Definizione
L'iscrizione della notizia di reato è un istituto del diritto penale italiano. Esso è l'incipit del procedimento penale e delle indagini preliminari. La notizia di reato ("notitia criminis" in latino) è qualsiasi informazione scritta od orale fatta all'autorità giudiziaria o a un'autorità che deve darne conto alla prima, dove si ravvisano elementi di reato. Talvolta il giornalismo italiano utilizza erroneamente l'espressione "registro degli indagati" per indicare il registro delle notizie di reato.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 159 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2019–2026). Nel 43% dei casi il ricorso è stato accolto, almeno in parte.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 43%
- Rigettato 32%
- Inammissibile 18%
- Altro 7%
Provvedimenti per anno
2019
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Civile Sez. 568%
- Penale Sez. 616%
- Penale Sez. 316%
Precedenti più richiamati
- Cass. 21444/2022in 5 provvedimenti
- Cass. 615/2018in 4 provvedimenti
- Cass. 26045/2016in 4 provvedimenti
- Cass. 33793/2019in 14 provvedimenti
- Cass. 10483/2018in 15 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
L'Agenzia delle Entrate ha notificato a un contribuente un avviso per redditi illeciti nel dicembre 2016 relativi all'anno d'imposta 2007, invocando il raddoppio dei termini di accertamento per reati tributari e integrando un precedente atto notificato pochi mesi prima. Il contribuente ha contestato la decadenza temporale del Fisco e l'assenza di elementi nuovi sopravvenuti a supporto della seconda richiesta fiscale. I giudici di secondo grado hanno dato ragione all'Amministrazione Finanziaria, ma la Corte di Cassazione ha annullato la sentenza con rinvio. La Suprema Corte ha chiarito che il Fisco non può allungare i termini senza verificare il legame storico con la tempestiva denuncia originaria, né può qualificare a posteriori il primo controllo come parziale senza esaminare i documenti.
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L'Agenzia delle Dogane contestava a una società commerciale dazi doganali non versati per importazioni dall'Asia, sostenendo la tempestività dell'accertamento per presunta frode. Nelle more del ricorso per Cassazione, la società contribuente chiedeva l'estinzione del contenzioso dichiarando di aver aderito alla sanatoria fiscale. La Suprema Corte ha rilevato che il piano di rateazione della definizione agevolata risultava ancora in corso fino al tardo 2023 e che mancava la prova dell'integrale versamento del debito. I giudici hanno quindi sospeso la chiusura definitiva della causa, rinviando l'udienza a data successiva alla scadenza dell'ultima rata per verificare l'effettivo adempimento dei pagamenti.
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La Corte di Cassazione ha affrontato il tema del raddoppio termini accertamento tributario. L'Agenzia delle Entrate aveva emesso un avviso di accertamento IVA e sanzioni contro un'Azienda, basato su una fattura inesistente. I giudici di merito avevano annullato l'accertamento per decadenza, ritenendo che mancasse una "notizia di reato" specifica per l'anno in questione. La Cassazione ha invece stabilito che il raddoppio dei termini si applica se sussistono i presupposti oggettivi per l'obbligo di denuncia di un reato tributario, anche se la denuncia non è stata effettivamente presentata o è avvenuta in ritardo. La sentenza è stata cassata con rinvio per una nuova valutazione.
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L'Agenzia delle Dogane ha contestato a un'Azienda l'evasione di dazi doganali per importazioni di banane tra il 1997 e il 2000, a seguito di un presunto uso fraudolento di titoli. L'Agenzia aveva inviato una notitia criminis nel 2001, ma il procedimento penale si era concluso con un decreto di archiviazione. I giudici di merito avevano ritenuto prescritta l'azione di recupero dei dazi. La Cassazione ha invece stabilito che l'invio di una notitia criminis per un reato legato al mancato pagamento di dazi doganali comporta la sospensione prescrizione dazi doganali. Un nuovo termine di prescrizione inizia a decorrere solo dalla conclusione del procedimento penale, anche se con un decreto di archiviazione. La Corte ha accolto il ricorso dell'Agenzia, cassando la sentenza e rinviando la causa per un nuovo esame.
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La Corte di Cassazione ha chiarito che il Pubblico Ministero può chiedere il fallimento di un'azienda anche se le informazioni sull'insolvenza provengono da un registro di notizie non costituenti reato (Modello 45), senza la necessità di una formale notizia di reato. L'Azienda aveva contestato il Fallimento su istanza del PM, sostenendo che il Pubblico Ministero non avesse la legittimazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la conoscenza dello stato di insolvenza, acquisita nell'ambito delle attività istituzionali del PM, è sufficiente per avviare la procedura fallimentare, indipendentemente dall'esito di eventuali procedimenti penali.
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Un Contribuente ha ricevuto avvisi di accertamento e cartelle di pagamento per maggiori imposte e IVA. Ha contestato la validità di questi atti, sostenendo che l'Ufficio aveva perso il potere di accertare (decadenza) e che il raddoppio termini accertamento tributario non era applicabile. Il Contribuente ha affermato che la segnalazione di reato era pretestuosa e che una successiva autotutela aveva ridotto l'importo sotto la soglia penale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha stabilito che il raddoppio dei termini scatta con l'obbligo di denuncia penale, indipendentemente da successive riduzioni dell'imposta. Ha anche dichiarato inammissibili i motivi di ricorso per mancanza di specificità.
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Una Società ha acquistato un ramo d'azienda, iscrivendo a bilancio e ammortizzando un valore significativo come avviamento. L'Agenzia delle Entrate ha contestato la deducibilità di tale ammortamento, sostenendo che l'avviamento non fosse reale o fosse sovrastimato, e che il costo si riferisse in realtà all'acquisto di una partecipazione in un consorzio. La Commissione Tributaria Regionale ha dato ragione all'Agenzia. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione. Ha stabilito che la deducibilità dell'ammortamento dell'avviamento era illegittima, poiché il ramo d'azienda acquisito non possedeva un avviamento "originario" e il valore era legato alla partecipazione nel consorzio. Inoltre, un precedente giudicato sull'imposta di registro non aveva efficacia per l'IRAP.
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Un Contribuente deteneva in casa beni di lusso (collana, orologi) acquistati in Svizzera e non dichiarati alla dogana. Una perquisizione domiciliare, avvenuta nel 2015 nell'ambito di un procedimento penale poi archiviato, ha rivelato questi beni. L'Agenzia delle Dogane ha irrogato sanzioni per violazione doganale. Il Contribuente ha contestato, invocando la prescrizione dazi doganali, sostenendo che il termine decorresse dalla data di acquisto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha affermato che, se l'obbligazione tributaria deriva da un fatto-reato, la prescrizione decorre dall'accertamento del fatto (la perquisizione), non dall'acquisto, specialmente se non è provata la data di immissione in consumo.
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L'Azienda importava formaggi dalla Svizzera, ma l'Amministrazione Doganale contestava prezzi fittizi per eludere i dazi. Dopo vari gradi di giudizio, la Cassazione ha chiarito che la proroga dei termini di accertamento tributario dipendeva dalla tempestiva notitia criminis. Il giudice del rinvio ha errato sia nel non esaminare il merito della controversia, sia nell'interpretare restrittivamente la notitia criminis come una comunicazione formale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso per revocazione dell'Azienda, ma ha accolto il suo ricorso principale e incidentale nel merito, cassando la sentenza e rinviando la causa per un nuovo esame.
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Un Lavoratore aveva ottenuto la sospensione condizionale della pena. Ha chiesto l'estinzione del reato con pena sospesa, sostenendo di non aver commesso nuovi reati nei cinque anni successivi. Il Giudice per le Indagini Preliminari (GIP) ha rigettato la sua richiesta, basandosi sulla presenza di "carichi pendenti" (altri procedimenti penali in corso). La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione. Ha stabilito che l'estinzione del reato può essere negata solo se un nuovo reato è stato accertato con una sentenza definitiva e irrevocabile, non bastando la semplice esistenza di procedimenti in corso.
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Un individuo ha subito il Sequestro preventivo di 36.150 euro, rinvenuti nella sua abitazione e ritenuti provento di un'associazione a delinquere finalizzata alla vendita di false certificazioni e titoli di studio per incarichi scolastici. L'uomo ha impugnato il provvedimento, contestando irregolarità procedurali e l'origine del denaro. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che un nuovo sequestro preventivo, emesso da un giudice competente, è autonomo rispetto a precedenti atti. La Corte ha ritenuto fondato il fumus commissi delicti e il periculum in mora, giudicando inverosimili le giustificazioni difensive sull'origine del denaro. L'individuo è stato condannato alle spese.
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Un socio di minoranza ha denunciato l'amministratrice e il gestore di fatto di una società per appropriazione indebita e irregolarità gestionali. Il Pubblico Ministero ha chiesto di chiudere il caso, ma il Giudice per le indagini preliminari ha disposto il rigetto richiesta di archiviazione, ordinando nuovi approfondimenti d'indagine anche alla luce del sopravvenuto fallimento dell'azienda. Il Pubblico Ministero ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo l'abnormità della decisione del giudice. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero, confermando la piena legittimità dell'ordinanza. Il giudice non ha invaso le prerogative dell'inquirente, ma ha legittimamente esercitato il proprio potere di controllo, sollecitando indagini integrative indispensabili per chiarire i fatti contestati e verificare eventuali ulteriori ipotesi di reato.
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Un individuo, già agli arresti domiciliari per ricettazione e detenzione illegale di arma, ha visto il suo ricorso in Cassazione dichiarato inammissibile. Durante una perquisizione domiciliare, era stata trovata una pistola clandestina nel vano motore della sua auto. L'individuo contestava la legittimità perquisizione, sostenendo di non essere a conoscenza dell'arma. La Corte ha ribadito che l'eventuale illegittimità della perquisizione non invalida il sequestro del corpo del reato, soprattutto in presenza di una "notitia criminis" (informazione di reato) su armi. Le sue argomentazioni sulla non consapevolezza sono state ritenute questioni di merito, non sindacabili in Cassazione.
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Il Pubblico Ministero ha richiesto la revoca della sentenza di non luogo a procedere nei confronti di un presunto appartenente a un clan mafioso, invocando l'acquisizione di nuove prove e dichiarazioni di collaboratori di giustizia emerse in indagini successive. Il Giudice per le Indagini Preliminari ha dichiarato inammissibile la richiesta, sostenendo che le nuove indagini non fossero estranee al procedimento già chiuso. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Pubblico Ministero, evidenziando che l'ordinanza del giudice di merito conteneva una motivazione meramente apparente e apodittica. Il giudice non ha esaminato in concreto il contenuto degli atti e la documentazione delle parti. Pertanto, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza e ha ordinato il rinvio ad un diverso giudice per riesaminare la richiesta.
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Un individuo ha presentato ricorso contro la conferma di un sequestro probatorio dei suoi dispositivi digitali e documenti. Questi beni erano stati confiscati nell'ambito di un'indagine per rivelazione di segreto d'ufficio e favoreggiamento personale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che il sequestro probatorio era legittimo e non esplorativo, basato su una notizia di reato sufficientemente delineata. La misura è stata ritenuta proporzionata, con adeguata motivazione sulla pertinenza dei beni. L'individuo deve pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle Ammende.
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Un Cittadino ha presentato ricorso contro il rigetto della sua istanza di riesame di un decreto di perquisizione e sequestro probatorio informatico. Il sequestro riguardava un presunto reato tributario legato all'uso di fatture per operazioni inesistenti. Il Cittadino contestava la motivazione del sequestro, la sussistenza del reato e la proporzionalità del sequestro di dati informatici. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ritenuto che il Tribunale avesse motivato adeguatamente e che, avendo il Pubblico Ministero già restituito i dispositivi dopo averne estratto copia forense, il ricorso fosse privo di interesse concreto, confermando la legittimità del sequestro probatorio informatico.
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Un cittadino straniero subisce una condanna per violazione delle norme sull'immigrazione clandestina a seguito del rito speciale davanti al Giudice di Pace. La difesa dell'imputato eccepisce tempestivamente la tardività dell'azione penale, poiché il Pubblico Ministero non ha rispettato il termine perentorio di quindici giorni previsto per il rito rapido. Il Giudice di Pace respinge l'eccezione e condanna l'uomo al pagamento di una sanzione pecuniaria. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso difensivo, ribadendo che la presentazione immediata a giudizio richiede il rispetto tassativo delle scadenze di legge a tutela dei diritti difensivi. La Suprema Corte annulla senza rinvio la sentenza di condanna e ordina la trasmissione degli atti alla Procura affinché proceda con il rito ordinario.
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Una società subiva una condotta illecita dai propri collaboratori nel 2012 e presentava formale richiesta di condanna. Nel 2018 una riforma legislativa modificava il regime di procedibilità per appropriazione indebita, trasformandolo da reato procedibile d'ufficio a reato perseguibile solo su querela di parte. La Corte di Appello dichiarava improcedibile l'azione penale sostenendo la tardività della querela iniziale. La Corte di Cassazione ha ribaltato questa conclusione accogliendo il ricorso della parte civile. La Suprema Corte ha chiarito che, all'epoca del fatto, l'atto depositato valeva come valida segnalazione per un reato perseguibile d'ufficio. La successiva costituzione di parte civile confermava la tempestiva volontà di punizione nel rispetto della disciplina transitoria. La sentenza è stata quindi annullata con rinvio al giudice civile per la decisione sui risarcimenti.
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Un Giudice di Pace, durante un processo per lesioni personali colpose, ha bloccato l'intero procedimento e trasmesso tutti gli atti alla Procura per accertare nuovi fatti emersi, senza decidere sul reato originario. Questa "regressione del procedimento penale" ha causato una stasi processuale. Il Procuratore ha impugnato l'ordinanza, ritenendola illegittima. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso. Ha stabilito che il giudice non può bloccare l'intero processo per nuovi fatti, ma deve decidere sul reato originario e, se del caso, trasmettere solo gli atti relativi ai nuovi elementi. L'ordinanza è stata annullata, e gli atti sono tornati al Giudice di Pace per proseguire, valutando anche l'eventuale prescrizione.
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Un cittadino ha diffuso uno scritto denigratorio contro un pubblico ufficiale del corpo forestale, accusandolo di scorrettezza. I giudici di merito hanno escluso la calunnia per mancanza di una specifica notizia di reato, ma hanno condannato l'autore per il reato di diffamazione. L'imputato ha presentato ricorso lamentando l'incompatibilità logica tra l'assenza del dolo di calunnia e la condanna per diffamazione. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dichiarandolo inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'assenza di un'accusa formale di reato non elimina la volontà lesiva dell'onore altrui. La convinzione personale dell'autore sulla condotta scorretta della persona offesa non cancella la responsabilità penale. Il ricorrente deve pagare le spese legali e la sanzione pecuniaria.
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