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Licenziamento per giustificato motivo oggettivo: repêchage nullo

Un’azienda ha intimato il licenziamento per giustificato motivo oggettivo a un dipendente dopo la perdita di un appalto di ristorazione. La Corte di Appello ha dichiarato illegittimo il recesso per mancata dimostrazione dell’impossibilità di ricollocare il dipendente (violazione dell’obbligo di repechage), concedendo però solo un risarcimento economico. La Corte di Cassazione ha rigettato le difese dell’azienda e accolto il ricorso del dipendente sulla tutela applicabile. A seguito della sentenza della Corte Costituzionale n. 125 del 2022, che ha cancellato il requisito della manifesta insussistenza del fatto, l’assenza di giustificato motivo per mancato repechage apre alla reintegrazione nel posto di lavoro. La Suprema Corte ha rimesso la decisione ai giudici di merito per l’applicazione della nuova disciplina.

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Pubblicato il 4 settembre 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

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Riferimento Ordinanza di Cassazione Civile Sez. Lavoro Num. 33341 Anno 2022 (Cass. civ. sez. lavoro n. 33341/2022)

Il contesto del licenziamento per giustificato motivo oggettivo

Un’azienda operante nella ristorazione collettiva interrompe un contratto di appalto. La direzione decide quindi di allontanare un dipendente addetto alla mensa. L’impresa motiva la scelta con ragioni organizzative e produttive, configurando un licenziamento per giustificato motivo oggettivo.

Il lavoratore impugna immediatamente il provvedimento espulsivo davanti all’autorità giudiziaria. La difesa eccepisce la mancata ricollocazione interna, definita obbligo di repêchage (dovere aziendale di verificare posizioni lavorative alternative). La società gestisce numerose altre commesse sul territorio nazionale e impiega migliaia di addetti. Per questa ragione, il dipendente contesta la scelta aziendale di escluderlo senza vagliare altri incarichi.

La prova del repêchage grava sul datore di lavoro

L’azienda sostiene che il dipendente debba indicare specifici posti vacanti per dimostrare la fattibilità del reimpiego. I giudici respingono fermamente questa ricostruzione normativa e processuale.

La giurisprudenza di legittimità assegna l’onere probatorio unicamente alla parte datoriale. Il datore di lavoro deve dimostrare l’impossibilità oggettiva di impiegare il lavoratore in altre sedi, anche fuori regione. Il lavoratore non ha alcun dovere di censire l’organico aziendale o scovare mansioni scoperte. La complessiva flessione del personale non basta a escludere la presenza di ruoli compatibili.

Le modifiche della Consulta sul licenziamento per giustificato motivo oggettivo

Il quadro normativo ha subito un profondo mutamento durante il contenzioso. La Corte Costituzionale, con la pronuncia numero 125 del 2022, ha eliminato la parola «manifesta» dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.

In passato, la reintegrazione scattava unicamente dinanzi a una clamorosa e palese assenza della motivazione economica. Oggi qualsiasi insussistenza del fatto giustificativo, compresa la mancata prova del repêchage, permette al dipendente di aspirare al ripristino del posto di lavoro. La Cassazione deve applicare i principi della Consulta anche se sopraggiunti poco prima della pubblicazione del verdetto.

Le motivazioni: i principi sul licenziamento per giustificato motivo oggettivo

I giudici di legittimità hanno confermato la piena illegittimità del recesso datoriale. L’azienda gestiva ancora vari appalti attivi e non ha offerto la prova certa dell’assenza di mansioni utili.

La Suprema Corte ha cassato la decisione di secondo grado nella parte relativa alla sola indennità economica. Il giudice di merito aveva negato il rientro in servizio applicando una norma dichiarata incostituzionale. L’evoluzione giurisprudenziale impone ora di valutare se il mancato repêchage integri un’assenza del fatto tale da giustificare la reintegrazione materiale nel posto.

Le conclusioni: la vittoria del dipendente e il nuovo giudizio

La Corte di Cassazione accoglie l’impugnazione del lavoratore e respinge il ricorso incidentale dell’azienda. L’impresa subisce inoltre la condanna al versamento del doppio contributo unificato.

La causa torna alla Corte di Appello in diversa composizione per ridefinire la tutela spettante al dipendente. Il nuovo collegio giudicante dovrà verificare se disporre la reintegrazione sul posto di lavoro alla luce dei recenti principi costituzionali, oltre a regolare le spese legali dell’intero procedimento.

A chi spetta dimostrare che non esistono altri posti per evitare il licenziamento?
L’onere della prova grava esclusivamente sul datore di lavoro, il quale deve dimostrare l’impossibilità di ricollocare il lavoratore in qualsiasi altra mansione disponibile nell’intera organizzazione aziendale.

Cosa accade se l’azienda gestisce appalti in diverse regioni?
Il datore di lavoro deve verificare l’assenza di mansioni compatibili su tutto il territorio in cui opera, inclusi gli appalti extraregionali, prima di procedere all’allontanamento definitivo.

Quale tutela ottiene il lavoratore se l’azienda viola l’obbligo di ricollocazione?
A seguito della dichiarazione di incostituzionalità dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, l’insussistenza della giustificazione oggettiva può consentire al lavoratore di ottenere la reintegrazione nel posto di lavoro e non solo un risarcimento economico.

Termini giuridici

Repechage
Obbligo del datore di lavoro di verificare la possibilità di ricollocare il dipendente in altre mansioni disponibili prima di procedere al recesso.
Giustificato motivo oggettivo
Ragione economica, organizzativa o produttiva che spinge l'impresa a sopprimere una specifica posizione lavorativa.
Tutela reintegratoria
Diritto del lavoratore a rientrare nel proprio posto di lavoro a seguito di un recesso dichiarato illegittimo dal giudice.
Onere della prova
Dovere imposto dalla legge a una delle parti di dimostrare i fatti posti a fondamento delle proprie richieste o difese.
Giudizio di rinvio
Fase processuale in cui un giudice di merito riesamina la controversia applicando il principio stabilito dalla Corte di Cassazione.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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