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Clausola risolutiva espressa: il limite della buona fede

Una società finanziaria invoca la clausola risolutiva espressa contro un ente pubblico per un lieve ritardo nel pagamento di una rata di un accordo transattivo. La Corte di Cassazione, confermando la decisione d’appello, stabilisce che l’esercizio di tale clausola deve rispettare il principio di buona fede. Un inadempimento di minima entità, che non pregiudica l’interesse del creditore, non giustifica la risoluzione se questa rappresenta un abuso del diritto.

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Pubblicato il 17 febbraio 2026 in Diritto Civile, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Clausola Risolutiva Espressa: Quando la Buona Fede Prevale sul Diritto Scritto

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ribadisce un principio fondamentale del nostro ordinamento: anche la clausola risolutiva espressa, uno strumento contrattuale apparentemente ferreo, deve piegarsi ai doveri di correttezza e buona fede. Questo caso ci insegna che l’esercizio di un diritto non può mai trasformarsi in un abuso, specialmente quando l’inadempimento contestato è di minima entità e non lede l’interesse sostanziale del creditore. Analizziamo insieme la vicenda e le importanti conclusioni della Suprema Corte.

I Fatti di Causa

La controversia nasce dall’opposizione a un decreto ingiuntivo richiesto da una società finanziaria nei confronti di un’azienda sanitaria pubblica. Le parti avevano stipulato un accordo transattivo per una somma ingente. L’azienda sanitaria, pur avendo saldato quasi interamente il debito, pagava una piccola parte con un ritardo di circa due mesi e mezzo rispetto alla scadenza pattuita.

Facendo leva su una clausola risolutiva espressa presente nell’accordo, la società finanziaria dichiarava risolto il contratto e pretendeva il pagamento del credito originario, ben più alto della somma residua. La Corte d’Appello, riformando la decisione di primo grado, dava ragione all’ente debitore, sostenendo che l’attivazione della clausola in quel contesto specifico costituisse una violazione del principio di buona fede e un abuso del diritto.

La Decisione della Corte: l’Importanza della Clausola Risolutiva Espressa

La società creditrice ha impugnato la decisione in Cassazione, sostenendo che la presenza di una clausola risolutiva espressa esonerasse il giudice dal valutare la gravità dell’inadempimento. Secondo la ricorrente, la volontà delle parti era chiara e doveva essere rispettata, rendendo automatica la risoluzione del contratto.

La Suprema Corte, tuttavia, ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando in toto l’impostazione della Corte d’Appello. Gli Ermellini hanno ribadito un orientamento consolidato: il principio di buona fede (art. 1375 c.c.) è una norma imperativa che governa ogni fase del rapporto contrattuale, dall’esecuzione all’interpretazione.

Le Motivazioni: il Principio di Buona Fede come Limite

Il cuore della decisione risiede nell’applicazione del canone di buona fede come criterio per valutare la legittimità dell’esercizio del potere unilaterale di risolvere il contratto. La Corte chiarisce che anche in presenza di una clausola risolutiva espressa, i contraenti sono tenuti a comportarsi correttamente, preservando gli interessi reciproci.

L’esercizio del diritto di risoluzione non è un automatismo cieco, ma deve essere conforme a buona fede. Nel caso di specie, il ritardo era minimo rispetto alla durata del rapporto e l’importo pagato in ritardo rappresentava una frazione insignificante (lo 0,19%) del valore totale della transazione. Inoltre, la società creditrice non aveva subito alcun danno o ripercussione economica concreta da tale ritardo.

Attivare la clausola per un inadempimento così lieve, secondo la Corte, non rispondeva a un reale interesse di tutela del creditore, ma si configurava come un comportamento pretestuoso e contrario a correttezza, un vero e proprio abuso del diritto. Di conseguenza, la condotta del debitore, pur materialmente in ritardo, non poteva essere considerata un inadempimento idoneo a giustificare la risoluzione, perché l’esercizio del diritto da parte del creditore era, in quel contesto, contrario a buona fede.

Le Conclusioni: Implicazioni Pratiche

Questa pronuncia offre preziose indicazioni pratiche per chi redige e gestisce contratti. Insegna che nessuna clausola, per quanto precisa e forte, può essere usata come un’arma per trarre un vantaggio sproporzionato da un inadempimento di scarsa importanza. La buona fede agisce come un correttivo, imponendo una valutazione complessiva del comportamento delle parti e dell’equilibrio degli interessi in gioco. Prima di invocare la risoluzione, un creditore deve quindi chiedersi non solo se vi sia stato un inadempimento formale, ma anche se la sua reazione sia proporzionata e rispettosa dei principi di correttezza, per evitare che l’esercizio di un suo diritto venga qualificato come illegittimo dal giudice.

È possibile risolvere un contratto tramite una clausola risolutiva espressa anche per un inadempimento di minima importanza?
No. Secondo la Corte, l’esercizio del diritto di risoluzione, anche se previsto da una clausola espressa, è soggetto al principio di buona fede. Se l’inadempimento è di minima entità (nel caso specifico, un ritardo di due mesi e mezzo per lo 0,19% del valore totale) e non ha causato un pregiudizio concreto al creditore, l’attivazione della clausola può essere considerata un abuso del diritto e quindi illegittima.

Il principio di buona fede si applica anche quando un contratto prevede una clausola risolutiva espressa?
Sì. La Corte di Cassazione ha affermato che il principio generale di buona fede (art. 1375 c.c.) e il divieto di abuso del diritto si applicano sempre e governano il comportamento dei contraenti in ogni fase del rapporto. Pertanto, la buona fede agisce come canone di valutazione anche per il legittimo esercizio del potere unilaterale di risolvere il contratto previsto da una clausola risolutiva.

Cosa valuta il giudice quando una parte invoca una clausola risolutiva espressa?
Il giudice non si limita a verificare l’esistenza formale dell’inadempimento previsto dalla clausola. Deve valutare la condotta di entrambe le parti alla luce del principio di buona fede. In particolare, verifica se l’esercizio del diritto di risoluzione sia proporzionato, non pretestuoso e non contrario alla correttezza, considerando l’impatto concreto dell’inadempimento sull’equilibrio degli interessi contrattuali.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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