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Contratto part time nullo e rapporto full time

La Cassazione chiarisce le conseguenze di un contratto part time nullo per assenza di forma scritta. Sebbene il rapporto si presuma full time, il giudice può riconoscere un accordo tacito tra le parti per la sospensione della prestazione lavorativa. In questo caso, i lavoratori, dipendenti di una discoteca, si vedono riconosciuto il diritto a una garanzia minima di giornate retribuite, pattuita tacitamente e non modificabile unilateralmente dall’azienda.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Contratto part time nullo: quando il rapporto si considera full time?

La stipulazione di un contratto di lavoro a tempo parziale richiede obbligatoriamente la forma scritta. Ma cosa succede se questo requisito non viene rispettato? La recente ordinanza della Corte di Cassazione, n. 17419/2024, affronta proprio il caso di un contratto part time nullo, delineando un principio fondamentale: in assenza di un patto scritto, il rapporto di lavoro si presume a tempo pieno. Tuttavia, la Corte introduce un’importante sfumatura, riconoscendo la validità di accordi taciti che possono modificare l’esecuzione della prestazione lavorativa.

Il caso: Lavoro in discoteca senza contratto scritto

La vicenda riguarda un gruppo di lavoratori di una nota discoteca, assunti tra il 1993 e il 2000. Per decenni, essi hanno lavorato senza mai firmare un contratto individuale, prestando servizio solo durante le serate di apertura del locale. Nel 2009, un accordo sindacale aziendale aveva formalizzato questa prassi, garantendo ai dipendenti un minimo di 120 giornate di lavoro retribuite all’anno.

La situazione si complica nel 2015, quando l’azienda disdetta l’accordo sindacale e propone ai lavoratori nuovi contratti individuali part-time con un numero inferiore di giornate garantite (105). I lavoratori rifiutano e, ritenendo il loro rapporto di lavoro a tempo pieno per l’assenza di un contratto scritto, mettono a disposizione le loro energie lavorative per un impiego full-time, chiedendo poi in giudizio il riconoscimento del loro status e le relative differenze retributive.

Le decisioni di merito

Il Tribunale di primo grado accoglie la domanda dei lavoratori. La Corte d’Appello, invece, ribalta la decisione, sostenendo che, nonostante la mancanza di un contratto scritto, il comportamento ultraventennale delle parti dimostrava una chiara volontà comune di instaurare un rapporto di lavoro part-time verticale.

La presunzione del rapporto full time in un contratto part time nullo

La Corte di Cassazione, chiamata a decidere sulla questione, ribalta nuovamente il verdetto d’appello e riafferma un principio cardine del diritto del lavoro: il rapporto di lavoro subordinato si presume a tempo pieno. Il patto di lavoro part-time costituisce un’eccezione che deve essere provata per iscritto. Di conseguenza, un contratto part time nullo per vizio di forma non può che condurre alla qualificazione del rapporto come full-time sul piano giuridico.

La sospensione consensuale della prestazione: l’eccezione che modifica il full time

Qui si inserisce l’elemento di novità e complessità della pronuncia. La Corte chiarisce che, sebbene il rapporto sia giuridicamente full-time, il datore di lavoro è ammesso a provare che vi siano state delle sospensioni concordate della prestazione lavorativa (e della relativa retribuzione). Tale accordo può essere raggiunto anche per facta concludentia, ovvero attraverso comportamenti reiterati e inequivocabili che manifestano una volontà comune.

Nel caso specifico, la prassi ventennale di lavorare solo nei giorni di apertura della discoteca, cristallizzata poi nell’accordo sindacale del 2009 con la garanzia di 120 giornate, è stata interpretata dalla Corte come una clausola tacita integrativa dei singoli contratti di lavoro (giuridicamente a tempo pieno). Questa clausola prevedeva una sospensione consensuale dell’attività nei giorni di chiusura del locale, a fronte però di una precisa garanzia retributiva minima.

Le motivazioni della Corte di Cassazione

La Corte Suprema ha cassato con rinvio la sentenza d’appello, stabilendo che i giudici di merito avevano errato nel non qualificare il rapporto come full-time. Tuttavia, ha specificato che il danno da risarcire ai lavoratori non va calcolato sulla base di una retribuzione piena per 365 giorni all’anno, poiché un rapporto del genere non era mai stato effettivamente eseguito per concorde volontà delle parti.

Il punto cruciale, secondo la Cassazione, è che la garanzia delle 120 giornate retribuite, essendo diventata parte integrante e tacita dei contratti individuali, non poteva essere ridotta unilateralmente dal datore di lavoro con la semplice disdetta dell’accordo collettivo. Per modificarla, sarebbe stato necessario un nuovo consenso dei singoli lavoratori, consenso che in questo caso è mancato. Pertanto, la messa in mora da parte dei lavoratori non ha ‘ripristinato’ un ipotetico full-time mai esistito nella pratica, ma ha consolidato il loro diritto a vedersi garantita la situazione precedente alla modifica unilaterale, ovvero un rapporto full-time con sospensione concordata e garanzia di 120 giornate lavorative annue.

Conclusioni: le implicazioni della sentenza

Questa ordinanza offre un importante equilibrio. Da un lato, protegge il lavoratore riaffermando che la mancanza di forma scritta nel part-time conduce alla presunzione di un rapporto a tempo pieno. Dall’altro, introduce un criterio di realtà, ammettendo che accordi taciti consolidati nel tempo possano modulare l’esecuzione del rapporto, a condizione che le garanzie minime per il lavoratore, una volta concordate, non vengano meno per decisione unilaterale dell’azienda. La sentenza sottolinea che le clausole nate dalla prassi e recepite in accordi, anche se poi disdettati, possono ‘incorporarsi’ nel contratto individuale e richiedere un nuovo consenso per essere modificate.

Un contratto di lavoro part-time senza forma scritta è valido?
No. Secondo la Corte, un rapporto di lavoro part-time deve risultare da un patto scritto. In assenza della forma scritta, richiesta a seconda dei casi per la validità (ad substantiam) o per la prova (ad probationem), il rapporto si presume giuridicamente a tempo pieno (full time).

Se un rapporto è legalmente full time, il lavoratore ha sempre diritto alla retribuzione piena anche se non ha mai lavorato tutti i giorni?
Non necessariamente. La Corte ammette che il datore di lavoro possa provare l’esistenza di un accordo, anche non scritto e basato su comportamenti concludenti (facta concludentia), per la sospensione della prestazione lavorativa e della retribuzione in determinati periodi.

Un accordo non scritto sulla sospensione del lavoro può essere modificato unilateralmente dal datore di lavoro?
No. Una volta che l’accordo sulla sospensione della prestazione, con le sue garanzie (come un numero minimo di giornate retribuite), si è consolidato nel tempo diventando una clausola tacita del contratto individuale, non può essere modificato o peggiorato unilateralmente dal datore di lavoro. Serve un nuovo consenso del lavoratore.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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