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Conciliazione Obbligatoria: la sede non è vincolante

Un lavoratore impugnava il licenziamento, ma la sua domanda veniva dichiarata improcedibile per non aver esperito la conciliazione obbligatoria nella sede prevista dal CCNL. La Cassazione ha ribaltato la decisione, affermando che se il tentativo di conciliazione si è comunque svolto in una sede istituzionale (l’Ispettorato del Lavoro) con la partecipazione di entrambe le parti, l’obiettivo della norma è raggiunto. Dichiarare l’improcedibilità in questo caso è una sanzione sproporzionata che lede il diritto di accesso alla giustizia. Il caso è stato rinviato alla Corte d’Appello per l’esame nel merito.

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Conciliazione Obbligatoria: la sede non conta se lo scopo è raggiunto

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 31008/2025, ha stabilito un importante principio in materia di Conciliazione Obbligatoria nel diritto del lavoro. Se il tentativo di risolvere la controversia avviene in una sede diversa da quella prescritta dal contratto collettivo, ma con la partecipazione di entrambe le parti, la domanda giudiziale non può essere dichiarata improcedibile. Prevale la sostanza sulla forma, tutelando il diritto fondamentale di accesso alla giustizia.

Il caso: licenziamento e tentativo di conciliazione

Un lavoratore, dopo essere stato licenziato per giustificato motivo soggettivo da una cooperativa sociale, ha avviato una causa per contestare la legittimità del licenziamento e richiedere il pagamento di differenze retributive. Prima di rivolgersi al tribunale, come richiesto dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) applicabile, era necessario un tentativo di conciliazione.

Il CCNL specificava che tale tentativo dovesse svolgersi presso i “Comitati paritetici misti territoriali”. Il lavoratore, invece, ha avviato la procedura presso l’Ispettorato Territoriale del Lavoro (ITL), una sede istituzionale comunque prevista dalla legge per le conciliazioni. La cooperativa ha partecipato all’incontro senza sollevare alcuna obiezione sulla competenza della sede.

Nonostante ciò, sia il Tribunale di primo grado sia la Corte d’Appello hanno dichiarato la domanda del lavoratore improcedibile, ritenendo che il mancato rispetto della sede indicata dal CCNL costituisse un vizio insanabile.

La questione sulla Conciliazione Obbligatoria

La controversia è giunta dinanzi alla Corte di Cassazione, che ha dovuto rispondere a una domanda cruciale: il rigido rispetto della sede prevista dal CCNL per la Conciliazione Obbligatoria è una condizione così essenziale da precludere l’accesso al giudice, anche quando un tentativo di conciliazione si è effettivamente svolto in un’altra sede istituzionale con la partecipazione della controparte?

Il lavoratore ha sostenuto che la partecipazione della cooperativa alla conciliazione presso l’ITL, senza alcuna contestazione, equivaleva a un’accettazione tacita (per facta concludentia) della diversa procedura, sanando così ogni presunta irregolarità. In sostanza, lo scopo della norma collettiva – favorire un confronto preventivo tra le parti – era stato comunque raggiunto.

La decisione della Cassazione sulla Conciliazione Obbligatoria

La Suprema Corte ha accolto il ricorso del lavoratore, cassando la sentenza d’appello e rinviando la causa per un nuovo esame nel merito.

Il principio della Sostanziale Equivalenza

I giudici hanno sottolineato che, sebbene i contratti collettivi possano prevedere procedure di conciliazione obbligatorie (ai sensi dell’art. 412-ter c.p.c.), queste non possono tradursi in limiti sproporzionati all’accesso alla tutela giurisdizionale. Nel caso specifico, il confronto tra le parti, che è la finalità principale della conciliazione, si era concretamente realizzato.

Svolgere la procedura presso l’ITL invece che presso il comitato paritetico non ha causato alcun pregiudizio dimostrato ai diritti di difesa della cooperativa. Di conseguenza, sanzionare questa deviazione formale con la sanzione più grave, l’improcedibilità, è stato ritenuto in contrasto con i principi di effettività della tutela giurisdizionale sanciti dalla Costituzione (art. 24 e 111) e dalle fonti europee (art. 6 CEDU).

La Tutela del Diritto di Azione

La Corte ha affermato che l’autonomia collettiva, pur potendo definire i requisiti per la conciliazione, non può interferire con i presupposti del processo, i quali rispondono a esigenze di ordine pubblico. Dichiarare improcedibile una domanda in queste circostanze significherebbe dare un peso eccessivo a un requisito formale a discapito del diritto sostanziale del lavoratore di ottenere una decisione nel merito della sua controversia.

le motivazioni
La Corte di Cassazione ha motivato la sua decisione evidenziando che la legge (L. 183/2010), pur consentendo ai CCNL di istituire procedure di conciliazione obbligatorie, lo fa nell’ottica di deflazionare il contenzioso e favorire soluzioni extragiudiziali. Questa finalità, tuttavia, non può mai tradursi in un ostacolo insormontabile per l’accesso alla giustizia. Quando un confronto tra le parti si è comunque svolto in una sede istituzionale, e la parte convenuta vi ha partecipato senza eccepire nulla, lo scopo della norma collettiva può dirsi raggiunto. La sanzione dell’improcedibilità diventa, in un simile contesto, sproporzionata e contraria ai principi costituzionali ed europei che garantiscono il diritto a un equo processo e a una decisione di merito.

le conclusioni
In conclusione, questa sentenza chiarisce che la Conciliazione Obbligatoria prevista dai contratti collettivi deve essere interpretata secondo un criterio di ragionevolezza e proporzionalità. L’inosservanza di un dettaglio procedurale, come la scelta della sede, non può determinare l’improcedibilità della domanda giudiziale se lo scopo deflattivo della norma è stato sostanzialmente raggiunto attraverso un confronto effettivo tra le parti e in assenza di un concreto pregiudizio per i diritti di difesa. Questo principio rafforza la tutela del diritto di azione, garantendo che i formalismi non prevalgano sulla giustizia sostanziale.

Una causa è improcedibile se la conciliazione obbligatoria prevista dal CCNL si svolge in una sede diversa da quella prescritta?
No. Secondo la Cassazione, se il tentativo di conciliazione si è comunque realizzato in una sede istituzionale (come l’Ispettorato del Lavoro) con la partecipazione di entrambe le parti e senza che la controparte abbia sollevato eccezioni o dimostrato un pregiudizio, la domanda giudiziale non può essere dichiarata improcedibile. Prevale la sostanza sulla forma.

La partecipazione di un’azienda a un tentativo di conciliazione in una sede non prevista dal CCNL ha valore?
Sì. La Corte ha ritenuto che la partecipazione della parte datoriale alla conciliazione, senza sollevare obiezioni sulla sede, costituisca un comportamento concludente (facta concludentia) che di fatto accetta la procedura alternativa, sanando l’irregolarità formale.

L’autonomia contrattuale collettiva può limitare l’accesso alla giustizia?
No. Sebbene i contratti collettivi possano stabilire procedure di conciliazione obbligatorie, queste non possono interferire con i requisiti del processo al punto da limitare in modo sproporzionato o irragionevole il diritto fondamentale del lavoratore all’azione e alla difesa in giudizio, garantito dalla Costituzione.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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