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Perdita del godimento del bene: risarcimento senza lucro cessante

Una società sportiva otteneva in comodato oneroso due piscine da una società termale. Quest’ultima sbarrava gli ingressi, impedendo l’uso della struttura. La Corte d’Appello dichiarava risolto il contratto per colpa della società termale, ma negava il risarcimento alla società sportiva, qualificando la mancata utilizzazione delle piscine come lucro cessante non provato. La Cassazione accoglie il ricorso della società sportiva: la perdita del godimento del bene per colpa del comodante costituisce un danno emergente (perdita della concreta possibilità di utilizzo) e non un lucro cessante. La sentenza viene cassata con rinvio.

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Pubblicato il 12 luglio 2026 in Giurisprudenza Civile

Riferimento Ordinanza di Cassazione Civile Sez. 3 Num. 21728 Anno 2026 (Cass. civ. sez. 3 n. 21728/2026)

La perdita del godimento del bene e il diritto al risarcimento

Quando un contratto non viene rispettato, la parte danneggiata ha diritto a ricevere un indennizzo. Questo principio si applica anche quando si verifica la perdita del godimento del bene concesso in uso. Spesso i giudici confondono le diverse voci di danno, rendendo difficile ottenere giustizia. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione fa chiarezza su questo tema delicato. I giudici della Cassazione hanno stabilito che non poter utilizzare un immobile a causa del comportamento scorretto del proprietario rappresenta un danno concreto e immediato.

Il caso: piscine sbarrate e contratto interrotto

La vicenda nasce da un accordo di comodato oneroso (un prestito di un bene che prevede un pagamento o un onere). Una società sportiva gestiva una struttura natatoria con due piscine. Il proprietario della struttura, una società termale, decideva improvvisamente di interrompere le proprie attività. Per fare questo, sbarrava gli ingressi del complesso termale. Questo blocco impediva fisicamente ai clienti e alla società sportiva di accedere alle piscine.

La società sportiva inviava una diffida ad adempiere (un sollecito formale a riaprire gli accessi). Di fronte al silenzio del proprietario, la società sportiva si rivolgeva al Tribunale. Chiedeva la risoluzione (lo scioglimento) del contratto e il risarcimento dei danni per non aver potuto utilizzare l’impianto sportivo per circa quattro anni.

Inizialmente, i giudici di merito valutavano la gravità dei reciproci comportamenti. La Corte d’Appello accertava la colpa esclusiva del proprietario per la chiusura degli accessi. Tuttavia, la stessa Corte d’Appello rigettava la richiesta di risarcimento della società sportiva. Secondo i giudici di secondo grado, la richiesta riguardava un lucro cessante (un mancato guadagno futuro) che la società sportiva non aveva dimostrato in modo rigoroso.

La distinzione tra danno emergente e lucro cessante

La decisione della Corte d’Appello si basava su un errore di classificazione del danno. Nel diritto civile esiste una differenza fondamentale tra due concetti. Il danno emergente rappresenta la perdita economica immediata e reale subita da un soggetto. Il lucro cessante indica invece il guadagno futuro che il soggetto ha perso di realizzare.

I giudici d’appello pretendevano che la società sportiva dimostrasse quante occasioni di guadagno specifico fossero andate perdute a causa della chiusura. Non consideravano, invece, che il semplice fatto di non poter disporre delle piscine costituiva già di per sé una perdita economica diretta. La società sportiva pagava per un servizio di cui non poteva usufruire.

Le motivazioni della Cassazione sulla perdita del godimento del bene

La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della società sportiva, ritenendo illogica la decisione precedente. I giudici di legittimità hanno chiarito che la perdita del godimento del bene non costituisce un lucro cessante, bensì un danno emergente.

La mancata possibilità di utilizzare le piscine rappresenta la perdita di una utilità concreta già presente nel patrimonio della società sportiva. Il danno consiste nella perdita della concreta possibilità di godimento del bene stesso. Questo valore si può calcolare facilmente prendendo come riferimento il valore di mercato dell’uso dell’immobile.

La Cassazione ha richiamato un importante principio espresso dalle Sezioni Unite. Chi subisce la privazione di un immobile deve solo allegare (dichiarare in giudizio) la perdita della concreta possibilità di godimento. Il danno si presume normalmente esistente, poiché rientra nella comune esperienza che non poter usare un bene provochi una perdita economica immediata.

Le conclusioni sul risarcimento dovuto

La Suprema Corte ha cassato (annullato) la sentenza della Corte d’Appello. I giudici hanno rinviato la causa a un’altra sezione della stessa Corte d’Appello per una nuova decisione.

Il nuovo giudice dovrà quantificare il danno subito dalla società sportiva applicando i corretti principi giuridici. La società sportiva riceverà finalmente una valutazione equa del danno subito per la chiusura forzata delle piscine. Questa decisione protegge i diritti di chi utilizza beni altrui tramite contratti onerosi, garantendo che ogni limitazione abusiva del godimento venga adeguatamente risarcita.

Cosa si intende per perdita del godimento del bene?
Si tratta dell’impossibilità per un soggetto di utilizzare un immobile o un servizio che gli spetta per contratto, a causa del comportamento scorretto della controparte.

Qual è la differenza tra danno emergente e lucro cessante in questo caso?
Il danno emergente è la perdita immediata della possibilità di usare il bene, mentre il lucro cessante riguarda i guadagni futuri che si sarebbero potuti ottenere grazie a quell’uso.

Come si calcola il danno per il mancato utilizzo di un immobile?
Il danno può essere calcolato prendendo come riferimento il valore locativo dell’immobile, ossia il prezzo medio di mercato per l’affitto di un bene simile.

Termini giuridici

Danno emergente
La perdita economica effettiva e immediata subita a causa dell'inadempimento altrui.
Lucro cessante
Il mancato guadagno futuro che si sarebbe potuto realizzare se l'inadempimento non si fosse verificato.
Diffida ad adempiere
Un sollecito formale scritto con cui si intima alla controparte di rispettare il contratto entro un termine, pena lo scioglimento dello stesso.
Risoluzione di diritto
Lo scioglimento automatico del contratto senza necessità di un preventivo intervento del giudice, al verificarsi di determinate condizioni.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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