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Buoni pasto: quando l’azienda può revocarli?

Un gruppo di lavoratori ha citato in giudizio il nuovo datore di lavoro per aver interrotto l’erogazione dei buoni pasto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che i buoni pasto non costituiscono retribuzione, bensì un’agevolazione di carattere assistenziale. Pertanto, non sono protetti dal principio di irriducibilità della retribuzione e l’azienda ha potuto legittimamente recedere dall’accordo aziendale che ne prevedeva la corresponsione.

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Pubblicato il 23 novembre 2025 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Buoni Pasto: Fanno Parte dello Stipendio? La Cassazione Fa Chiarezza

I buoni pasto rappresentano uno dei benefit più diffusi nel mondo del lavoro, ma la loro natura giuridica è spesso fonte di dubbi e contenziosi. Sono da considerarsi parte integrante della retribuzione o un’agevolazione a sé stante? E, soprattutto, un’azienda può decidere unilateralmente di non erogarli più? Con una recente ordinanza, la Corte di Cassazione è tornata sul tema, offrendo chiarimenti fondamentali con importanti implicazioni per lavoratori e datori di lavoro.

I Fatti: Cambio Appalto e Stop ai Buoni Pasto

Il caso ha origine dalla vicenda di un gruppo di lavoratori addetti ai servizi di pulizia presso un importante aeroporto. In seguito a un cambio di appalto, la nuova società subentrante interrompeva l’erogazione dei buoni pasto del valore di 4,67 euro giornalieri, che venivano invece corrisposti dal precedente datore di lavoro.

I dipendenti, ritenendo tale erogazione un diritto acquisito, si rivolgevano prima al Tribunale e poi alla Corte d’Appello, chiedendo la condanna della nuova azienda alla consegna dei buoni o al pagamento del controvalore. Entrambi i gradi di giudizio, tuttavia, rigettavano le loro richieste, spingendoli a presentare ricorso in Cassazione.

La Decisione della Corte d’Appello

La Corte territoriale aveva distinto la posizione dei lavoratori. Per alcuni, che nel frattempo avevano firmato accordi di conciliazione sindacale con l’azienda, veniva dichiarata la cessazione della materia del contendere. Per gli altri, l’appello veniva respinto sulla base di due argomenti principali:
1. Assenza di un uso aziendale: L’erogazione dei ticket non derivava da una prassi consolidata e spontanea (uso aziendale), ma da specifici accordi aziendali.
2. Recedibilità degli accordi: Trattandosi di accordi collettivi stipulati a tempo indeterminato e senza un termine di scadenza, il datore di lavoro era libero di recedere unilateralmente, come di fatto era avvenuto.

L’Analisi della Cassazione e i motivi di ricorso sui buoni pasto

La Suprema Corte ha esaminato i dieci motivi di ricorso presentati dai lavoratori, rigettandoli tutti e confermando la decisione d’appello. L’analisi dei Giudici si è concentrata su alcuni punti nevralgici della controversia.

Natura dei Buoni Pasto: Non Sono Retribuzione

Il punto cruciale della decisione riguarda la qualificazione giuridica dei buoni pasto. La Cassazione ha ribadito il suo orientamento consolidato: i buoni pasto non hanno natura retributiva. Essi non rappresentano un corrispettivo della prestazione lavorativa, ma costituiscono un’agevolazione di carattere assistenziale, collegata al rapporto di lavoro solo in via occasionale. Il loro scopo è quello di facilitare al lavoratore la fruizione del pasto, senza essere un elemento fisso e immutabile dello stipendio.

Questa qualificazione ha una conseguenza fondamentale: ai buoni pasto non si applica il principio di irriducibilità della retribuzione, sancito dall’articolo 2103 del Codice Civile. Pertanto, la loro eliminazione non costituisce una violazione di tale principio.

Recesso Unilaterale dall’Accordo Aziendale

La Corte ha confermato la legittimità del recesso del datore di lavoro dall’accordo aziendale che prevedeva l’erogazione dei buoni. Poiché l’accordo era a tempo indeterminato e non prevedeva termini specifici per la disdetta, le parti erano libere di recedere unilateralmente. La decisione del Tribunale, che aveva evidenziato la mancanza di termini nell’accordo, non era stata specificamente impugnata in appello, rendendo la questione non più discutibile.

Questioni Procedurali e Limiti del Giudizio di Cassazione

Molti dei motivi di ricorso sono stati dichiarati inammissibili per ragioni procedurali. La Corte ha sottolineato come i ricorrenti non avessero specificato adeguatamente il contenuto degli accordi di conciliazione, né avessero formulato le censure in modo da consentire un sindacato di legittimità. La Cassazione non può riesaminare il merito dei fatti o l’interpretazione dei contratti (come gli accordi di conciliazione), compiti che spettano esclusivamente ai giudici di primo e secondo grado. È stato inoltre respinto il motivo basato su un presunto errore nella valutazione delle prove, poiché mascherava una richiesta di rivalutazione del merito, preclusa in sede di legittimità.

Le Motivazioni

La Corte di Cassazione ha fondato la sua decisione su un consolidato orientamento giurisprudenziale che distingue nettamente le voci retributive in senso stretto dalle erogazioni con finalità assistenziale o di welfare. I buoni pasto, così come le indennità di mensa, rientrano in questa seconda categoria. Essi non sono legati alla quantità o qualità del lavoro svolto, ma sono un beneficio concesso per agevolare il dipendente durante la giornata lavorativa. Di conseguenza, non godono delle tutele rafforzate previste per la retribuzione, come il principio di irriducibilità. Inoltre, la Corte ha valorizzato l’autonomia negoziale collettiva: un accordo aziendale a tempo indeterminato, in assenza di clausole specifiche sulla durata o sul recesso, può essere sciolto per volontà unilaterale di una delle parti, secondo i principi generali del diritto contrattuale.

Le Conclusioni

L’ordinanza conferma un principio chiaro: i buoni pasto, sebbene economicamente rilevanti per i lavoratori, non sono un diritto intangibile equiparabile allo stipendio. La loro erogazione dipende dalla fonte che li istituisce, come un accordo aziendale. Se tale accordo è a tempo indeterminato, il datore di lavoro può legittimamente recedere e interromperne la corresponsione. Questa pronuncia ribadisce l’importanza di analizzare attentamente il contenuto degli accordi collettivi e la distinzione fondamentale tra retribuzione e benefit assistenziali nel diritto del lavoro.

I buoni pasto sono considerati parte della retribuzione?
No, la Corte di Cassazione ha confermato il suo orientamento secondo cui i buoni pasto non hanno natura retributiva, ma costituiscono un’agevolazione di carattere assistenziale e, pertanto, non sono soggetti al principio di irriducibilità della retribuzione.

Un datore di lavoro può smettere di erogare i buoni pasto se erano previsti da un accordo aziendale a tempo indeterminato?
Sì. La sentenza chiarisce che, qualora un contratto collettivo di diritto comune sia stipulato a tempo indeterminato senza indicazione di un termine di scadenza, le parti sono libere di recedere unilateralmente.

Se un lavoratore firma una conciliazione sindacale, può continuare la causa giudiziaria sullo stesso oggetto?
No. Per i lavoratori che avevano firmato un accordo di conciliazione sindacale, la Corte ha dichiarato la cessazione della materia del contendere, poiché l’accordo tra le parti pone fine alla controversia.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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