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Contratto a termine agricoltura: i limiti per gli enti

La Corte di Cassazione ha stabilito che un ente pubblico agricolo non può essere considerato un imprenditore agricolo e, pertanto, non può beneficiare delle deroghe speciali previste per il contratto a termine agricoltura. La reiterazione di contratti a termine per oltre trent’anni con un lavoratore è stata ritenuta abusiva, poiché le eccezioni alla durata massima dei contratti sono applicabili solo a mansioni strettamente stagionali, la cui prova spetta al datore di lavoro. La sentenza della Corte d’Appello è stata cassata con rinvio.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Contratto a termine agricoltura: la Cassazione fissa i paletti per gli enti pubblici

Con l’ordinanza n. 17525/2024, la Corte di Cassazione interviene su un tema cruciale del diritto del lavoro: i limiti all’utilizzo del contratto a termine agricoltura da parte di enti pubblici. La decisione chiarisce che le deroghe previste per il settore agricolo, in particolare quelle sulla durata massima dei contratti, non si applicano automaticamente agli enti pubblici non economici, i quali non possono essere equiparati a un ‘imprenditore agricolo’. Questa pronuncia rafforza le tutele per i lavoratori contro l’abuso dei contratti a tempo determinato.

Il caso: una vita di contratti a termine

La vicenda riguarda un lavoratore impiegato come operatore agricolo da un Ente di Sviluppo Agricolo per oltre trent’anni, dal 1987 al 2018, attraverso una serie ininterrotta di contratti a tempo determinato. Il lavoratore, ritenendo illegittima tale reiterazione, si è rivolto al Tribunale per ottenere il risarcimento del danno derivante dall’utilizzo abusivo di questa forma contrattuale.

Inizialmente, il Tribunale di primo grado ha accolto la sua domanda. Tuttavia, la Corte d’Appello ha ribaltato la decisione, accogliendo il ricorso dell’ente. Secondo i giudici di secondo grado, la normativa sul lavoro a termine nel settore agricolo prevede deroghe significative, e la stagionalità non sarebbe l’unica giustificazione possibile. Le caratteristiche intrinseche dell’attività agricola, a loro avviso, renderebbero compatibile una successione di contratti a termine. Il lavoratore ha quindi presentato ricorso in Cassazione.

Le deroghe al contratto a termine agricoltura e gli enti pubblici

La Corte di Cassazione ha accolto i motivi di ricorso del lavoratore, cassando la sentenza d’appello e stabilendo principi di diritto fondamentali.

I giudici supremi hanno chiarito che l’Ente di Sviluppo Agricolo, in quanto ente pubblico non economico, non può essere qualificato come ‘imprenditore agricolo’ ai sensi dell’art. 2135 del Codice Civile. Di conseguenza, non può beneficiare delle speciali deroghe previste per i datori di lavoro del settore agricolo privato.

La disciplina applicabile è quella generale del pubblico impiego, che pone limiti stringenti alla successione di contratti a termine per evitare abusi.

L’importanza della stagionalità

Anche volendo analizzare la questione nell’ambito del settore agricolo, la Corte ha ribadito un principio consolidato: la deroga al limite massimo di durata dei contratti a termine (fissato in trentasei mesi) è consentita solamente quando i contratti riguardano attività genuinamente stagionali.

Non è sufficiente che l’attività dell’azienda sia, nel suo complesso, stagionale. Le mansioni affidate al lavoratore a termine devono essere strettamente connesse a esigenze temporanee e aggiuntive, limitate a una specifica stagione. Attività come la manutenzione, la custodia o la preparazione, che si protraggono per tutto l’anno, richiedono l’assunzione di personale a tempo indeterminato.

Le motivazioni della Corte di Cassazione

La Cassazione ha smontato la tesi della Corte d’Appello, evidenziando diversi errori di diritto. In primo luogo, è stato errato applicare all’ente pubblico una norma (l’art. 10, comma 2, D.Lgs. 368/2001) dettata per i datori di lavoro privati del settore agricolo. L’ente, per sua natura, è soggetto alle regole del pubblico impiego (D.Lgs. 165/2001).

In secondo luogo, la Corte ha sottolineato che la ‘naturale ciclicità’ dell’agricoltura non giustifica di per sé deroghe illimitate alla disciplina dei contratti a termine. I lavori che rispondono a esigenze permanenti, anche se all’interno di un ciclo stagionale, devono essere coperti da contratti a tempo indeterminato. L’onere di dimostrare la natura esclusivamente stagionale delle mansioni svolte dal lavoratore ricade interamente sul datore di lavoro. Questo onere include la necessità di un chiaro riferimento alla stagionalità nel contratto individuale e la prova che le mansioni effettivamente svolte rientrassero in quelle previste dal D.P.R. n. 1525/1963 o dalla contrattazione collettiva.

Le conclusioni

In conclusione, la Corte di Cassazione ha cassato la sentenza impugnata e ha rinviato la causa alla Corte d’Appello di Palermo, in diversa composizione, affinché riesamini il caso attenendosi ai principi enunciati. La nuova Corte dovrà verificare concretamente la natura delle mansioni svolte dal lavoratore e stabilire se queste fossero effettivamente e unicamente stagionali. Questa ordinanza rappresenta un importante monito per gli enti pubblici che operano nel settore agricolo, riaffermando che le tutele contro l’abuso del contratto a termine valgono anche per loro e che le deroghe previste per il settore privato non possono essere estese in modo acritico. Il principio della stagionalità deve essere interpretato in senso rigoroso per garantire la stabilità occupazionale.

Un ente pubblico può essere considerato un imprenditore agricolo ai fini delle deroghe sul contratto a termine?
No. La Corte di Cassazione ha stabilito che un ente pubblico non economico, come un Ente di Sviluppo Agricolo, non è qualificabile come imprenditore agricolo ai sensi dell’art. 2135 c.c. e pertanto non può beneficiare delle deroghe specifiche previste per i datori di lavoro privati in agricoltura.

La deroga al limite di durata dei contratti a termine in agricoltura si applica a tutte le attività del settore?
No. La deroga al limite massimo di trentasei mesi è applicabile solamente quando i contratti riguardano attività strettamente stagionali. Non si estende ad attività continuative come manutenzione, custodia o preparazione, che devono essere coperte da contratti a tempo indeterminato.

Su chi ricade l’onere di provare la natura stagionale delle mansioni in un contratto a termine agricolo?
L’onere della prova grava interamente sul datore di lavoro. È quest’ultimo che deve dimostrare che le mansioni affidate al lavoratore erano esclusivamente stagionali e strettamente complementari o accessorie a tali attività, come risultante dalla causale del contratto e dalle prestazioni in concreto svolte.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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