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Compenso CTU: come si calcola? La Cassazione decide

Una società ha contestato la liquidazione del compenso CTU per una perizia in ambito fallimentare. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che il calcolo del compenso si basa sulla natura dell’incarico conferito dal giudice e non sugli strumenti usati dal consulente. Ha inoltre confermato che il valore di riferimento per il calcolo può essere il patrimonio netto della società esaminata, e che nuove questioni, come il valore indeterminabile della causa, non possono essere sollevate per la prima volta in sede di legittimità.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto Fallimentare, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Compenso CTU: la Cassazione stabilisce i criteri per la liquidazione

La corretta determinazione del compenso CTU è una questione cruciale che spesso genera contenzioso. L’onorario del Consulente Tecnico d’Ufficio deve rispecchiare la complessità dell’incarico, ma come si stabilisce il giusto importo? Una recente ordinanza della Corte di Cassazione offre chiarimenti fondamentali, ribadendo i principi per la scelta della normativa applicabile e dello scaglione di riferimento. Il caso analizzato riguarda l’opposizione a un decreto di liquidazione emesso in un procedimento per la verifica dello stato di insolvenza di una società.

I fatti del caso: l’opposizione al decreto di liquidazione

Una società creditrice si opponeva al decreto con cui il Tribunale di Catania aveva liquidato un compenso di 8.500,00 euro a favore di un CTU. L’incarico del consulente era quello di accertare lo stato di insolvenza di un’altra azienda. La società opponente sosteneva che il decreto fosse immotivato e che il calcolo fosse errato sia nella norma applicata sia nel valore di riferimento utilizzato.

Il Tribunale, in prima istanza, aveva respinto l’opposizione, ritenendo che:
1. La motivazione del decreto fosse adeguata, anche grazie al richiamo alla dettagliata nota del consulente.
2. La liquidazione fosse stata correttamente basata sull’art. 2 del d.m. 182/2002 (Consulenza in materia amministrativa, contabile e fiscale), data la natura complessa degli accertamenti richiesti.
3. Lo scaglione di riferimento fosse stato giustamente individuato nel valore del patrimonio netto della società esaminata (circa 13.600 euro) e non nell’importo del credito vantato dall’opponente.

Insoddisfatta, la società ha proposto ricorso per cassazione.

I motivi del ricorso e il calcolo del compenso CTU

Il ricorso in Cassazione si fondava su tre motivi principali:
1. Errore di diritto per carenza di motivazione: si lamentava una motivazione generica da parte del Tribunale sulla congruità del decreto di liquidazione.
2. Errata qualificazione della prestazione: secondo la ricorrente, l’incarico del CTU rientrava nell’ambito dell’art. 4 del d.m. 182/2002 (Consulenza in materia di bilancio), che prevede compensi inferiori, e non nell’art. 2.
3. Violazione delle norme sul valore della causa: si contestava la scelta del patrimonio netto come parametro per lo scaglione, sostenendo che si sarebbe dovuto considerare il valore della causa come indeterminabile, o in subordine, l’ammontare del proprio credito.

Le motivazioni della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha rigettato integralmente il ricorso, fornendo importanti precisazioni su ogni punto sollevato.

In primo luogo, il motivo sulla carenza di motivazione è stato dichiarato inammissibile. La Corte ha ricordato che il giudizio di cassazione è un giudizio di legittimità e non un terzo grado di merito; la critica mossa era generica e non rientrava nelle specifiche violazioni di legge previste dall’art. 360 c.p.c. Inoltre, il giudice di merito aveva adeguatamente spiegato le ragioni della sua decisione.

Sul secondo motivo, relativo alla norma applicabile, la Cassazione ha ribadito un principio consolidato (ius receptum): ai fini della liquidazione del compenso CTU, si deve avere riguardo all’accertamento richiesto dal giudice e non al tipo di indagini concretamente svolte dal consulente. Nel caso di specie, l’incarico non era un semplice esame dei bilanci, ma una “complessa ricostruzione di tutta la contabilità dell’azienda” per individuare indici di crisi. Tale complessità giustificava pienamente l’applicazione del più ampio criterio previsto dall’art. 2 (materia contabile e fiscale) anziché quello più specifico dell’art. 4 (materia di bilancio).

Infine, riguardo al terzo motivo, la Corte ha dichiarato inammissibile la censura sul valore indeterminabile della causa perché costituiva una questione nuova, mai sollevata in sede di opposizione. Per completezza, i giudici hanno osservato che il Tribunale aveva correttamente determinato lo scaglione di riferimento basandosi sul patrimonio netto della società sottoposta a verifica contabile, un criterio logico e pertinente all’oggetto dell’indagine. La Corte ha anche precisato che una causa si definisce di valore “indeterminabile” solo quando il suo oggetto non è suscettibile di valutazione economica, circostanza non applicabile al caso in esame.

Conclusioni

L’ordinanza della Cassazione riafferma con chiarezza due principi fondamentali per la determinazione del compenso CTU:
1. La natura dell’incarico prevale sugli strumenti: la tariffa applicabile dipende dal quesito posto dal giudice e dalla complessità dell’accertamento richiesto, non dalle singole operazioni o documenti analizzati dal consulente.
2. Il valore di riferimento deve essere pertinente: la scelta dello scaglione deve essere ancorata a un parametro economico rilevante per l’oggetto della consulenza, come il patrimonio netto in una verifica di insolvenza.
Questa decisione fornisce un’utile guida per evitare contenziosi sulla liquidazione degli onorari dei consulenti, sottolineando l’importanza di definire con precisione l’incarico peritale e di basare le contestazioni su argomenti pertinenti e tempestivamente sollevati nel corso del giudizio di merito.

Come si determina la tariffa corretta per il compenso di un CTU?
La tariffa si determina in base alla natura e alla complessità dell’accertamento richiesto dal giudice nel quesito peritale, e non in base agli specifici documenti o alle metodologie utilizzate dal consulente per arrivare al risultato.

Quale valore si utilizza per calcolare il compenso del CTU in una verifica sullo stato di insolvenza?
Il giudice può legittimamente utilizzare come scaglione di riferimento il valore del patrimonio netto della società sottoposta a verifica, in quanto è un dato economico direttamente collegato all’oggetto dell’indagine peritale.

È possibile sostenere per la prima volta in Cassazione che il valore della causa è ‘indeterminabile’ per modificare il calcolo del compenso?
No, non è possibile. Se tale questione non è stata sollevata durante il giudizio di merito (in questo caso, l’opposizione al decreto di liquidazione), essa costituisce una domanda nuova e, come tale, è inammissibile in sede di ricorso per cassazione.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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