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Calunnia e risarcimento: l’onere della prova

Una società agricola e il suo amministratore hanno citato in giudizio un venditore immobiliare chiedendo il risarcimento per calunnia e diffamazione. Il venditore, fermato alla frontiera con contanti, aveva dichiarato che la somma era un pagamento in nero ricevuto per la vendita dell’immobile. La Cassazione ha confermato il rigetto della domanda, stabilendo che spetta all’attore provare la falsità delle dichiarazioni e la consapevolezza dell’innocenza da parte del dichiarante. La semplice quietanza nel contratto notarile non è stata ritenuta prova sufficiente della falsità del pagamento extra.

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Pubblicato il 28 marzo 2026 in Diritto Civile, Giurisprudenza Civile

Calunnia e risarcimento: l’onere della prova

L’accusa di aver ricevuto pagamenti in nero può configurare il reato di calunnia se chi la formula è consapevole dell’innocenza della controparte. La Corte di Cassazione ha recentemente chiarito i confini della responsabilità civile derivante da dichiarazioni rese alle autorità.

I fatti di causa

La vicenda nasce dalla compravendita di un immobile. Dopo la vendita, il venditore veniva fermato alla frontiera con una grossa somma di denaro contante. Egli dichiarava che il denaro era una parte del prezzo pagata in nero. Questa affermazione causava un accertamento fiscale per la società acquirente. Nonostante l’annullamento dell’atto tributario, gli acquirenti chiedevano il risarcimento per calunnia.

La decisione della Corte di Cassazione sulla calunnia

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso. Il punto centrale è l’onere della prova. Non basta dimostrare che la dichiarazione sia stata lesiva. Occorre provare la sua falsità e la malafede del dichiarante.

Il valore della quietanza notarile

La quietanza nel contratto notarile attesta solo il pagamento della somma indicata nell’atto. Essa non esclude che le parti abbiano versato altre somme privatamente. Pertanto, non prova automaticamente la falsità delle dichiarazioni del venditore.

La prova della calunnia nel processo civile

L’attore deve dimostrare che il convenuto ha accusato qualcuno sapendolo innocente. In questo caso, gli attori non hanno provato che il venditore avesse mentito consapevolmente.

Quando le dichiarazioni integrano la calunnia

Le dichiarazioni rese a un pubblico ufficiale non sono diffamazione perché manca la diffusione pubblica. Possono però essere calunnia se fatte con dolo. L’errore o il dubbio escludono la responsabilità civile.

Le motivazioni

La Corte ha spiegato che l’onere della prova della falsità e del dolo spetta a chi chiede il risarcimento. Senza la prova della consapevolezza dell’innocenza, non c’è illecito. Inoltre, tra le parti, la prova della simulazione del prezzo non può basarsi solo su indizi.

Le conclusioni

La sentenza conferma che la tutela contro le accuse calunniose richiede prove solide. La vittoria in sede tributaria non basta per ottenere il risarcimento. Serve dimostrare la malafede di chi ha mosso l’accusa.

Cosa deve provare chi chiede il risarcimento per una falsa accusa?
Deve dimostrare che la dichiarazione era falsa e che chi l’ha resa sapeva che l’accusato era innocente.

La quietanza nel contratto notarile prova che non ci sono stati pagamenti in nero?
No, la quietanza conferma solo il pagamento della cifra indicata nell’atto ma non esclude accordi privati per somme extra.

Una dichiarazione alla Guardia di Finanza è considerata diffamazione?
Generalmente no, perché manca la diffusione pubblica, ma può essere sanzionata come calunnia se fatta in malafede.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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