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Compenso consulente tecnico di parte: la Cassazione decide

Una professionista, nominata consulente tecnico dal curatore di un fallimento, ha contestato la liquidazione del suo compenso. La Corte di Cassazione ha stabilito che la sua attività, avendo natura difensiva, deve essere retribuita secondo le tariffe professionali e non quelle previste per gli ausiliari del giudice. Il compenso del consulente tecnico di parte deve essere calcolato sul valore della pratica e non sull’importo recuperato tramite transazione. La Corte ha cassato il decreto e rinviato la causa al Tribunale per un nuovo esame.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto Fallimentare, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Compenso consulente tecnico di parte: la Cassazione stabilisce i criteri corretti

La corretta determinazione del compenso del consulente tecnico di parte (CTP) nominato dal curatore fallimentare è una questione cruciale che interseca diritto fallimentare e procedura civile. Con l’ordinanza n. 18116/2024, la Corte di Cassazione ha fornito un’interpretazione chiara, distinguendo nettamente il ruolo e la remunerazione del CTP da quelli del Consulente Tecnico d’Ufficio (CTU). Questa pronuncia ribadisce che l’attività del CTP ha una natura difensiva e deve essere liquidata secondo le tariffe professionali di riferimento.

I Fatti di Causa

Una professionista veniva incaricata dal curatore di una procedura fallimentare per svolgere il ruolo di consulente tecnico in un giudizio civile promosso dal fallimento stesso contro un istituto di credito. Al termine dell’incarico, il giudice delegato liquidava il compenso della professionista applicando le tariffe previste per gli ausiliari del giudice (d.m. 30/5/2002), anziché quelle professionali specifiche per la sua categoria.

La professionista proponeva reclamo al Tribunale, contestando sia il criterio di liquidazione utilizzato, sia l’importo, ritenuto incongruo. Sosteneva che la sua attività, in quanto CTP, non potesse essere equiparata a quella di un ausiliario del giudice, ma dovesse essere considerata una prestazione d’opera professionale a tutti gli effetti.

La Decisione del Tribunale

Il Tribunale rigettava il reclamo. In sintesi, il collegio riteneva che l’opera prestata dalla professionista non costituisse una vera e propria consulenza tecnica di parte, ma si limitasse a “mere osservazioni sull’attività e sul metodo operativo del consulente tecnico d’ufficio”. Di conseguenza, confermava l’applicazione delle tariffe per gli ausiliari del giudice, ritenendo corretta la decisione del giudice delegato. Inoltre, il Tribunale escludeva la possibilità di maggiorazioni del compenso, poiché l’importo massimo previsto dalla tariffa applicata era già stato quasi raggiunto.

I motivi del ricorso e il giusto compenso del consulente tecnico di parte

Insoddisfatta della decisione, la professionista ricorreva in Cassazione, sollevando diversi motivi. I punti centrali del ricorso erano:

1. Errata qualificazione giuridica dell’incarico: La ricorrente lamentava che il Tribunale avesse erroneamente qualificato la sua prestazione, non riconoscendone la natura di consulenza tecnica di parte, che per sua definizione ha una funzione difensiva a supporto della tesi della parte assistita (in questo caso, il fallimento).
2. Violazione delle norme sul compenso: Veniva contestata l’applicazione delle tariffe per gli ausiliari del giudice, sostenendo che si sarebbero dovute applicare le tariffe professionali previste per la categoria di appartenenza della consulente (d.P.R. n. 100/1997).
3. Errata determinazione della base di calcolo: Si censurava la decisione di calcolare il compenso sull’importo effettivamente incassato dalla curatela a seguito di una transazione, anziché sul “valore della pratica”, ossia il valore della domanda giudiziale come emerso dalla perizia.

Le motivazioni della Corte di Cassazione

La Corte di Cassazione ha accolto i motivi principali del ricorso, cassando il decreto del Tribunale. La Suprema Corte ha ribadito un principio fondamentale: l’opera prestata da un professionista su incarico del curatore fallimentare, nella qualità di consulente tecnico di parte in un procedimento civile, non è assimilabile a quella di un ausiliario del giudice (CTU), ma si inquadra in una vera e propria prestazione d’opera professionale.

La Corte ha spiegato che il CTP svolge un’attività squisitamente difensiva, collaborando con l’avvocato per sostenere le ragioni della parte assistita. Il suo ruolo non è imparziale, come quello del CTU, ma è finalizzato a supportare tecnicamente una tesi processuale. Di conseguenza, il rapporto che si instaura è di natura contrattuale e il compenso deve essere determinato sulla base delle relative tariffe professionali.

L’applicazione delle tariffe per gli ausiliari del giudice, secondo la Corte, è errata perché queste si riferiscono a figure che operano in posizione di terzietà e imparzialità. La diversa natura del rapporto e della prestazione giustifica una differente modalità di liquidazione del compenso.

Infine, la Cassazione ha precisato che il compenso deve essere liquidato avendo riguardo al “valore della pratica” previsto dalle tariffe professionali, e non alla somma effettivamente ricevuta dalla parte in sede di transazione. Questo perché la remunerazione deve essere commisurata all’impegno e alla complessità dell’attività svolta, non all’esito finale della controversia, che può dipendere da molti fattori, inclusa una scelta transattiva.

Le conclusioni

In conclusione, la Corte di Cassazione ha cassato con rinvio il decreto impugnato. Il Tribunale, in diversa composizione, dovrà procedere a una nuova liquidazione del compenso della professionista, applicando i seguenti principi di diritto:

* Il consulente tecnico nominato dal curatore fallimentare per un giudizio esterno agisce come consulente di parte (CTP) e non come ausiliario del giudice.
* Il compenso del consulente tecnico di parte deve essere determinato sulla base delle tariffe professionali vigenti per la categoria di appartenenza.
* La base di calcolo per la liquidazione è il “valore della pratica” e non l’importo incassato dalla procedura a seguito di transazione.

Come deve essere calcolato il compenso per un consulente tecnico nominato dal curatore fallimentare in un giudizio civile?
Il compenso deve essere determinato sulla base delle relative tariffe professionali vigenti per la categoria di appartenenza del consulente, e non secondo le tariffe previste per gli ausiliari del giudice, poiché la sua attività è qualificata come prestazione d’opera professionale di natura difensiva (CTP).

Qual è la differenza fondamentale tra il ruolo del CTU e quello del CTP secondo la Cassazione?
Il Consulente Tecnico d’Ufficio (CTU) è un ausiliario imparziale del giudice, la cui attività costituisce un ‘munus publicum’. Il Consulente Tecnico di Parte (CTP), invece, svolge un’attività di natura difensiva, collaborando con l’avvocato per sostenere la tesi della parte che lo ha nominato, e il suo incarico si basa su un rapporto contrattuale.

La liquidazione del compenso del CTP deve basarsi sull’importo recuperato dalla procedura fallimentare tramite transazione?
No. La Corte di Cassazione ha stabilito che il compenso deve essere liquidato avendo riguardo al “valore della pratica” come previsto dalle tariffe professionali applicabili, e non alla somma effettivamente ricevuta dalla parte in sede di transazione.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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