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Assenza ingiustificata: quando il rifiuto è illegittimo

Una recente sentenza della Corte d’Appello analizza il caso di un licenziamento per assenza ingiustificata. Il lavoratore sosteneva di essere in ferie e di aver sospeso il lavoro per inadempimento del datore. La Corte ha respinto l’appello, sottolineando che l’assenza era illegittima perché il rifiuto di lavorare era contrario a buona fede, data la pregressa e consolidata prassi di accordi informali tra le parti.

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Pubblicato il 31 gennaio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Assenza ingiustificata: quando il rifiuto è illegittimo

Il licenziamento per assenza ingiustificata è una delle questioni più delicate nel diritto del lavoro. Una recente sentenza della Corte d’Appello di Brescia ha offerto importanti chiarimenti sui limiti del diritto del lavoratore di astenersi dalla prestazione lavorativa, anche a fronte di inadempimenti del datore di lavoro. Il caso esaminato dimostra come il principio di buona fede sia il faro che guida la valutazione della legittimità dei comportamenti di entrambe le parti del rapporto.

I Fatti di Causa: Un’Assenza Contesa

La vicenda ha origine dal licenziamento di un dipendente per un’prolungata assenza dal posto di lavoro. Il lavoratore si era difeso sostenendo di non essere assente ingiustificatamente, ma di aver iniziato a fruire delle numerose ferie arretrate con il ‘beneplacito’ del datore di lavoro. Inoltre, il dipendente aveva sollevato l’eccezione di inadempimento (art. 1460 c.c.), giustificando la sospensione dell’attività lavorativa con il mancato pagamento di alcune retribuzioni e la mancata concessione delle ferie.

Il Tribunale di primo grado aveva già riqualificato il licenziamento da ‘giusta causa’ a ‘giustificato motivo soggettivo’, condannando la società al pagamento dell’indennità sostitutiva del preavviso. La Corte d’Appello è stata chiamata a pronunciarsi sul ricorso del lavoratore, che chiedeva di dichiarare il licenziamento nullo perché ritorsivo e di ordinare la reintegrazione.

La Decisione sull’Assenza Ingiustificata e la Prova del Consenso

La Corte d’Appello ha confermato la decisione di primo grado, rigettando l’appello del lavoratore. I giudici hanno stabilito che l’onere di provare la giustificazione dell’assenza ricade sul dipendente. In questo caso, il lavoratore aveva genericamente affermato di avere il ‘consenso’ del datore di lavoro, senza però specificare le circostanze di tempo, luogo e le modalità con cui tale accordo sarebbe stato raggiunto. Una tale allegazione generica non è sufficiente a far scattare l’onere di contestazione specifica da parte del datore di lavoro.

Inoltre, la Corte ha precisato che l’obbligo del datore di far godere delle ferie arretrate non si traduce in un diritto automatico del lavoratore di auto-collocarsi in ferie. La decisione deve sempre tener conto di un equilibrio tra gli interessi contrapposti e le esigenze aziendali.

Le Motivazioni: Il Principio di Buona Fede nell’Eccezione di Inadempimento

Il punto cruciale della sentenza riguarda l’applicazione dell’art. 1460 c.c. e del principio di buona fede. Sebbene l’inadempimento del datore di lavoro (mancato pagamento di crediti e ferie) fosse presente, il rifiuto del lavoratore di eseguire la propria prestazione non è stato ritenuto legittimo. La Corte ha valorizzato la particolarissima natura del rapporto di lavoro, caratterizzato da uno stretto legame familiare tra il lavoratore e la legale rappresentante della società (erano fratelli).

Per anni, le parti avevano gestito il rapporto in modo peculiare e flessibile: era lo stesso lavoratore a indicare quali importi e quando versare, spesso per evitare pignoramenti sui propri crediti. Questa prassi, avallata e sollecitata dal dipendente per lungo tempo, dimostrava una reciproca soddisfazione. Il fatto che il lavoratore avesse improvvisamente e per la prima volta contestato gli arretrati e si fosse assentato senza preavviso è stato considerato un comportamento contrario a buona fede. L’inadempimento datoriale, alla luce di questo ‘assetto concreto’ del rapporto, perdeva gran parte della sua gravità e non poteva giustificare una reazione così drastica.

Infine, è stata esclusa la natura ritorsiva del licenziamento. Per la giurisprudenza, un licenziamento è ritorsivo solo se il motivo illecito è l’unico e determinante. Avendo la Corte accertato la sussistenza di un illecito disciplinare (l’assenza ingiustificata), veniva a mancare il requisito dell’esclusività della motivazione illecita.

Le Conclusioni: Quando l’Assenza Ingiustificata Non è Giustificabile

Questa pronuncia ribadisce un principio fondamentale: neppure di fronte a un inadempimento del datore di lavoro, il dipendente può sospendere unilateralmente la prestazione lavorativa se tale condotta risulta contraria a buona fede. La valutazione deve essere condotta caso per caso, tenendo in grandissima considerazione la storia e le dinamiche concrete del rapporto di lavoro. Accordi informali e prassi consolidate, sebbene non formalizzati, possono influenzare pesantemente il giudizio sulla correttezza e la lealtà dei comportamenti delle parti.

Un lavoratore può mettersi in ferie autonomamente se ha maturato molte ore arretrate?
No. La sentenza chiarisce che l’obbligo del datore di lavoro di concedere le ferie non autorizza il lavoratore a collocarsi in ferie autonomamente senza un consenso esplicito, in quanto devono essere bilanciate anche le esigenze aziendali.

È possibile sospendere la prestazione lavorativa se il datore di lavoro è inadempiente?
Sì, in base all’eccezione di inadempimento, ma solo se il rifiuto di lavorare è proporzionato e conforme a buona fede. In questo caso, la Corte ha ritenuto il comportamento contrario a buona fede, data la prassi pluriennale di pagamenti parziali avallata dallo stesso lavoratore.

Quando un licenziamento può essere considerato ritorsivo?
Un licenziamento è considerato ritorsivo solo quando il motivo di vendetta o rappresaglia è l’unica e determinante ragione del recesso. Se esiste una valida causa disciplinare, come un’assenza ingiustificata, la natura ritorsiva è esclusa.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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