito importante per le aziende che ricorrono agli ammortizzatori sociali. La gestione delle crisi aziendali deve avvenire nel pieno rispetto della trasparenza e dei principi di correttezza e buona fede. Gli accordi sindacali sulla CIGS non possono essere mere formalità, ma devono contenere disposizioni chiare, dettagliate e verificabili sui criteri di scelta dei lavoratori da sospendere. In caso contrario, il datore di lavoro si espone a un contenzioso dall’esito quasi certo, con l’obbligo di risarcire integralmente i dipendenti per il danno subito. Per i lavoratori, questa sentenza è una conferma della tutela contro decisioni unilaterali e non trasparenti che possono incidere profondamente sul loro rapporto di lavoro.

È sufficiente che un accordo sindacale per la CIGS richiami i criteri di legge per la scelta dei lavoratori da sospendere?
No. Secondo la Corte di Cassazione, il semplice richiamo ai criteri legali (anzianità di servizio, carichi di famiglia, esigenze tecnico-organizzative) non è sufficiente. L’accordo deve specificare le concrete modalità applicative di tali criteri per rendere la scelta trasparente, oggettiva e non lasciata alla mera discrezionalità del datore di lavoro.

Il diritto del lavoratore al risarcimento per illegittima collocazione in CIGS si prescrive in cinque o dieci anni?
Il diritto si prescrive in dieci anni. La Corte ha chiarito che la richiesta di risarcimento del danno per illegittima sospensione del rapporto di lavoro costituisce un’azione per inadempimento contrattuale, soggetta quindi all’ordinaria prescrizione decennale e non a quella quinquennale prevista per le differenze retributive.

Il silenzio prolungato di un lavoratore collocato in CIGS può essere considerato come una rinuncia al suo diritto di contestazione?
No. La Corte ha stabilito che la mera inerzia, anche se protratta per lungo tempo, non è sufficiente a integrare una rinuncia tacita a un diritto. La rinuncia deve emergere da un comportamento concludente del titolare che riveli in modo univoco la sua effettiva e definitiva volontà abdicativa.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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