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Credito prededucibile: escluso per quote non versate

Una società consortile chiedeva l’ammissione al passivo fallimentare di una sua consorziata per un credito relativo a quote di capitale non versate, richiedendone la natura di credito prededucibile. La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta, chiarendo che l’obbligo di versare il capitale deriva dal contratto di società, che non rientra tra i contratti pendenti o ad esecuzione continuata disciplinati dalla legge fallimentare. Di conseguenza, il credito non gode di alcuna priorità e va trattato come chirografario.

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Credito prededucibile: la Cassazione nega la priorità per i decimi di capitale non versati

L’ordinanza della Corte di Cassazione n. 23258 del 2024 affronta una questione cruciale nell’intersezione tra diritto societario e fallimentare: la natura del credito di una società verso il socio fallito per il mancato versamento delle quote di capitale sottoscritte. La Corte ha stabilito che tale credito non può essere considerato un credito prededucibile, negandogli così la priorità di pagamento rispetto agli altri creditori. Questa decisione chiarisce importanti principi sull’applicazione delle norme sui contratti pendenti nel contesto del rapporto societario.

I Fatti di Causa

Una società consortile per azioni, posta in liquidazione, aveva richiesto l’ammissione al passivo del fallimento di una delle sue società consorziate. Le pretese erano due:
1. Un credito di circa 68.000 euro per i “decimi” di capitale sociale che la società fallita aveva sottoscritto al momento della costituzione della consortile ma mai versato. Per questo credito, la ricorrente chiedeva il riconoscimento del privilegio della prededuzione.
2. Un credito di oltre 355.000 euro per costi di locazione e supporto che la fallita era tenuta a rimborsare in proporzione alla sua partecipazione.

Il curatore del fallimento si era opposto, eccependo in compensazione un controcredito di circa 241.000 euro vantato dalla società fallita nei confronti della consortile, derivante da un contratto di appalto per servizi informatici. Il Tribunale aveva ammesso solo parzialmente le richieste della società consortile, negando la prededuzione e accogliendo l’eccezione di compensazione. La società consortile ha quindi presentato ricorso in Cassazione.

La Decisione della Corte di Cassazione

La Corte di Cassazione ha rigettato integralmente il ricorso, confermando la decisione del Tribunale. I giudici di legittimità hanno smontato le argomentazioni della ricorrente sia sulla questione della compensazione sia, soprattutto, sulla natura del credito per i decimi non versati.

Analisi della compensazione

In primo luogo, la Corte ha ritenuto corretta l’interpretazione del contratto d’appalto data dal Tribunale. Il credito della società fallita era esigibile in base alle fatture emesse per prestazioni regolarmente eseguite e non contestate. La circostanza che la società consortile avesse a sua volta una controversia con il proprio cliente finale per quei servizi era irrilevante ai fini della compensazione tra le parti del giudizio.

Il mancato riconoscimento del credito prededucibile

Il cuore della pronuncia risiede nella motivazione con cui è stata negata la natura di credito prededucibile alla pretesa per il mancato versamento dei decimi. La ricorrente sosteneva che il rapporto societario dovesse essere considerato un contratto ad esecuzione continuata, ancora “pendente” al momento del fallimento, con conseguente applicazione degli artt. 72 e 74 della legge fallimentare. Questo avrebbe comportato il subentro automatico del curatore e la prededucibilità del credito.

La Cassazione ha respinto questa tesi in modo netto.

Le motivazioni

La Corte ha chiarito che l’obbligo di effettuare i conferimenti non deriva da un autonomo “contratto di sottoscrizione”, distinto dal contratto di società, ma è un’obbligazione fondamentale che scaturisce direttamente da quest’ultimo. Il contratto di società, una volta perfezionato con la costituzione dell’ente, non può essere considerato “ineseguito da entrambe le parti” ai sensi dell’art. 72 l.fall.

Con la costituzione, infatti, le prestazioni essenziali sono state eseguite: la società è venuta a esistenza e la fallita ha acquisito la qualità di socio. Il mancato versamento dei decimi residui non è altro che l’inadempimento di un’obbligazione già sorta e definita, non una situazione di pendenza che consenta al curatore una scelta tra scioglimento e continuazione.

Inoltre, il rapporto societario non ha la natura sinallagmatica tipica dei contratti a prestazioni corrispettive, a cui si applica la disciplina dei contratti pendenti. Non esiste un nesso di corrispettività diretta tra il conferimento e la fruizione dei “vantaggi” della qualità di socio. Di conseguenza, non è applicabile neppure l’art. 74 l.fall., che riguarda specificamente i contratti ad esecuzione continuata o periodica.

Conclusioni

Questa ordinanza consolida un principio fondamentale: il credito di una società di capitali per i conferimenti ancora dovuti da un socio dichiarato fallito è un credito concorsuale ordinario, da ammettere al passivo in via chirografaria. Non può essere qualificato come credito prededucibile in quanto non sorge né in occasione né in funzione della procedura fallimentare.

La pronuncia ribadisce la distinzione tra il contratto di società, un contratto associativo con comunione di scopo, e i contratti di scambio a prestazioni corrispettive. Solo per questi ultimi opera la speciale disciplina fallimentare sui rapporti pendenti, che mira a gestire le relazioni contrattuali non ancora esaurite al momento dell’apertura del concorso. Per il rapporto societario, invece, il fallimento del socio produce effetti specifici regolati da altre norme (come l’esclusione di diritto nelle società di persone o l’acquisizione della partecipazione alla massa attiva), ma non attiva il meccanismo della prededuzione per i conferimenti non versati.

Il credito di una società per i “decimi” di capitale non versati da un socio poi fallito è un credito prededucibile?
No, la Corte di Cassazione ha stabilito che tale credito non è prededucibile. L’obbligo di versamento deriva dal contratto di società e non da un contratto ad esecuzione continuata o periodica ai sensi dell’art. 74 della legge fallimentare. Pertanto, va trattato come un normale credito chirografario.

Perché il contratto di società non viene considerato un rapporto “pendente” nel fallimento ai sensi dell’art. 72 della legge fallimentare?
Perché al momento della dichiarazione di fallimento, il contratto di società era già stato eseguito nelle sue obbligazioni fondamentali. La società era costituita e il socio fallito aveva già acquisito la sua qualità. Il mancato versamento dei decimi residui rappresenta un inadempimento di un’obbligazione già sorta, non una prestazione ancora da eseguire da entrambe le parti.

Una controversia tra una società e il suo cliente finale può impedire la compensazione tra la stessa società e un suo fornitore fallito?
No. Secondo la Corte, se le fatture del fornitore fallito sono relative a prestazioni correttamente eseguite e non contestate, il credito è esigibile. La controversia con il cliente finale è una questione separata e non può paralizzare il diritto del curatore fallimentare di eccepire la compensazione.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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