LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Condotta discriminatoria: onere della prova del lavoratore

Alcuni ex dipendenti hanno citato in giudizio il loro datore di lavoro pubblico per danni, sostenendo una condotta discriminatoria perché un premio di servizio era stato pagato ai colleghi ma non a loro. L’ente pubblico aveva emesso una delibera a loro favore ma non l’aveva mai approvata per mancanza di fondi. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, affermando che per dimostrare una condotta discriminatoria, i lavoratori devono prima provare di avere un diritto valido e non prescritto al beneficio, prova che non sono riusciti a fornire.

Prenota un appuntamento

Per una consulenza legale o per valutare una possibile strategia difensiva prenota un appuntamento.

La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)
Pubblicato il 22 febbraio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Condotta Discriminatoria: L’Onere della Prova Ricade sul Lavoratore

L’ordinanza n. 33044/2023 della Corte di Cassazione offre un importante chiarimento in materia di condotta discriminatoria sul luogo di lavoro. Quando un dipendente lamenta una disparità di trattamento rispetto ai colleghi, a chi spetta dimostrare l’esistenza del diritto negato? La Suprema Corte stabilisce un principio cardine: l’onere della prova è a carico del lavoratore che si ritiene discriminato. Vediamo nel dettaglio i fatti e le conclusioni dei giudici.

I Fatti di Causa: Il Premio di Servizio Negato

Un gruppo di ex dipendenti di un ente pubblico ha avviato una causa per ottenere il risarcimento dei danni derivanti sia dal ritardo nel pagamento di un’indennità, il cosiddetto “premio di servizio”, sia da una presunta condotta discriminatoria. L’ente, infatti, aveva liquidato tale premio ad altri ex dipendenti tramite specifiche delibere, mentre per i ricorrenti aveva sì predisposto una delibera di riconoscimento del diritto, ma non l’aveva mai approvata ufficialmente a causa di una dichiarata “carenza di fondi”.

Successivamente, in un atto di autotutela, l’amministrazione aveva addirittura annullato una delle delibere con cui aveva pagato altri lavoratori, chiedendo la restituzione delle somme. I ricorrenti, sentendosi ingiustamente esclusi, hanno sostenuto che la mancata approvazione della loro delibera fosse la prova stessa della discriminazione subita.

Le Decisioni dei Giudici di Merito

Sia il Tribunale che la Corte d’Appello hanno respinto le richieste dei lavoratori. La Corte territoriale, in particolare, ha basato la sua decisione su un punto formale: la delibera che riconosceva il diritto dei ricorrenti non era mai stata approvata. Di conseguenza, era un atto giuridicamente inefficace, un “presupposto inesistente” su cui non si poteva fondare alcuna pretesa, né per il pagamento né per un risarcimento da ritardo. Questa motivazione, tuttavia, non ha affrontato direttamente il cuore della questione sollevata: la discriminazione.

Il Ricorso in Cassazione e la Prova della Condotta Discriminatoria

I lavoratori si sono rivolti alla Corte di Cassazione, lamentando che i giudici di merito avessero completamente ignorato la loro principale argomentazione: la condotta discriminatoria. Secondo la loro tesi, la discriminazione non risiedeva nel ritardato pagamento, ma proprio nella decisione dell’ente di approvare le delibere per alcuni dipendenti e non per altri, usando la mancanza di fondi come pretesto solo nel loro caso.

Le Motivazioni della Cassazione

La Suprema Corte, pur rigettando il ricorso, ha corretto e integrato le motivazioni della Corte d’Appello, entrando nel merito della questione della discriminazione. I giudici hanno stabilito un principio fondamentale: per poter affermare l’esistenza di una condotta discriminatoria, non è sufficiente lamentare una disparità di trattamento. È necessario che chi si ritiene discriminato assolva a un preciso onere della prova.

Nel caso specifico, i lavoratori avrebbero dovuto dimostrare due elementi essenziali:

1. La titolarità del diritto: Dovevano provare di avere effettivamente diritto al premio di servizio. Questo diritto, derivante da una legge del 1947 e influenzato da una sentenza della Corte Costituzionale del 1986, era soggetto a un termine di prescrizione decennale. I ricorrenti non hanno fornito in giudizio la prova di aver presentato la loro richiesta entro i termini di legge.
2. L’identità di posizione: Dovevano dimostrare di trovarsi nella stessa identica situazione giuridica dei colleghi che avevano invece ricevuto il pagamento.

La Corte ha sottolineato che, in assenza della prova del diritto sottostante, qualsiasi valutazione sulla natura discriminatoria del comportamento del datore di lavoro diventa impossibile. Non si può essere discriminati rispetto a un diritto che non si è dimostrato di possedere. La mancata approvazione della delibera, quindi, non può essere considerata di per sé un atto discriminatorio se non si prova prima che i destinatari di quella delibera avessero un diritto valido e non prescritto.

Le Conclusioni

La Cassazione conclude che la domanda dei ricorrenti era infondata fin dall’origine. L’appello è stato respinto perché privo di “autosufficienza”, ovvero i ricorrenti non hanno inserito nel ricorso gli elementi e i documenti necessari (come l’istanza originaria con la data di deposito) per permettere alla Corte di verificare la sussistenza del loro diritto. Questa pronuncia ribadisce un principio cruciale nel diritto del lavoro: chi agisce in giudizio per denunciare una discriminazione deve fornire al giudice le prove concrete non solo del trattamento differenziato, ma anche e soprattutto della spettanza del diritto che assume essere stato ingiustamente negato.

Quando un trattamento differente tra dipendenti costituisce una condotta discriminatoria?
Secondo la sentenza, un trattamento differente non è automaticamente una condotta discriminatoria. Il lavoratore che si ritiene discriminato deve prima dimostrare di possedere lo stesso diritto che è stato riconosciuto ai colleghi e di trovarsi nella medesima situazione giuridica.

Chi deve fornire le prove in una causa per condotta discriminatoria sul lavoro?
L’onere della prova ricade sul lavoratore che lamenta la discriminazione. Egli deve fornire al giudice le prove necessarie a dimostrare non solo la disparità di trattamento, ma anche la titolarità del diritto che sostiene gli sia stato negato.

Cosa significa che un ricorso in Cassazione deve essere “autosufficiente”?
Significa che l’atto di ricorso deve contenere tutti gli elementi essenziali per decidere la controversia (fatti, documenti rilevanti, passaggi chiave delle sentenze precedenti), in modo che i giudici della Suprema Corte non debbano ricercare tali informazioni nel fascicolo processuale dei gradi di giudizio inferiori. Se il ricorso non è autosufficiente, può essere dichiarato inammissibile.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

Desideri approfondire l'argomento ed avere una consulenza legale?

Prenota un appuntamento. La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza / conerence call e si svolge in tre fasi.

Prima dell'appuntamento: analisi del caso prospettato. Si tratta della fase più delicata, perché dalla esatta comprensione del caso sottoposto dipendono il corretto inquadramento giuridico dello stesso, la ricerca del materiale e la soluzione finale.

Durante l’appuntamento: disponibilità all’ascolto e capacità a tenere distinti i dati essenziali del caso dalle componenti psicologiche ed emozionali.

Al termine dell’appuntamento: ti verranno forniti gli elementi di valutazione necessari e i suggerimenti opportuni al fine di porre in essere azioni consapevoli a seguito di un apprezzamento riflessivo di rischi e vantaggi. Il contenuto della prestazione di consulenza stragiudiziale comprende, difatti, il preciso dovere di informare compiutamente il cliente di ogni rischio di causa. A detto obbligo di informazione, si accompagnano specifici doveri di dissuasione e di sollecitazione.

Il costo della consulenza legale è di € 150,00.
02.37901052
8:00 – 20:00 (Lun - Sab)

Articoli correlati