Il licenziamento per giustificato motivo oggettivo incide direttamente sulla vita dei lavoratori e sull’organizzazione delle imprese. La legge consente all’azienda di interrompere il rapporto di lavoro per soppressione della posizione o per ragioni produttive. Questa scelta rappresenta una misura estrema (extrema ratio). L’azienda deve infatti dimostrare non solo l’effettiva soppressione della mansione, ma anche l’impossibilità oggettiva di ricollocare il dipendente all’interno dell’intera organizzazione aziendale.
Nel caso esaminato, una lavoratrice del settore bancario ha impugnato il recesso datoriale. L’azienda sosteneva la reale eliminazione della sua funzione lavorativa. I giudici di merito hanno accertato la soppressione del ruolo. Tuttavia, la banca non ha fornito alcuna prova sull’impossibilità di reimpiegare la dipendente in altre attività compatibili con il suo inquadramento professionale.
Il principio dell’obbligo di ricollocazione interna
La legge pone a carico del datore di lavoro l’onere completo della prova (obbligo di dimostrare i fatti in giudizio). Il datore deve allegare documenti concreti e testimonianze puntuali. Egli deve provare che non esistono posizioni vacanti equivalenti o inferiori dove ricollocare la risorsa.
In assenza di tale dimostrazione rigorosa, la decisione espulsiva diventa illegittima. La Corte territoriale aveva confermato l’illegittimità dell’atto aziendale. Ciononostante, i giudici di secondo grado avevano riconosciuto alla dipendente solo una tutela indennitaria economica pari a diciotto mensilità. La Corte d’Appello aveva infatti escluso il reintegro sul posto di lavoro, ritenendo la riammissione aziendale eccessivamente gravosa per il datore.
La tutela applicabile nel licenziamento per giustificato motivo oggettivo
La lavoratrice ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione per ottenere il pieno reintegro. La Suprema Corte ha accolto le censure della dipendente, chiarendo l’evoluzione normativa dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.
La normativa richiedeva in passato una verifica sulla natura manifesta della mancanza della motivazione. Inoltre, la legge concedeva al giudice una facoltà di scelta tra indennizzo monetario e reintegrazione. Il quadro normativo è cambiato radicalmente grazie agli interventi della Corte Costituzionale. L’impossibilità di ricollocazione costituisce elemento strutturale e inscindibile della motivazione aziendale. Se manca la prova della soppressione o del tentato reimpiego, il fatto posto alla base dell’espulsione risulta inesistente.
Le motivazioni: i principi della Corte Costituzionale sul licenziamento per giustificato motivo oggettivo
I giudici di legittimità hanno fondato la loro decisione sulle pronunce numero 59 del 2021 e numero 125 del 2022 della Corte Costituzionale. La Consulta ha cancellato la discrezionalità del magistrato nella scelta della sanzione. La Consulta ha inoltre eliminato il requisito della gravità manifesta.
Quando il datore di lavoro non prova l’impossibilità del ripescaggio interno, il fatto fondante non sussiste. Il giudice non può effettuare valutazioni di opportunità o di onerosità per l’impresa. Il magistrato deve applicare direttamente e obbligatoriamente la tutela reintegratoria prevista dalla legge. La reintegrazione tutela il posto di lavoro quale valore costituzionalmente protetto rispetto all’arbitrio datoriale.
Le conclusioni: la vittoria della lavoratrice e il reintegro sul lavoro
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della dipendente e ha cassato la decisione impugnata. La Corte d’Appello, in diversa composizione, dovrà ora riesaminare la controversia e applicare il regime di tutela reintegratoria con risarcimento del danno.
La pronuncia stabilisce un principio fondamentale a favore dei prestatori di lavoro. L’azienda non può limitarsi a pagare un’indennità risarcitoria monetaria quando omette di verificare le mansioni alternative disponibili. L’assenza di prova sul repêchage comporta obbligatoriamente il ripristino del rapporto lavorativo.
Cosa accade se il datore sopprime il posto ma non cerca di ricollocare il dipendente?
Il licenziamento è illegittimo. La mancata dimostrazione dell’impossibilità di ricollocazione rende insussistente il giustificato motivo e impone la reintegrazione del lavoratore.
Il giudice può scegliere tra risarcimento economico e reintegro nel posto di lavoro?
No. Le sentenze della Corte Costituzionale hanno eliminato la discrezionalità del giudice, rendendo la reintegrazione una conseguenza obbligatoria in caso di insussistenza del fatto.
Chi deve provare in giudizio che non esistono altre mansioni disponibili in azienda?
L’onere della prova grava interamente sul datore di lavoro, il quale deve dimostrare l’assenza di qualsiasi altra posizione utile all’interno della struttura.