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Concorso nel reato di usura: condannata la moglie complice

La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di una donna per concorso nel reato di usura e per estorsione, commessi insieme al marito defunto. La coppia prestava denaro in contanti pretendendo in cambio assegni postdatati con tassi di interesse usurari tra il 48% e il 79%. La difesa sosteneva la totale estraneità della moglie, ma i giudici hanno accertato la sua attiva partecipazione: era titolare di dodici conti correnti usati per incassare i titoli, partecipava agli incontri con le vittime e minacciava il protesto degli assegni per costringerle a pagare. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la responsabilità penale e civile della donna, in quanto la sua condotta non era di mera conoscenza passiva, ma di consapevole e attiva collaborazione nel disegno criminoso del coniuge.

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Pubblicato il 14 luglio 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Riferimento Sentenza di Cassazione Penale Sez. 2 Num. 24285 Anno 2023 (Cass. pen. sez. 2 n. 24285/2023)

Il caso del concorso nel reato di usura familiare

La Corte di Cassazione ha affrontato una complessa vicenda legata al concorso nel reato di usura all’interno del nucleo familiare. Una donna è stata condannata in via definitiva per aver collaborato attivamente con il marito, successivamente deceduto, in una vasta attività di prestiti illeciti. I due coniugi offrivano somme di denaro in contanti a persone in grave difficoltà economica. In cambio, pretendevano la consegna di assegni postdatati per importi di gran lunga superiori rispetto alle somme prestate. Questo meccanismo generava tassi di interesse annui compresi tra il 48% e il 79%, ampiamente superiori al tasso soglia (il limite massimo di interessi consentito dalla legge).

La fitta rete di conti correnti e assegni

Le indagini hanno svelato un sistema finanziario strutturato e privo di qualsiasi giustificazione lecita. La coppia non disponeva di redditi ufficiali tali da giustificare la gestione di ingenti flussi di denaro. Nonostante questa apparente povertà reddituale, la moglie era intestataria di ben dodici conti correnti bancari. Tutti gli assegni consegnati dalle vittime finivano direttamente su questi conti correnti o venivano comunque gestiti dalla donna. Questo elemento ha dimostrato che la moglie non era una spettatrice passiva delle attività del marito, ma gestiva la cassa dell’attività illecita. Il marito era un soggetto protestato (iscritto nel registro di chi non ha pagato i debiti) e non poteva accedere autonomamente ai servizi bancari. La donna prestava quindi il proprio nome e i propri conti per permettere il compimento dei reati.

La minaccia del protesto e l’estorsione alle vittime

Oltre all’usura, i giudici hanno accertato anche il reato di estorsione. La donna e il marito esercitavano forti pressioni psicologiche sulle vittime per costringerle a pagare i tassi usurari. In particolare, la moglie ha minacciato più volte di portare all’incasso gli assegni prima della scadenza pattuita. Questa azione avrebbe causato il protesto degli assegni, un evento rovinoso per la reputazione professionale e commerciale delle vittime. Per evitare questo scenario drammatico, le persone offese accettavano condizioni contrattuali pesantissime e svantaggiose. La presenza attiva della donna agli incontri e la sua partecipazione diretta alle minacce hanno integrato pienamente la condotta estorsiva.

La difesa della moglie e il tentativo di smarcamento

La difesa della donna ha tentato di smontare l’impianto accusatorio sostenendo la sua totale estraneità ai fatti. Secondo la tesi difensiva, la donna conosceva i rapporti finanziari del marito solo a causa del legame di matrimonio. La difesa ha sostenuto che la titolarità dei conti correnti fosse solo formale e che la gestione effettiva spettasse unicamente al coniuge. Inoltre, i legali hanno richiesto una perizia grafologica sui documenti contabili sequestrati per escludere che la scrittura fosse della donna. Infine, la difesa ha contestato il calcolo degli interessi usurari e ha cercato di far valere il rapporto di amicizia con alcune delle vittime per giustificare i passaggi di denaro.

Le motivazioni dei giudici sul concorso nel reato di usura

I giudici della Corte di Cassazione hanno respinto ogni argomentazione difensiva, confermando la responsabilità penale per il concorso nel reato di usura. La Suprema Corte ha chiarito che il concorso non richiede il compimento di ogni singola azione esecutiva. È sufficiente un contributo causale che agevoli la realizzazione del reato. La donna ha fornito uno strumento indispensabile attraverso l’intestazione dei dodici conti correnti. Inoltre, le prove hanno dimostrato la sua presenza fisica agli incontri di negoziazione, l’incasso anticipato dei titoli e l’assunzione fittizia presso una delle vittime come contropartita. Le intercettazioni telefoniche della figlia hanno confermato che la madre era pienamente consapevole dell’attività criminosa. La richiesta di perizia grafologica è stata quindi respinta perché gli altri elementi di prova erano già decisivi.

Le conclusioni della Cassazione sul concorso nel reato di usura

La decisione finale della Cassazione ha sancito il rigetto definitivo del ricorso presentato dalla donna. Questo verdetto conferma la condanna penale e l’obbligo di risarcire i danni subiti dalle vittime. La ricorrente deve inoltre farsi carico del pagamento delle spese processuali e della rifusione delle spese di difesa sostenute dalle parti civili, liquidate in seimilacinquecento euro. La sentenza riafferma un principio fondamentale: il legame di coniugio non può giustificare la schermatura di attività illecite. Chi mette a disposizione i propri conti correnti e partecipa alla riscossione di crediti usurari risponde pienamente dei reati commessi in concorso.

Quando si configura il concorso del coniuge nel reato di usura?
Il concorso si configura quando il coniuge fornisce un contributo attivo e consapevole, come mettere a disposizione i propri conti correnti per incassare gli assegni delle vittime o partecipare agli incontri.

La semplice conoscenza dell’attività usuraria del partner costituisce reato?
No, la semplice conoscenza passiva non basta per la condanna. Occorre che vi sia un aiuto concreto, materiale o morale, che agevoli la realizzazione dell’attività illecita.

Come viene calcolato il tasso usurario per far scattare la condanna?
Il tasso viene calcolato confrontando l’interesse pattuito con il tasso soglia stabilito dalla legge. Se l’interesse applicato supera tale limite, il reato si considera consumato indipendentemente dal concreto pagamento.

Termini giuridici

Usura
Il reato commesso da chi si fa dare o promettere interessi o altri vantaggi usurari in corrispettivo di una prestazione di denaro.
Estorsione
Il reato di chi, con violenza o minaccia, costringe altri a fare o ad omettere qualche cosa, procurando a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno.
Concorso di persone
La partecipazione di più soggetti alla realizzazione di un medesimo reato, dove ciascuno fornisce un contributo causale alla condotta criminosa.
Doppia conforme
La coincidenza di giudizio tra la sentenza di primo grado e quella d'appello, che limita fortemente la possibilità di ridiscutere i fatti davanti alla Cassazione.
Tasso soglia
Il limite massimo di tasso di interesse consentito dalla legge per i prestiti, oltre il quale l'interesse è considerato sempre usurario.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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