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False dichiarazioni al PM: condannato alto funzionario di polizia

Un alto funzionario di Polizia è stato condannato in via definitiva per il reato di false dichiarazioni al PM. Sentito come testimone nell’ambito di un’indagine sulla controversa e rapida espulsione della moglie e della figlia di un dissidente straniero, aveva mentito. L’uomo aveva negato di essere a conoscenza dei dettagli dell’espulsione, sostenendo che le sue fitte conversazioni telefoniche con l’ambasciata straniera riguardassero solo la cattura del ricercato. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, respingendo la sua difesa. I giudici hanno chiarito che non ci si può appellare alla paura di essere incriminati per giustificare una menzogna, a meno che il pericolo non sia grave, concreto e inevitabile, e non solo ipotetico.

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Pubblicato il 3 giugno 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

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Riferimento Sentenza di Cassazione Penale Sez. 6 Num. 16456 Anno 2026 (Cass. pen. sez. 6 n. 16456/2026)

Mentire per paura non sempre giustifica: il caso delle false dichiarazioni al PM

La Corte di Cassazione ha recentemente affrontato un caso delicato che riguarda il reato di false dichiarazioni al PM, consolidando un principio fondamentale: mentire agli inquirenti per paura di essere a propria volta incriminati non è una scusante valida, se non in condizioni molto specifiche. La vicenda vede protagonista un alto funzionario di Polizia, condannato per aver fornito una versione dei fatti non veritiera durante un’indagine su un caso di rilevanza internazionale.

I fatti all’origine del processo

Tutto nasce da un’operazione di polizia molto discussa, avvenuta nel 2013. Le autorità italiane procedettero al trattenimento e alla successiva, rapidissima espulsione della moglie e della figlia di un noto dissidente politico straniero, ricercato nel suo paese d’origine. Anni dopo, la Procura aprì un’indagine per fare luce sulle modalità di tale operazione. Durante le indagini, gli inquirenti convocarono l’alto funzionario di Polizia per sentirlo come persona informata sui fatti. L’uomo, all’epoca dei fatti, aveva avuto un ruolo di vertice e numerosi contatti telefonici con l’ambasciata straniera e con altri organi di polizia. Interrogato dal Pubblico Ministero, il funzionario dichiarò che quelle telefonate avevano un unico scopo: coordinare la cattura del dissidente. Negò, invece, di essere a conoscenza dei dettagli relativi all’imminente espulsione della sua famiglia.

La difesa dell’imputato: una menzogna per salvarsi

La tesi difensiva dell’alto funzionario si basava su un punto cruciale: egli avrebbe mentito perché costretto dalla necessità di salvare sé stesso da un grave nocumento. In altre parole, dire la verità lo avrebbe esposto al rischio di essere incriminato per reati gravi come depistaggio, favoreggiamento o falsità. La sua difesa ha invocato la cosiddetta ‘causa di non punibilità’ prevista dall’articolo 384 del codice penale. Questa norma stabilisce che non è punibile chi commette certi reati (tra cui le false dichiarazioni al PM) per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé o un prossimo congiunto da un grave e inevitabile pericolo per la libertà o l’onore. Secondo l’imputato, il suo era un timore fondato e concreto, che giustificava la menzogna.

Le motivazioni della Cassazione: il pericolo deve essere concreto, non ipotetico

La Corte di Cassazione ha respinto completamente questa linea difensiva, confermando la condanna. I giudici hanno spiegato che la causa di non punibilità non può essere invocata sulla base di un mero timore, anche se solo presunto o ipotetico. Per essere ‘scusati’, il pericolo per la propria libertà o onore deve essere attuale, concreto e inevitabile. La condotta illecita (in questo caso, la menzogna) deve apparire come l’unica strada percorribile per evitare quel grave pregiudizio. Nel caso specifico, l’alto funzionario si è limitato a elencare una serie di reati che ‘avrebbe potuto’ rischiare. Questa, secondo la Corte, è solo una supposizione, un pericolo ipotizzato, non una condizione reale e costrittiva che limitava la sua libertà di scelta. I tabulati telefonici e le testimonianze, al contrario, dimostravano chiaramente il suo pieno coinvolgimento e la sua consapevolezza riguardo all’espulsione, rendendo la sua versione dei fatti palesemente falsa.

Le conclusioni: la condanna per false dichiarazioni al PM è definitiva

L’esito del processo è la condanna definitiva dell’alto funzionario. La sentenza ribadisce un principio di diritto molto importante: il reato di false dichiarazioni al PM è un ‘reato di pericolo’. Ciò significa che il crimine si perfeziona nel momento stesso in cui si mente, perché si mette a rischio il corretto funzionamento della giustizia, a prescindere dal fatto che le indagini vengano effettivamente sviate o meno. La giustificazione basata sulla paura di autoincriminarsi è un’eccezione che la legge applica con estremo rigore, solo quando il soggetto si trova di fronte a una minaccia reale e ineludibile, non a un semplice calcolo di convenienza o a un timore astratto.

Mentire al Pubblico Ministero è reato anche se alla fine la verità viene scoperta?
Sì, il reato di false dichiarazioni al PM è un ‘reato di pericolo’. Si commette nel momento in cui si fornisce l’informazione falsa, perché si mette a rischio il corretto svolgimento delle indagini, indipendentemente dal danno finale.

Posso mentire a un investigatore per paura di essere accusato di un reato?
No, di norma non è possibile. La legge prevede una causa di non punibilità solo se si è costretti a mentire dalla necessità di salvare sé stessi da un pericolo grave, concreto e inevitabile per la libertà o l’onore. Un semplice timore o un rischio ipotetico non sono sufficienti.

Cosa ha stabilito la Cassazione in questo caso specifico?
La Cassazione ha stabilito che la difesa basata sulla paura di essere incriminati non era valida, perché il pericolo non era concreto e inevitabile, ma solo ipotizzato dall’imputato. Ha quindi confermato la sua condanna per aver mentito al Pubblico Ministero.

Termini giuridici

Reato di pericolo
Un tipo di reato che viene punito per il solo fatto di aver creato una situazione di rischio per un bene giuridico (come la giustizia), anche se non si è verificato un danno effettivo.
Causa di non punibilità
Una circostanza prevista dalla legge che, pur essendo stato commesso un reato, impedisce di applicare una pena all'autore. In questo caso, si discuteva della necessità di salvare sé stessi da un grave pericolo.
Ope legis
Espressione latina che significa 'per effetto della legge'. Indica una conseguenza giuridica che si produce automaticamente, senza bisogno di una decisione del giudice.
Notitia criminis
È la notizia di reato, ovvero l'informazione che giunge all'autorità giudiziaria e che fa scattare l'inizio delle indagini preliminari.
Esimente
Una circostanza che esclude l'antigiuridicità di un comportamento che, altrimenti, costituirebbe reato. È un sinonimo di 'causa di giustificazione' o 'scriminante'.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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