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Contratti a tempo determinato: limite 36 mesi vale sempre

La Corte di Cassazione ha stabilito che l’abuso di contratti a tempo determinato nel pubblico impiego si configura anche quando le assunzioni avvengono tramite concorsi pubblici distinti. Se le mansioni svolte dal lavoratore sono sostanzialmente le stesse, la durata complessiva dei rapporti non può superare il limite di 36 mesi. La Corte ha ritenuto irrilevante la distinzione formale delle procedure di assunzione, focalizzandosi sulla continuità e identità sostanziale della prestazione lavorativa per prevenire l’uso abusivo di tali contratti.

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Pubblicato il 9 febbraio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Contratti a tempo determinato: il limite di 36 mesi vale anche con concorsi diversi

L’uso di contratti a tempo determinato successivi nel pubblico impiego è una questione delicata, bilanciata tra esigenze di flessibilità della Pubblica Amministrazione e la tutela dei lavoratori. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione (n. 10571/2024) ha fornito un chiarimento fondamentale: il limite massimo di durata di 36 mesi si applica anche quando un lavoratore viene assunto più volte attraverso concorsi pubblici distinti, se la mansione rimane sostanzialmente la stessa. Questa decisione rafforza la protezione contro l’abuso della precarietà.

I Fatti di Causa

Un giornalista ha lavorato per un Ente Pubblico Regionale per quasi dieci anni, dal 2007 al 2017, con una sola interruzione di circa un anno e mezzo. Il suo impiego era regolato da una serie di contratti a tempo determinato, stipulati a seguito di due diverse selezioni pubbliche.

La prima selezione era per un redattore con conoscenza della lingua tedesca. La seconda, avvenuta anni dopo, era per un redattore con conoscenza sia del tedesco che dello sloveno. Nonostante le due procedure di assunzione, il lavoratore ha sempre svolto mansioni di redattore presso lo stesso ufficio stampa. Ritenendo che la successione di contratti fosse abusiva e avesse superato il limite legale di durata, il giornalista ha citato in giudizio l’Ente, chiedendo il risarcimento del danno. La Corte d’Appello gli ha dato ragione, condannando l’Amministrazione.

I Motivi del Ricorso dell’Ente Pubblico

L’Ente Pubblico ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, sostenendo principalmente due punti:
1. Distinzione dei rapporti: Secondo l’Ente, i rapporti di lavoro erano due, distinti e non cumulabili, poiché originati da due diversi concorsi pubblici. Pertanto, il limite di 36 mesi non era stato superato per nessuno dei due.
2. Eccezione contrattuale: L’Amministrazione ha invocato una norma del contratto collettivo nazionale dei giornalisti che avrebbe consentito deroghe al limite di durata per nuove iniziative editoriali.

In sostanza, l’Ente cercava di far valere la forma (le due diverse selezioni) sulla sostanza (la continuità della prestazione lavorativa).

La Decisione della Corte: l’abuso dei contratti a tempo determinato

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la sentenza d’appello e condannando l’Ente Pubblico. I giudici hanno stabilito che, ai fini del calcolo della durata massima dei contratti a tempo determinato, ciò che conta è la sostanza del rapporto di lavoro e non le modalità formali di assunzione. La finalità della normativa europea e nazionale è impedire che le amministrazioni utilizzino una successione di contratti a termine per soddisfare esigenze lavorative stabili e permanenti.

Le Motivazioni della Cassazione

La Corte ha fondato la sua decisione su alcuni principi cardine:

* Irrilevanza della procedura di assunzione: La Cassazione ha chiarito che il ripetersi di concorsi pubblici per l’assunzione a termine non può essere uno strumento per eludere il limite dei 36 mesi. Se così fosse, un’amministrazione potrebbe impiegare lo stesso lavoratore a tempo indeterminato di fatto, semplicemente bandendo un nuovo concorso ogni volta che il limite si avvicina. La ratio della norma è proteggere il lavoratore dalla precarietà, un obiettivo che verrebbe vanificato se la forma prevalesse sulla sostanza.

* Identità della mansione: I giudici hanno dato peso all’accertamento di fatto compiuto dalla Corte d’Appello, la quale aveva verificato che l’attività lavorativa era rimasta sostanzialmente identica per tutto il periodo. Il ruolo era sempre quello di redattore presso l’Ufficio Stampa. La richiesta aggiuntiva della conoscenza della lingua slovena nel secondo concorso è stata ritenuta un elemento non sufficiente a qualificare la mansione come diversa. La valutazione deve essere concreta e non basata sul nomen iuris o su dettagli formali.

* Onere della prova: La Corte ha ricordato che spetta all’amministrazione dimostrare le esigenze temporanee e specifiche che giustificano il ricorso a un contratto a termine. Nel caso di specie, l’Ente non solo non aveva provato tali esigenze, ma era emerso che la necessità di personale era stabile fin dal 2006.

Conclusioni

Questa ordinanza rappresenta un importante monito per le Pubbliche Amministrazioni. La lotta all’abuso dei contratti a tempo determinato non si ferma davanti a schermi procedurali come la ripetizione di concorsi pubblici. La tutela del lavoratore e il principio di stabilità del rapporto di lavoro prevalgono quando, di fatto, si copre un’esigenza lavorativa permanente con strumenti pensati per la temporaneità. Per i lavoratori, questa sentenza rafforza la possibilità di ottenere un risarcimento del danno quando un datore di lavoro pubblico reitera illegittimamente contratti a termine, anche se attraverso percorsi di selezione formalmente distinti.

Il limite di 36 mesi per i contratti a tempo determinato si applica anche se un lavoratore viene assunto più volte tramite concorsi pubblici diversi?
Sì. La Corte di Cassazione ha stabilito che la durata complessiva di tutti i contratti a termine deve essere sommata se le mansioni sono sostanzialmente le stesse. Il fatto che le assunzioni derivino da concorsi diversi è irrilevante ai fini del calcolo del limite massimo di 36 mesi, poiché la legge mira a prevenire l’abuso derivante dalla successione dei contratti, a prescindere dalla modalità di assunzione.

Cosa intende la Corte per “medesima occasione lavorativa” ai fini del calcolo della durata massima dei contratti a termine?
La Corte intende la posizione e l’attività lavorativa concreta per cui si ricorre al contratto flessibile. Se, al di là del nome formale (‘nomen iuris’), le mansioni, le modalità di espletamento e l’inserimento nell’organizzazione presentano le medesime caratteristiche, si tratta della stessa occasione lavorativa. Nel caso specifico, il ruolo di redattore presso l’ufficio stampa è stato considerato identico, nonostante la seconda selezione richiedesse una competenza linguistica aggiuntiva.

L’obbligo della Pubblica Amministrazione di assumere tramite concorso pubblico giustifica il superamento del limite di 36 mesi per i contratti a termine?
No. L’obbligo di assumere tramite concorso non può essere utilizzato per violare altre norme imperative, come quelle di derivazione europea che vietano l’abuso dei contratti a termine. Anzi, la stessa Amministrazione deve prevedere nei bandi di concorso clausole che impediscano la partecipazione di chi, in caso di assunzione, supererebbe il limite massimo di durata, per evitare di creare situazioni illegittime.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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