LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Assegno di natalità: Sì anche senza permesso lungo

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 10449/2024, ha confermato il diritto all’assegno di natalità per una cittadina extracomunitaria sprovvista di permesso di soggiorno di lungo periodo. La decisione si fonda su una precedente sentenza della Corte Costituzionale (n. 54/2022) che ha dichiarato illegittima la norma che escludeva da tale beneficio i cittadini di Paesi terzi regolarmente ammessi in Italia a fini lavorativi, ritenendola discriminatoria. L’ente previdenziale aveva negato la prestazione, ma i giudici hanno ribadito il principio di parità di trattamento nell’accesso alle prestazioni di sicurezza sociale.

Prenota un appuntamento

Per una consulenza legale o per valutare una possibile strategia difensiva prenota un appuntamento.

La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)
Pubblicato il 8 febbraio 2026 in Diritto Civile, Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Assegno di natalità: la Cassazione conferma il diritto per gli stranieri

Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha consolidato un principio fondamentale in materia di welfare e immigrazione: l’assegno di natalità spetta anche ai cittadini stranieri legalmente presenti in Italia per motivi di lavoro, anche se non sono in possesso del permesso di soggiorno di lungo periodo. Questa decisione chiarisce definitivamente una questione a lungo dibattuta, allineando la normativa italiana ai principi di non discriminazione.

I Fatti del Caso

Una cittadina extracomunitaria, madre di una bambina nata in Italia, si era vista negare dall’ente previdenziale la richiesta per l’assegno di natalità. La motivazione del diniego era legata al fatto che la donna, pur essendo legalmente soggiornante e coniuge di un lavoratore autonomo, non era titolare di un permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo, requisito allora richiesto dalla normativa.

Ritenendo tale esclusione una discriminazione basata sulla nazionalità, la donna si è rivolta al Tribunale, che le ha dato ragione, riconoscendo il suo diritto alla prestazione. La decisione è stata confermata anche in secondo grado dalla Corte d’Appello. L’ente previdenziale, non condividendo le conclusioni dei giudici di merito, ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che l’assegno fosse una sorta di ‘bonus’ per incentivare la natalità nazionale e non una prestazione di sicurezza sociale soggetta all’obbligo di parità di trattamento.

La Decisione della Corte di Cassazione e l’assegno di natalità

La Corte Suprema di Cassazione, con la sentenza n. 10449 del 17 aprile 2024, ha rigettato il ricorso dell’ente, confermando in via definitiva il diritto della donna a percepire l’assegno. La Corte non ha fatto altro che applicare un principio già sancito da un intervento fondamentale della Corte Costituzionale.

Le Motivazioni

Il cuore della motivazione della Cassazione risiede nel richiamo alla sentenza n. 54 del 2022 della Corte Costituzionale. Con tale pronuncia, la Consulta aveva dichiarato l’illegittimità costituzionale della norma (art. 1, comma 125, della legge n. 190/2014) proprio nella parte in cui escludeva dall’assegno di natalità i cittadini di Paesi terzi ammessi in Italia per motivi di lavoro.

Secondo la Corte Costituzionale, e di conseguenza per la Cassazione, richiedere il possesso del permesso di soggiorno di lungo periodo per accedere a una prestazione di questo tipo crea una discriminazione irragionevole. L’assegno di natalità, infatti, non è un ‘bonus’ discrezionale, ma una misura di sostegno economico legata alla genitorialità e rientra a pieno titolo tra le prestazioni di sicurezza sociale. In base alla normativa europea e nazionale, tali prestazioni devono essere garantite in condizioni di parità di trattamento a tutti i lavoratori, italiani o stranieri, che contribuiscono al sistema sociale ed economico del Paese.

La Cassazione ha quindi concluso che, essendo la norma su cui si basava il diniego dell’ente stata dichiarata incostituzionale, il ricorso era infondato. La condotta dell’ente previdenziale era oggettivamente discriminatoria perché basata su un requisito (il permesso di lungo periodo) illegittimo per questa specifica prestazione.

Le Conclusioni

La sentenza consolida un importante principio di civiltà giuridica: l’accesso alle prestazioni di sostegno alla famiglia non può essere condizionato da requisiti di soggiorno che creino disparità ingiustificate. Tutti i cittadini stranieri che soggiornano e lavorano regolarmente in Italia, contribuendo al sistema di welfare, hanno diritto alla parità di trattamento per quanto riguarda le prestazioni di sicurezza sociale, inclusi i sostegni alla natalità. Questa pronuncia offre una tutela più forte alle famiglie immigrate e rafforza l’integrazione, riconoscendo che i diritti sociali fondamentali devono essere garantiti a tutti coloro che partecipano alla vita della comunità nazionale.

Un cittadino straniero senza permesso di soggiorno di lungo periodo ha diritto all’assegno di natalità?
Sì. Secondo la sentenza, basata su una pronuncia della Corte Costituzionale, i cittadini di Paesi terzi che sono stati ammessi in Italia a fini lavorativi o ai quali è consentito lavorare hanno diritto all’assegno di natalità, anche se non sono in possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo.

Perché la norma che escludeva gli stranieri dall’assegno di natalità è stata considerata discriminatoria?
La norma è stata considerata discriminatoria perché creava una disparità di trattamento irragionevole tra lavoratori italiani/UE e lavoratori di Paesi terzi, escludendo questi ultimi da una prestazione di sicurezza sociale pur contribuendo al sistema previdenziale. L’accesso a tale prestazione è legato alla condizione di lavoratore e non alla durata del soggiorno.

Quale è stato il ruolo della Corte Costituzionale in questa vicenda?
Il ruolo della Corte Costituzionale è stato decisivo. Con la sentenza n. 54 del 2022, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della legge che limitava il beneficio. La Corte di Cassazione, nel caso specifico, non ha fatto altro che applicare questo principio, rigettando il ricorso dell’ente previdenziale la cui argomentazione si basava su una norma non più valida.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

Desideri approfondire l'argomento ed avere una consulenza legale?

Prenota un appuntamento. La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza / conerence call e si svolge in tre fasi.

Prima dell'appuntamento: analisi del caso prospettato. Si tratta della fase più delicata, perché dalla esatta comprensione del caso sottoposto dipendono il corretto inquadramento giuridico dello stesso, la ricerca del materiale e la soluzione finale.

Durante l’appuntamento: disponibilità all’ascolto e capacità a tenere distinti i dati essenziali del caso dalle componenti psicologiche ed emozionali.

Al termine dell’appuntamento: ti verranno forniti gli elementi di valutazione necessari e i suggerimenti opportuni al fine di porre in essere azioni consapevoli a seguito di un apprezzamento riflessivo di rischi e vantaggi. Il contenuto della prestazione di consulenza stragiudiziale comprende, difatti, il preciso dovere di informare compiutamente il cliente di ogni rischio di causa. A detto obbligo di informazione, si accompagnano specifici doveri di dissuasione e di sollecitazione.

Il costo della consulenza legale è di € 150,00.
02.37901052
8:00 – 20:00 (Lun - Sab)

Articoli correlati