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Compensazione spese legali: quando è illegittima?

Un lavoratore vince una causa per differenze retributive. La società datrice di lavoro perde anche in appello, ma la Corte territoriale dispone la compensazione delle spese legali. La Cassazione interviene, cassando la sentenza d’appello su questo punto. Viene ribadito che la compensazione spese legali è un’eccezione applicabile solo in casi tassativi e gravi, come la novità della questione o un mutamento giurisprudenziale, e non può basarsi su motivazioni generiche come la “particolarità della controversia”.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Compensazione Spese Legali: la Cassazione Fissa Paletti Rigidi

La compensazione spese legali è un istituto che consente al giudice di decidere che ogni parte sostenga i propri costi processuali, anche in presenza di un vincitore e di uno sconfitto. Tuttavia, questa non è la regola, ma un’eccezione che deve essere giustificata da ragioni precise e serie. Con una recente ordinanza, la Corte di Cassazione ha ribadito la necessità di una motivazione rigorosa, censurando l’uso di formule generiche da parte dei giudici di merito. Analizziamo il caso per capire quando tale decisione è illegittima.

I Fatti di Causa: dalla Vittoria in Primo Grado alla Sorpresa in Appello

Un lavoratore citava in giudizio la propria azienda, una società di servizi, per ottenere il pagamento di una somma a titolo di “conguaglio ore”. Il Tribunale accoglieva la sua domanda. La società, non soddisfatta, proponeva appello, ma la Corte territoriale confermava integralmente la sentenza di primo grado, dando nuovamente ragione al lavoratore.

Tuttavia, la Corte d’Appello, pur respingendo il gravame della società, disponeva la compensazione delle spese legali del secondo grado. La motivazione addotta era basata sulla “particolarità della controversia e le oscillazioni della giurisprudenza di merito sulla questione esaminata”. Il lavoratore, sebbene vittorioso nel merito, si vedeva così negato il rimborso delle spese legali sostenute per difendersi in appello e decideva di ricorrere in Cassazione proprio contro questa statuizione.

Il Ricorso in Cassazione e i limiti alla compensazione spese legali

Il lavoratore lamentava la violazione delle norme del codice di procedura civile (artt. 91 e 92 c.p.c.), sostenendo che, essendo la società appellante risultata totalmente soccombente, non vi fossero i presupposti per la compensazione. In particolare, le ragioni indicate dalla Corte d’Appello – la “particolarità della controversia” e le “oscillazioni giurisprudenziali” – erano state ritenute troppo vaghe e non riconducibili alle ipotesi tassative previste dalla legge.

Le Motivazioni della Suprema Corte

La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del lavoratore, ritenendolo fondato. Gli Ermellini hanno chiarito che, secondo la normativa vigente (art. 92 c.p.c., come interpretato anche dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 77/2018), la compensazione delle spese è ammessa solo in casi specifici:

1. Soccombenza reciproca: quando entrambe le parti perdono su alcune delle loro domande.
2. Novità assoluta della questione trattata.
3. Mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni dirimenti.
4. Altre analoghe gravi ed eccezionali ragioni, che devono essere esplicitamente indicate dal giudice.

Nel caso di specie, la società era stata totalmente soccombente. Inoltre, la motivazione della Corte d’Appello è stata giudicata meramente apparente. La “particolarità della controversia” non è stata specificata in alcun modo, e le “oscillazioni della giurisprudenza di merito” non sono state supportate da citazioni di precedenti contrastanti. Si tratta, secondo la Cassazione, di formule generiche che non soddisfano il requisito di una motivazione specifica e rigorosa richiesta dalla legge per derogare al principio generale della condanna del soccombente al pagamento delle spese.

Conclusioni

La Suprema Corte ha cassato la sentenza d’appello nella parte relativa alle spese e, decidendo nel merito, ha condannato la società a rimborsare al lavoratore tutte le spese legali del giudizio d’appello e del giudizio di legittimità. Questa ordinanza rafforza un principio fondamentale: la condanna alle spese è la regola, mentre la compensazione è un’eccezione che richiede una giustificazione robusta, concreta e ancorata a presupposti normativi precisi. Non sono ammesse motivazioni vaghe o di stile, che finirebbero per vanificare il diritto della parte vittoriosa a vedere ristorati i costi sostenuti per far valere le proprie ragioni.

Quando un giudice può disporre la compensazione delle spese legali?
Un giudice può disporre la compensazione delle spese legali solo in casi specifici previsti dalla legge: soccombenza reciproca tra le parti, assoluta novità della questione trattata, mutamento della giurisprudenza su punti decisivi della causa, oppure la sussistenza di altre analoghe gravi ed eccezionali ragioni, che devono essere chiaramente motivate.

La “particolarità della controversia” è una ragione valida per compensare le spese?
No. Secondo la sentenza in esame, la “particolarità della controversia”, se non meglio specificata, è una formula generica e insufficiente. Non rientra tra le ragioni tassative che legittimano la deroga al principio secondo cui la parte che perde paga le spese.

Cosa succede se un giudice compensa le spese senza una motivazione valida?
La parte della sentenza che dispone la compensazione delle spese senza una valida motivazione può essere impugnata. Come avvenuto in questo caso, la Corte di Cassazione può annullare (cassare) tale decisione e condannare la parte soccombente al pagamento di tutte le spese dei gradi di giudizio precedenti.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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