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Contratto a progetto: quando si converte in subordinato

La Corte di Cassazione ha stabilito che un contratto a progetto privo di un’indicazione specifica, determinata e autonoma dell’oggetto, che si risolve invece nello svolgimento di mansioni ordinarie dell’azienda, deve essere convertito in un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. Nel caso specifico, un’operatrice di call center si è vista riconoscere la natura subordinata del suo rapporto, sebbene la durata dello stesso sia stata limitata al periodo da lei richiesto in sede di ricorso iniziale, riformando parzialmente la decisione della Corte d’Appello che non aveva considerato tale limite temporale.

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Pubblicato il 18 febbraio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Contratto a progetto: quando la genericità porta alla conversione

Il contratto a progetto, una tipologia contrattuale introdotta dalla Legge Biagi e oggi superata, continua a produrre effetti nei tribunali italiani. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ci offre l’occasione per tornare su un punto cruciale: la necessità di uno specifico progetto, senza il quale il rapporto di lavoro si converte automaticamente in un contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. Analizziamo come l’assenza di un progetto definito e la sua coincidenza con l’attività ordinaria dell’impresa abbiano portato al riconoscimento dei diritti di una lavoratrice.

I fatti di causa: da un progetto a un lavoro subordinato

Una lavoratrice era stata assunta da un’azienda di customer care con un contratto a progetto. Il suo compito, secondo il contratto, era legato a una commessa di una grande società di telecomunicazioni e consisteva genericamente nel “fidelizzare la propria clientela con l’obiettivo di ridurre il rischio di churn e di incentivare l’attivazione di offerte competitive”.

La lavoratrice ha impugnato il contratto, sostenendo che in realtà mascherasse un vero e proprio rapporto di lavoro subordinato. La Corte d’Appello le ha dato ragione, dichiarando l’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato e part-time sin dall’inizio del primo contratto. La società ha quindi presentato ricorso in Cassazione, contestando la decisione e sostenendo, tra le altre cose, la validità del progetto.

La decisione della Cassazione: progetto nullo e conversione automatica

La Corte di Cassazione ha rigettato quasi tutti i motivi di ricorso dell’azienda, confermando la decisione della Corte d’Appello sulla natura subordinata del rapporto. I giudici hanno ribadito un principio consolidato: in assenza di uno specifico progetto, programma di lavoro o fase di esso, il contratto si converte automaticamente in un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. Non è necessario alcun ulteriore accertamento sulla natura effettiva del rapporto, poiché la sanzione della conversione scatta per legge.

L’unico punto su cui la Cassazione ha accolto il ricorso dell’azienda riguarda la durata del rapporto. La lavoratrice, nel suo ricorso originale, aveva chiesto che il rapporto di lavoro fosse accertato fino a una data precisa (31 marzo 2016). La Corte d’Appello aveva invece dichiarato un rapporto a tempo indeterminato senza specificare una data di fine. La Cassazione ha corretto questa parte della sentenza, limitando l’accertamento del rapporto al periodo effettivamente richiesto dalla lavoratrice, in rispetto del principio processuale della corrispondenza tra chiesto e pronunciato.

Le motivazioni: perché il ‘rischio di churn’ non è un contratto a progetto valido

Il cuore della decisione risiede nella valutazione della specificità del progetto. La Corte ha spiegato che un contratto a progetto non può consistere nella mera riproposizione dell’oggetto sociale dell’azienda committente o in attività che coincidono con l’ordinaria operatività aziendale.

Nel caso esaminato, l’attività di “vendita e promozione telefonica” e di fidelizzazione per “ridurre il rischio di churn” è stata considerata l’attività tipica e continuativa dell’azienda di customer care. Un’attività del genere, svolta senza un risultato finale definito e senza una vera autonomia gestionale da parte della lavoratrice, non può essere qualificata come un progetto specifico. La sua genericità e la sua coincidenza con il ciclo produttivo ordinario dell’impresa ne hanno determinato l’illegittimità, con la conseguente conversione automatica in rapporto di lavoro subordinato.

Le conclusioni: implicazioni pratiche per aziende e lavoratori

Questa ordinanza rafforza un importante baluardo a tutela dei lavoratori, sottolineando che il contratto a progetto non può essere utilizzato come strumento per eludere le tutele del lavoro subordinato. Per le aziende, emerge chiaramente il rischio di utilizzare formulazioni generiche nei contratti, che possono portare a costose conversioni e al riconoscimento di differenze retributive e contributive. Per i lavoratori, si tratta di una conferma che la sostanza del rapporto di lavoro prevale sulla forma contrattuale e che la mancanza di un progetto autentico, specifico e autonomo può essere fatta valere in tribunale per ottenere il giusto inquadramento contrattuale.

Quando un contratto a progetto si trasforma in un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato?
Secondo la Corte, la conversione è automatica quando il contratto è privo di uno specifico progetto, programma di lavoro o fase di esso, come previsto dall’art. 69 del D.Lgs. n. 276/2003 (nella versione applicabile al caso).

L’attività di call center per “ridurre il rischio di churn” può essere considerata un valido progetto?
No, la Cassazione ha ritenuto tale descrizione troppo generica e coincidente con l’attività ordinaria e tipica dell’azienda di customer care. Un progetto valido deve essere specifico, determinato e non può risolversi semplicemente nello svolgimento delle mansioni aziendali correnti.

Se un lavoratore chiede in tribunale di accertare il suo rapporto di lavoro solo fino a una certa data, il giudice può andare oltre tale richiesta?
No, il giudice deve attenersi a quanto richiesto dalle parti (principio della corrispondenza tra chiesto e pronunciato). In questo caso, la Corte ha corretto la sentenza d’appello, limitando la durata del rapporto di lavoro al periodo esplicitamente richiesto dalla lavoratrice nel suo ricorso iniziale.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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