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Contributi INPS utili non distribuiti: il caso

L’ordinanza esamina l’obbligo di versare i contributi INPS utili non distribuiti da parte di un socio amministratore di una società di capitali. Mentre i giudici di merito hanno escluso tale obbligo per le somme accantonate a riserva, la Cassazione ha rilevato la particolare rilevanza della questione interpretativa dell’art. 3 bis del d.l. n.384/1992, disponendo il rinvio alla pubblica udienza per un approfondimento necessario data la natura seriale del contenzioso.

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Contributi INPS utili non distribuiti: l’ordinanza della Cassazione

Si torna a parlare di contributi INPS utili non distribuiti in una recente ordinanza interlocutoria della Corte di Cassazione. Il tema è di vitale importanza per migliaia di soci amministratori di società di capitali che si trovano a fronteggiare richieste dell’ente previdenziale su somme mai effettivamente percepite a titolo personale.

La controversia sui contributi INPS utili non distribuiti

Il caso trae origine dalla pretesa dell’ente previdenziale di riscuotere somme a titolo di contribuzione a percentuale su utili che una società a responsabilità limitata aveva deciso di non distribuire ai soci, preferendo accantonarli a fondo di riserva. Il socio coinvolto, pur ricoprendo il ruolo di amministratore e partecipando direttamente al lavoro aziendale, sosteneva con fermezza che tali somme non dovessero rientrare nella base imponibile previdenziale, in quanto non percepite come reddito personale.

La decisione dei giudici di merito e il ricorso dell’ente

Nei precedenti gradi di giudizio, sia il Tribunale che la Corte d’Appello hanno accolto le ragioni del contribuente. Secondo l’orientamento espresso nei gradi di merito, la normativa vigente non consentirebbe di assoggettare a contribuzione somme che, pur essendo formalmente utili della società, non sono state erogate al socio e quindi non costituiscono un reddito d’impresa denunciato ai fini IRPEF. L’ente previdenziale ha tuttavia proposto ricorso, ritenendo che il concetto di reddito d’impresa debba essere interpretato in senso più ampio.

Perché la questione dei contributi INPS utili non distribuiti è rilevante

La Suprema Corte ha riconosciuto che la questione presenta profili di particolare complessità e una spiccata natura seriale, interessando un numero elevatissimo di contribuenti in situazioni analoghe. Non si tratta solo di analizzare il testo letterale della legge, ma di applicare correttamente i canoni interpretativi previsti dall’ordinamento per stabilire se esista un nesso indissolubile tra l’utile prodotto dalla società e l’obbligo contributivo del socio, a prescindere dall’effettiva distribuzione del denaro.

le motivazioni

La Corte ha rilevato che l’interpretazione dell’art. 3 bis del d.l. n. 384/1992 necessita di un esame che vada oltre il semplice significato letterale del testo. La questione centrale risiede nello stabilire se gli utili accantonati a riserva possano o meno essere qualificati come redditi d’impresa denunciati ai fini IRPEF per l’anno di riferimento. Data la complessità della materia e il potenziale impatto su una vasta platea di lavoratori autonomi e soci di capitali, il collegio ha ritenuto che la camera di consiglio non fosse la sede idonea per una decisione definitiva, ravvisando la necessità di un dibattito in pubblica udienza.

le conclusioni

In conclusione, l’ordinanza dispone il rinvio della causa a nuovo ruolo per la trattazione in pubblica udienza. Questo provvedimento conferma che la giurisprudenza di legittimità è consapevole del peso economico e giuridico della questione. Per i professionisti e le imprese, tale rinvio rappresenta un momento di attesa ma anche di speranza per una futura chiarificazione che possa limitare pretese previdenziali su flussi finanziari che restano all’interno del patrimonio societario per garantirne la stabilità.

È obbligatorio versare contributi INPS su utili societari non distribuiti ai soci?
La questione è attualmente al vaglio della Cassazione. Mentre i giudici di merito tendono a escludere tale obbligo per le somme accantonate a riserva, la Suprema Corte ha rinviato il caso a una pubblica udienza per stabilire un principio definitivo.

Cosa si intende per reddito d’impresa nel calcolo dei contributi per gli artigiani?
Il reddito d’impresa ai fini previdenziali corrisponde ai redditi denunciati ai fini IRPEF. Il contrasto legale riguarda la possibilità di includere in questa base imponibile anche gli utili che la società trattiene internamente e non versa materialmente al socio.

Qual è il rischio per un socio amministratore di S.r.l. in caso di utili accantonati?
Il rischio principale è ricevere una richiesta di maggiore contribuzione a percentuale dall’INPS calcolata sull’intera quota di utile spettante, anche se tale somma è stata destinata a riserva e non è mai entrata nella disponibilità liquida del socio.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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