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Evasione dagli arresti domiciliari: reato anche sulle scale

La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di una persona sottoposta a misura cautelare che si è allontanata dalla propria abitazione per raggiungere un piano diverso dello stesso edificio. I giudici di merito avevano già condannato la persona per il reato di evasione dagli arresti domiciliari, evidenziando che il perimetro autorizzato coincide esclusivamente con l’interno dell’alloggio e non con le parti comuni del fabbricato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile a causa della genericità delle censure difensive. L’allontanamento anche minimo verso androni, cortili o altri piani integra la violazione della misura restrittiva. Di conseguenza, il Collegio ha confermato integralmente la condanna e ha disposto il versamento di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.

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Pubblicato il 2 settembre 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

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Riferimento Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 30591 Anno 2026 (Cass. pen. sez. 7 n. 30591/2026)

I confini rigidi dell’evasione dagli arresti domiciliari

La misura cautelare della custodia domestica impone precisi obblighi di permanenza. L’imputato deve rimanere all’interno dell’immobile indicato dall’autorità giudiziaria. La nozione di abitazione non include le parti comuni dell’edificio o gli altri appartamenti del fabbricato. Il reato di evasione dagli arresti domiciliari scatta non appena la persona supera la porta di ingresso del proprio alloggio senza autorizzazione.

Nel caso esaminato, una persona sottoposta alla misura restrittiva ha lasciato la propria residenza per recarsi su un piano diverso dello stabile. Le forze dell’ordine hanno accertato la presenza del soggetto all’esterno dell’appartamento. I giudici territoriali hanno pronunciato la condanna penale per la violazione commessa. L’imputata ha proposto ricorso per cassazione contestando la valutazione delle prove e la mancata concessione di sanzioni sostitutive.

La violazione delle prescrizioni e gli spazi comuni

La giurisprudenza consolidata delimita rigorosamente lo spazio di detenzione domiciliare. Il domicilio coincide unicamente con l’area interna dell’alloggio destinata alla vita privata. Gli spazi condominiali come scale, androni, cortili e terrazze comuni non costituiscono estensione dell’abitazione.

L’accesso a queste aree richiede sempre una preventiva autorizzazione del giudice. L’imputato che si sposta all’interno del condominio compie un atto penalmente rilevante. Le esigenze di controllo da parte degli organi di polizia presuppongono la reperibilità costante all’interno delle mura domestiche. La violazione di questo limite compromette l’efficacia del regime di custodia e comporta l’immediata contestazione dell’illecito penale.

La piena consapevolezza dell’illecito commesso

La difesa ha provato a escludere la colpevolezza sostenendo l’assenza di dolo (la volontà cosciente di violare la legge). L’analisi dei fatti ha tuttavia smentito questa tesi difensiva. L’imputata aveva già subito una precedente condanna per il medesimo titolo di reato.

Questo elemento probatorio dimostra la piena consapevolezza delle restrizioni imposte dalla misura. Il soggetto conosceva perfettamente i limiti del provvedimento giudiziario. Non sussiste alcuna scusante per chi ripete la condotta vietata allontanandosi dall’alloggio assegnato. La reiterazione della violazione impedisce inoltre di formulare una prognosi positiva per l’applicazione di sanzioni sostitutive della pena detentiva.

Le motivazioni: la configurazione dell’evasione dagli arresti domiciliari

I giudici di legittimità hanno respinto i motivi di impugnazione per evidente genericità. L’atto difensivo non si è confrontato in modo specifico con la motivazione della sentenza impugnata. La Corte ha confermato il principio secondo cui ogni allontanamento dal perimetro dell’appartamento integra l’evasione dagli arresti domiciliari.

Il quadro probatorio ha dimostrato la presenza non autorizzata dell’imputata su un piano differente rispetto al proprio domicilio. I precedenti specifici escludono qualsiasi equivoco sulla portata dei divieti imposti. La Suprema Corte ha ritenuto immune da vizi logici la decisione di negare benefici sanzionatori a fronte di un comportamento recidivo e deliberato.

Le conclusioni: la conferma della condanna e le spese

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla ricorrente. L’esito del giudizio conferma in via definitiva la sentenza di condanna per il delitto contestato. La pronuncia ribadisce la rigidità dei controlli sul rispetto delle misure restrittive della libertà personale.

La ricorrente deve pagare integralmente le spese processuali sostenute durante il procedimento. La Suprema Corte ha inoltre inflitto una sanzione di tremila euro da versare alla Cassa delle ammende. Tale pagamento consegue per legge alla presentazione di una impugnazione priva di specificità e manifestamente infondata.

Le scale condominiali fanno parte del domicilio durante gli arresti domiciliari
No, le scale e tutte le parti comuni del condominio non rientrano nel perimetro del domicilio autorizzato.

Cosa rischia chi esce dal proprio appartamento senza autorizzazione
Il soggetto rischia una condanna per evasione e la revoca o l’aggravamento della misura cautelare.

Perché la Cassazione ha imposto il pagamento alla Cassa delle ammende
La sanzione pecuniaria è prevista dalla legge quando il ricorso presentato viene dichiarato inammissibile per colpa del ricorrente.

Termini giuridici

Evasione
Reato commesso da chi si allontana senza autorizzazione dal luogo in cui è legalmente detenuto o custodito.
Inammissibilità
Situazione in cui un atto di impugnazione presenta difetti formali o sostanziali che ne impediscono l'esame nel merito.
Sanzioni sostitutive
Pene alternative alla detenzione carceraria breve applicabili dal giudice a determinate condizioni di legge.
Cassa delle ammende
Fondo statale destinato al miglioramento delle strutture penitenziarie alimentato dalle somme versate dai condannati o dai ricorrenti inammissibili.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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